ROMA – L’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto va chiusa entro 90 giorni. La Corte d’appello di Milano, sezione imprese, accoglie il reclamo dell’associazione “Genitori Tarantini” e di altre formazioni civiche, riconoscendo che le emissioni nocive e la presenza di amianto rappresentano un pericolo potenziale. Il provvedimento, che l’azienda è pronta a impugnare, rischia di far naufragare le trattative per la cessione del complesso siderurgico. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, lo ammette senza troppi giri di parole. «Le sentenze sono sentenze, valgono per tutti – afferma -. È un fatto che stravolge la fase di cessione abbastanza avanzata, prossima alla definizione con la controparte, in questo momento cambia la vicenda». Tutto il comparto siderurgico potrebbe subire contraccolpi pesanti. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, va giù durissimo. «Quella sull’ex Ilva – osserva – è l’apoteosi di un approccio giudiziario che ignora la realtà industriale. Pretendere la rimozione dell’amianto dai cowper di un altoforno significa imporre una prescrizione incompatibile con la tecnologia stessa dell’impianto. Se gli stessi criteri venissero applicati a tutta la siderurgia europea, gli altiforni del continente sarebbero costretti a fermarsi. È una clamorosa ingiustizia che colpisce solo l’industria italiana».
Le prescrizioni dei giudici
Per i giudici di Milano, i rischi sanitari «vanno ridotti entro i limiti di sicura accettabilità». La ripresa della produzione potrà avvenire soltanto dopo la bonifica completa e integrale dall’amianto e la riduzione delle emissioni di polveri sottili, che vanno riportate nei limiti di legge, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate annue. Contro la sentenza del tribunale del capoluogo lombardo, che aveva imposto lo spegnimento degli impianti a partire dal prossimo 24 agosto, avevano fatto ricorso sia l’associazione “Genitori Tarantini” sia le strutture commissariali di Ilva spa e Acciaierie d’Italia. Secondo la Corte d’appello, le domande dei cittadini non possono essere considerate generiche. Esiste un pericolo persistente dovuto al progressivo deterioramento degli impianti.
I rischi per ambiente e salute
La Corte d’appello evidenzia il continuo superamento dei limiti di emissione e dispone la disapplicazione parziale dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025, ritenendola priva di tutele adeguate sul fronte delle polveri sottili. Stesso discorso per l’amianto. Secondo i giudici, «è l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura, che si presenta in misura quattro volte superiore nella popolazione di Taranto e Statte». Per questo ritengono inaccoglibili i rilievi dell’azienda, secondo cui la rimozione potrà avvenire solo quando sarà cessato il ciclo produttivo degli impianti.
I sindacati a Palazzo Chigi
Il provvedimento della Corte d’appello di Milano coglie in contropiede il governo, che due settimane fa aveva fissato per oggi a Palazzo Chigi la riunione del tavolo tecnico con i sindacati. Appresa la notizia, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, convoca d’urgenza una riunione con ministri e sottosegretari coinvolti nel dossier ex Ilva. L’esecutivo fa sapere in una nota che «il decreto interviene proprio nel momento in cui si era prossimi alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico». Nel prendere atto della decisione dei giudici, il governo considera il confronto con i sindacati «ancora più necessario», visto anche il numero di lavoratori coinvolti. Il Consiglio dei ministri, inoltre, conferma lo stanziamento dell’ulteriore tranche di 100 milioni del prestito, necessaria per assicurare la continuità operativa dell’azienda, in attesa del perfezionamento della cessione dell’area a freddo.
Trattativa appesa a un filo
A questo punto, però, il timore è che la trattativa possa saltare. I commissari hanno esaminato le proposte di Jindal Steel International e di Flacks Group. Gli indiani, finora considerati favoriti, potrebbero tirarsi indietro. L’altro contendente, il fondo statunitense Flacks, è invece pronto a rilanciare con il progetto Flacksider, creato in collaborazione con Danieli e Metinvest. Al momento, però, le incognite sono più delle certezze.