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«Gli infermieri italiani non ce la fanno più, la Svizzera è molto più ambita: siamo tenuti in considerazione, rispettati e la paga è più alta»

August 16, 2026

La distanza è di quattro, cinque ore da casa, ma la differenza è abissale. Non solo per la paga: a cambiare sono soprattutto le condizioni lavorative e la mentalità. A Zurigo, in Svizzera, infatti, un infermiere è tenuto in considerazione, viene visto come «un professionista con una propria competenza, non come qualcuno che esegue soltanto delle istruzioni». Lo racconta Klodjan Lamcja, 29 anni, a ilfattoquotidiano.it, che all'inizio era un po' stranito dal fatto che si presentasse ai pazienti con "Herr Lamcja", signor Lamcja, a cui aggiunge la professione, e non solo come Klodjan: «In Italia ero abituato al fatto che il titolo davanti al cognome fosse associato soprattutto ai medici».

Ha lasciato l'Italia 4 anni fa, oggi lavora nell'ospedale universitario di Zurigo e aiuta chi sogna un trasferimento tramite la pagina Instagram @infermierezurigo. Continua a perfezionarsi: ora si sta formando per diventare infermiere di anestesia. Tra le decine di messaggi che riceve ogni giorno dagli operatori sanitari, ce n'è uno che è un leit motiv: «Non ce la faccio più».

«Siamo stanchi»

Il quadro è preoccupante. Tra turni massacranti, possibilità di crescita nulla, la mancanza di un riconoscimento reale dopo anni investiti nello studio, Lamcja è chiaro: «Quello che sento dire di più è che le persone sono esauste». E sottolinea: non solo per gli stipendi. «Non è solo una questione economica: è la sensazione di non essere valorizzati».

Proprio per questo, sono sempre di più i sanitari italiani che desiderano una carriera all'estero. In Italia, gli sforzi spesso non vengono ripagati: impegno, master, specializzazioni, la carriera non avanza e lo stipendio rimane uguale. «Alla fine spesso ti viene detto: “Bravo, hai fatto qualcosa in più». Spesso gli scrivono i neolaureati, spaventati dalle prospettive, ma non mancano i colleghi più anziani, con oltre vent'anni di esperienza, fino ai genitori di chi vorrebbe lavorare nella sanità: «Mi colpiscono molto i genitori che mi scrivono per chiedermi informazioni.

Sono loro che cercano una soluzione perché vedono i propri figli frustrati e demotivati. Ti fa capire quanto il problema sia diventato grande».

I pro e i contro

Klodjan, però, non romanticizza la sua esperienza, tantomeno la Svizzera. Illustra con schiettezza i pro, ma anche i contro, smontando i luoghi comuni. Il primo è il costo della vita: alot, sì, ma è tutto in proporzione agli stipendi: «Sono tre volte quelli italiani perché la vita costa due volte tanto. Guadagni di più e, alla fine, riesci comunque a risparmiare». Ma mette in guardia sull'integrazione, che secondo lui rappresenta la vera difficoltà: a partire dall'importanza della lingua. Il tedesco è essenziale, ma integrarsi con gli svizzeri, per quanto Zurigo sia una città internazionale, è complesso: «Creare una vera amicizia con persone cresciute qui può essere più complicato».

E se a livello professionale le soddisfazioni sono tante, ci sono alcuni lati piuttosto difficili che non vuole edulcorare. «Durante le visite con i medici io sono una parte attiva. La mia opinione professionale viene ascoltata. In Italia non mi era mai capitato di avere una tale considerazione». Ma il rovescio della medaglia è il carico di lavoro, che per un infermiere a tempo pieno arriva a 42,5 ore settimanali. Klodjan lancia un avvertimento: se si vuole affrontare un tale cambiamento, bisogna essere consapevoli. All'inizio, tra una lingua da imparare, un sistema sanitario e un modo di lavorare diversi, «è difficile. Nei primi tre o quattro mesi devi resistere. Poi, se superi quella fase, tutto diventa più semplice»

Proprio per questo, gli è capitato di sconsigliare di partire ad alcuni ragazzi, soprattutto se la motivazione principale è lo stipendio: «Andare via non è sempre la soluzione migliore». A chi, invece, è deciso, dà quello che è il consiglio più importante: imparare la lingua. «Puoi essere il miglior infermiere del mondo, ma se non riesci a comunicare con il paziente e con i colleghi diventa tutto più difficile». In ogni caso, secondo lui, anche se non ci fosse alcuna differenza tra gli stipendi italiani e quelli svizzeri, in molti non tornerebbero comunque. «È una combinazione di fattori: la valorizzazione della professione, la qualità della vita, la sicurezza, il funzionamento dell’intero sistema»


Ultimo aggiornamento: domenica 16 agosto 2026, 16:32

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