Era il 1973 quando Alighiero Noschese mi scrisse questa dedica su una cartolina (nella foto accanto a sinistra, ndr). La conservo ancora.
Lo ricordo al Grand Hotel di Rimini, con i suoi figli. Nel giardino c’era un tavolo da ping-pong e io ci giocavo con suo figlio, ore intere. Chissà se quel bambino ormai uomo si ricorda ancora di quel ragazzetto che si chiamava Terzi.
Io mi ricordo tutto e soprattutto ricordo Alighiero: un uomo dolce, gentile con un bambino, come pochi sanno esserlo quando sono già diventati grandissimi. Perché lui, allora, era già enorme. Il primo, nel 1969, a Doppia Coppia, a cui la Rai concesse di imitare i politici in televisione, cosa fino a quel momento impensabile. Da lì la sua carriera non si fermò più: in un’intervista rilasciata poco prima di morire disse di aver imitato in totale 1.156 voci.
Ma io, quell’estate del 1973, non sapevo niente di tutto questo. Per me era soltanto il papà di un ragazzino con cui giocavo a ping-pong.
Ricordo che in quei giorni al Grand Hotel c’era anche la famiglia Arpesella: Pietro, il figlio di Marco, era il mio amico, e con lui trascorrevo le mie giornate. Oggi la struttura è magistralmente custodita dalla famiglia Batani, da Cristina e Paola in particolare, ma è stata salvata da Tonino Batani, un visionario dell’accoglienza romagnola. E cinquantatré anni dopo, quella terrazza, quella luce d’agosto, le ritrovo identiche ogni volta che ci torno con la mia famiglia.
Poi arrivò il 1978, il rapimento di Aldo Moro, e con lui il declino di un uomo che aveva costruito tutto sul sapersi trasformare in altri: le sue imitazioni, già registrate per lo show Ma che sera, furono cancellate dai palinsesti.
Quel colpo, insieme a una vita privata che si sgretolava, lo travolse. Si tolse la vita il 3 dicembre 1979, a 47 anni, nella clinica romana Villa Stuart, dove era ricoverato per curare una forte depressione.
Ricordo lo shock quando lo seppi. Avevo ancora negli occhi quell’estate, un uomo elegante, capace di scrivere due righe bellissime a un bambino di otto anni solo per farlo felice. Ecco che cosa erano certi artisti.
Non si davano solo al pubblico, quando le luci si accendevano. Si davano anche a un bambino, dall’altra parte di un tavolo da ping-pong, in un giardino che c’è ancora.