Introduzione
Da mesi circola l'idea che gli Stati Uniti siano rimasti senza missili dopo l'intenso impiego di armi di precisione nella guerra contro l'Iran, iniziata il 28 febbraio 2026 e ancora in corso nonostante la pausa dei raid delle ultime ore. La realtà, ricostruita dagli analisti del Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, è più sfumata: l'arsenale americano non è vuoto e basta a fronteggiare qualsiasi scenario mediorientale, ma il consumo record di Tomahawk, Patriot e THAAD ha aperto quella che gli esperti definiscono una "finestra di vulnerabilità", con tempi di ricostituzione delle scorte che si misurano in anni. Ecco cosa emerge dai dati.
Sceglici su:
Quello che devi sapere
La domanda: gli Stati Uniti sono davvero a corto di missili?
La risposta breve è no, ma con un'importante precisazione. Secondo l'analisi del CSIS, il think tank di Washington guidato in questo studio dall'ex colonnello dei Marine Mark Cancian, gli Stati Uniti dispongono di munizioni sufficienti per qualsiasi scenario plausibile nella guerra con l'Iran. Il problema non è l'assenza di armi oggi, ma il fatto che l'impiego intensivo degli ultimi mesi ha ridotto le riserve di alcuni vettori d'élite a livelli che gli analisti considerano critici in prospettiva, soprattutto pensando a un eventuale futuro confronto nel Pacifico occidentale con la Cina.
Csis
Perché non esistono dati ufficiali pubblici sulle scorte
Le quantità esatte di missili immagazzinati sono coperte dal segreto di Stato. Il Dipartimento della Difesa non diffonde il conteggio preciso delle giacenze, perché rivelare quanti intercettori Patriot o quanti missili da crociera Tomahawk restano nei depositi fornirebbe ad avversari come Cina e Russia informazioni preziose sulla reale capacità operativa immediata di Washington. Le posizioni ufficiali tendono anzi a rassicurare: i vertici della Difesa ripetono che le forze armate mantengono capacità adeguate a rispondere a qualsiasi minaccia.
pubblicità
Come gli analisti ricostruiscono i numeri veri
In assenza di cifre ufficiali, i ricercatori del CSIS ricostruiscono il quadro incrociando tre fonti indirette. La prima sono i documenti di bilancio del Pentagono presentati al Congresso, che indicano anno per anno quanti missili vengono ordinati e finanziati. La seconda è la capacità produttiva effettiva dell'industria aerospaziale e della difesa. La terza è la stima dei lanci effettuati nelle operazioni recenti. Proprio su queste basi il CSIS ha calcolato che, prima dell'avvio dell'operazione Epic Fury il 28 febbraio, gli USA disponevano di circa 3.100 Tomahawk, stima ricavata dai documenti di bilancio per l'anno fiscale 2027.
Tomahawk: oltre 1.000 lanciati, quasi un terzo dell'arsenale
Il colpo più consistente ha riguardato i missili da crociera Tomahawk. Secondo le stime CSIS, riprese dal Washington Post e dal Wall Street Journal, la Marina americana ne ha lanciati più di 1.000 nei 39 giorni di conflitto pieno, circa un terzo dell'intero inventario. Il nodo è la produzione: oggi ne vengono fabbricati meno di 200 all'anno, effetto di ordinativi contenuti in passato, a fronte di un obiettivo dichiarato dal produttore Raytheon di superare i 1.000 pezzi l'anno. Ricostituire le scorte prebelliche, stima il CSIS, potrebbe richiedere tempo fino alla fine del 2030.
pubblicità
Patriot e THAAD: intaccata metà delle scorte
Anche le difese anti-missile hanno pagato un prezzo alto. Il CSIS stima che siano stati lanciati tra 1.060 e 1.430 intercettori Patriot, quasi la metà delle scorte precedenti la guerra, con un ripristino previsto attorno alla metà del 2029. Ancora più critica la situazione del sistema THAAD, pensato per intercettare missili balistici ad alta quota: gli intercettori impiegati sarebbero tra 190 e 290, pari secondo il think tank ad almeno il 50% delle riserve disponibili, con stime che in alcuni casi arrivano fino all'80%. È la categoria che Cancian giudica la più depauperata.
Il vero collo di bottiglia: i tempi di produzione
La differenza decisiva non sta in quante armi restano nei depositi, ma in quanto tempo serve per rimpiazzarle. E qui i numeri sono impietosi: secondo le stime CSIS riprese da Al Jazeera, per il Tomahawk servono dai quattro ai cinque anni, per il THAAD tra tre e tre anni e mezzo, mentre i sistemi Standard Missile (SM-3 e SM-6) richiedono circa tre anni ciascuno. Fanno eccezione i JASSM (circa un anno) e i PrSM (otto mesi), più rapidi da ricostituire. Sul fronte delle difese aeree, secondo i dati riportati da CNN il Pentagono sta ricevendo circa 15 nuovi Tomahawk e 20 nuovi Patriot al mese, con nessuna consegna di THAAD prevista nel 2026.
pubblicità
Il nodo delle materie prime: il gallio cinese
A rallentare tutto contribuisce un ostacolo esterno alle fabbriche americane. I radar dei sistemi THAAD e Patriot dipendono dalla tecnologia al nitruro di gallio, e la Cina controlla circa il 98% del mercato mondiale del gallio. Nonostante la tregua commerciale tra Trump e Xi siglata a Busan nell'ottobre 2025, un'analisi CSIS del maggio 2026 rileva che l'accesso statunitense al gallio di origine cinese resta limitato, creando attriti sulle linee di produzione dei radar indipendentemente dai fondi disponibili. Un collo di bottiglia che il denaro, da solo, non basta a sciogliere.
La "finestra di vulnerabilità" e lo sguardo alla Cina
Il vero timore degli analisti non riguarda l'Iran, ma il fronte del Pacifico. Come scrivono Cancian e il coautore Chris Park, gli Stati Uniti hanno munizioni a sufficienza per ogni scenario plausibile nella guerra iraniana, ma le scorte ridotte hanno aperto una "finestra di vulnerabilità" per un potenziale conflitto nel Pacifico occidentale. Il riferimento implicito è a Taiwan: alcuni vertici militari statunitensi ritengono che la Cina possa sentirsi in condizione di tentare un'azione contro l'isola già nel 2027, proprio mentre gli arsenali di precisione americani sono ai minimi degli ultimi anni.
pubblicità
La replica del Pentagono: "Nessuna carenza"
Il Dipartimento della Difesa respinge però l'allarme. Il capo portavoce Sean Parnell, in una dichiarazione ripresa da Fox News, ha negato le voci di scorte insufficienti: "L'esercito americano è il più potente al mondo e ha tutto ciò che gli serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente". Parnell ha inoltre sottolineato che, come ripetuto più volte dal segretario Pete Hegseth, è servito meno del dieci per cento della potenza navale americana per controllare il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto di Hormuz. Il Pentagono insiste dunque sul fatto di mantenere un arsenale profondo di capacità.
Quanto costa un missile
Dietro la difficoltà a ricostituire le scorte c'è anche il fattore costo. Ogni intercettore THAAD, secondo i dati riportati da Small Wars Journal, costa circa 15,5 milioni di dollari, salito dai 9,5 milioni del 2021. Un intercettore Patriot PAC-3 si aggira sui 3,9 milioni, mentre un missile da crociera Tomahawk costa circa 2,6 milioni. Cifre che spiegano perché espandere la produzione di questi vettori "esclusivi" imponga esborsi enormi: il piano annunciato nel 2026 per portare la produzione di THAAD a 400 intercettori l'anno comporterebbe da solo una spesa di oltre 6 miliardi di dollari annui.
pubblicità
L'effetto Ucraina: le forniture che pesano sui Patriot
A tendere ulteriormente le scorte concorre il sostegno militare all'Ucraina. Le consegne di intercettori Patriot a Kiev avevano già ridotto le riserve americane prima ancora della guerra iraniana. Secondo quanto riportato, il Pentagono ha inoltre ritardato 400 milioni di dollari di aiuti militari approvati per l'Ucraina nell'anno fiscale 2026, in parte proprio per dirottare intercettori Patriot e THAAD verso le operazioni contro l'Iran. Un travaso che fotografa la pressione simultanea su più fronti a cui è sottoposto oggi l'arsenale statunitense.
pubblicità