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Fucà, coach... nazionale. "Dall’Italia alla Colombia. Partendo da Bologna ho girato per il mondo»

September 30, 2026

Dall’Italia alla Colombia. Partendo da Bologna. E’ la storia di Federico Fucà, 49 anni, allenatore di basket. Da dieci anni vice, a Reggio Emilia, Federico è partito da Ozzano, sponda Gira (prima come assistente, poi come come capo allenatore), per approdare poi all’Andrea Costa Imola e Ferentino, come head coach. Poi, tante stagioni come vice o assistente. Punto di riferimento nell’analisi delle squadre avversarie e nelle strategie da adottare in partita. Per quattro anni (praticamente mai un giorno di vacanza) nello staff tecnico della nazionale guidata da Gianmarco Pozzecco. E, ora, nella Colombia.

Fucà, come è nata la prospettiva Colombia? "Quasi per caso. Lo scorso anno, è terminata la mia avventura con la nazionale italiana".

E come è arrivato nel continente americano? "In squadra, a Reggio Emilia, abbiamo Jaime Echenique, che è colombiano. Mi ha chiesto se potevo essere interessato a un’esperienza con la nazionale del suo paese".

E dopo? "Ho parlato con il general manager della nazionale colombiana, John Mario Tejada. Abbiamo fatto alcune call. Lui ne ha parlato con il padre, che è il presidente della federazione colombiana, ed è cominciata questa avventura".

Nemmeno bene, però… "Già, un terremoto. Dovevamo giocare con il Messico in casa. Ci siamo spostati in Messico, invece. Ci siamo trovati il 24 agosto e, tre giorni dopo, eravamo già in campo".

Impressioni? "Una cultura diversa, un’esperienza molto stimolante. Sto cercando di trasmettere, che è poi quello che chiedevano, una dimensione più europea E io ovviamente sto apprendendo molto da loro".

Problemi con Reggio Emilia? "Mai. Sono stati felici".

Lei e Reggio… "Il rapporto più lungo della mia carriera. Proprietà diverse, general manager differenti e otto allenatori. Da Menetti a Cagnardi, da Pillastrini a Buscaglia senza dimenticare Caja, Martino e Sakota. E adesso Priftis".

Lei è una delle colonne di Reggio. "Diciamo che insieme con Diana, la sorella di Basile, che è qui dalla fine del secolo scorso, sono uno dei più vecchi".

Lei ha giocato anche al Playground dei Giardini Margherita. "Sì, mio padre, Massimo, era uno di quelli che avevano costruito una squadra. Ma ero uno giocatore anomalo. Ho smesso presto".

Perché le piaceva allenare. "Appunto".

C’è stato un tempo in cui la chiamavano Ettorino, perché studiava Messina. "Sono nato e cresciuto a Bologna. C’era una scuola tecnica importante. Osservavo Ettore e il suo staff. Anche Giordano Consolini, che ho ritrovato proprio a Reggio, come responsabile delle giovanili. Negli anni, ho cercato di sviluppare un modo mio di interpretare la pallacanestro".

Ai tempi della Virtus, lei era amico di Ginobili. "Anche adesso. Siamo tutti e due del 1977".

Talmente amico che lei assistette di persona al primo trionfo Nba di Manu. "Ci eravamo scambiati una promessa. Gli dissi: ’Se vai in finale, ti raggiungo’. Ho ancora il ritaglio del Carlino di quel periodo. Il titolo era ’In cima al mondo con l’amico Manu’".

Tutto vero. "Arrivai per le finali con i Nets. La sua famiglia di origine aveva assistito alle finali di Conference. Durante le finals mi ritrovai a casa sua e di Marianela, che sarebbe poi diventata sua moglie".

Poi il salto come tecnico. Da esperto coach, come vede la Virtus? "Bene. Il club ha capito che non può competere, come budget, con le corazzate di Eurolega che possono spendere di più. Così, ha costruito ancora una volta un gruppo intelligente e competitivo. Uno zoccolo duro di italiani con Ferrari, Diouf, Casarin e Baldasso. E con Hackett come chioccia. Poi stranieri interessanti. Magari non grandi nomi, ma atleti giovani che hanno fame. Poi…".

Dica? "La concorrenza è cresciuta, Tortona, Napoli e Venezia che si sono aggiunte a Milano. Poi i due club di Roma, che sulla carta sono altrettante incognite. Ma hanno capitali ingenti".

E la Fortitudo? "Diciamo che Attilio Caja, che ho avuto a Reggio Emilia, non è stato fortunato. E’ arrivato due volte fino in fondo, ma senza fortuna. Troppi giocatori rotti".

E adesso? "La Fortitudo ha rimesso l’allenatore al centro del progetto. Conosco bene Demis Cavina, è un ottimo coach. La A2 è una vera maratona. Bisogna arrivare in fondo al meglio. E, appunto, ci vuole fortuna".

Chiudiamo con la sua Reggio Emilia. "E’ il quarto anno con lo stesso staff, è un punto di partenza positivo. Poi è vero che, come dicevo prima, la concorrenza è aumentata. Prima c’erano 3-4 squadre al top. Ora 7-8. Noi dobbiamo provare a restare lì, grazie al lavoro e all’impegno".

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