"Da quando è nato, vivo nella follia", confessa la protagonista di un vecchio romanzo di Marguerite Duras, I cavallini di Tarquinia. Sta parlando del proprio figlio con un uomo; lui le risponde che si vede da come guarda il bambino: è quasi insostenibile.
Io l’ho temuta, quella follia che è innamoramento e terrore, passione nel senso di intenso trasporto ma anche di sofferenza ineludibile: come fai a difendere tuo figlio? Come puoi accettare che sia mortale? Ho temuto che la follia potesse sopraffarmi, che fosse appunto insostenibile. A volte penso che, se un figlio fosse arrivato in modo imprevisto, se la sua nascita non fosse dipesa da una mia decisione, quella paura l’avrei sconfitta. Poi leggo romanzi come Le cose in natura semplicemente crescono di Yiuyn Li – Premio Pulitzer 2026 – e mi sento colpevole, ottusa nel mio riparo di donna senza figli, il riparo da un dolore che non si può tollerare.

Yiuyn Li ha perso Vincent nel 2017 e James nel 2024: si sono uccisi entrambi, ancora adolescenti. Lei è sopravvissuta alla loro morte, e non smette di esistere, perché è l’unica maniera in cui può continuare ad amarli. Abita in un abisso, e in quell’abisso seguita a essere madre, seppure una madre senza figli. Da quell’abisso scrive. Ha cercato nell’inadeguatezza della lingua il lessico, la sintassi per raccontare la propria condizione. Ha concepito un libro per ciascuno dei suoi figli – non su, ma per.
Il suo memoir (tradotto in italiano da Laura Noulian per NN) è tra i libri più belli che abbia letto. È quasi insostenibile. La scrittura sembra sconfinare la capacità umana di dire, è distillata al punto che la sua purezza lascia attoniti.
Una volta Vincent chiese alla madre perché lei, che fin da piccola aveva colto la desolazione del mondo, avesse voluto figli. Ho temuto una simile domanda. Con perentorietà misogina, Duras riteneva dimezzata una donna senza figli – proprio lei, che in un’intervista del ’76 definì il parto «la cosa più vicina all’assassinio». Dentro il grembo materno il bambino fluttua in una beatitudine che la nascita interrompe: «la prima manifestazione della vita è il dolore»; il neonato urla come qualcuno che non vuole uscire. Duras arrivò a dire che la maternità è un crimine, perché dare la vita è sempre anche condannare alla morte.
È stato questo terrore a bloccarmi: del resto ogni razionalità, spinta all’estremo, è una nevrosi. «I figli muoiono, e non sono felici», scrive Yiuyn Li, e il suo memoir è un’interrogazione perpetua su che cosa due genitori possano fare per un figlio: qualunque cosa facciano per lui, dice, non sempre riescono a tenerlo in vita. Non possono rendere il mondo intero più accogliente, non possono convincere quel figlio che la vita sia vivibile, né che – qualora lui la consideri vivibile – questo debba bastargli per viverla. Ma anche chi si sottrae merita rispetto: amare i propri figli significa per Li non biasimare la loro scelta.
Nel suo rispetto, io leggo non la rassegnazione, ma la lucidità che viene dall’abisso, e una fiducia rigorosa nel pensiero. La gente può ferire i nostri sentimenti, dice Li, ma non il nostro pensiero. Forse, spinta all’estremo, la fiducia nel pensiero è una nevrosi, ma che cos’altro abbiamo di più forte in quanto umani? In natura gli esseri viventi nascono con l’istinto di restare vivi, e crescono finché non muoiono. Se tutto ciò valga la pena, nessuno può saperlo, nemmeno Li. Ma nella pietas di questo suo libro così terso io ho trovato il tentativo più prossimo di una possibile salvezza.