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Il caldo alimenta l'ameba magia-cervello, l’infezione killer che uccide in silenzio. Sintomi, come si contrae e dove si trova

July 16, 2026

Roma, 16 luglio 2026 – Torna la “stagione dell'ameba mangia-cervello” e quest’anno l’allarme colpisce soprattutto i grandi parchi nazionali americani. Ma, come succede quasi ogni estate, basta evocare il rischio che, tirando su col naso un po’ d’acqua durante un bagno, si possa prendere un parassita che raggiunge il cervello e poi lo mangia lentamente, per riaccendere una fobia generale.

La colpa per questa nuova stagione arriva dagli Usa dove uno studio, pubblicato a fine primavera sulla rivista scientifica Acs Es&T Water, ha analizzato 185 campioni d'acqua raccolti tra il 2016 e il 2024 in 40 diversi siti turistici in 5 dei maggiori parchi nazionali degli Stati Uniti.

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Naegleria fowleri (ameba mangia cervello)

I parchi Usa contaminati

Il risultato è stato che la Naegleria fowleri, il nome scientifico dell’ameba magia-cervello, è stata rilevata nel 34% dei campioni, in particolare nel parco di Yellowstone nel Wyoming, nei fiumi Firehole e Boiling River, e alle sorgenti termali di Lewis Lake, nel Grand Teton sempre in Wyoming nelle zone di Polecat, Huckleberry, Granite, e poi nell'area di Lake Mead in Arizona, su confine col Nevada, nei siti Blue Point, Boy Scout, Nevada e Rogers Hot Spring.

Nessuna traccia invece negli altri due parchi analizzati a Olympic nello stato di Washington e a Newberry nell’Oregon. Sono risultati che hanno fatto un certo scalpore e sono stati ripresi da diversi media statunitensi perché i tre parchi risultati “positivi” all’ameba sono tra quelli più visitati, tanto che solo nel 2025 hanno registrato insieme 14,7 milioni di visitatori. Lo studio rivela che nel sito di Polecat Springs nel Gran Teton, nel 2023, è stata misurata la concentrazione più alta, 115,7 cellule per litro, un valore oltre il limite di 100 cellule/litro fissato da un paese come la Francia per la salubrità delle acque di siti ricreativi, oppure oltre lo standard adottato in Australia. Gli Stati Uniti invece non hanno una soglia ufficiale di riferimento per questo tipo di rilievi.

Solo 4 sopravvissuti su 167 casi

Ma i titoli allarmistici raccontano solo metà della questione. Se si osservano i dati storici del Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) emerge che tra il 1962 e il 2024 negli Stati Uniti sono stati registrati 167 casi di meningoencefalite amebica primaria (Pam), con una letalità quasi totale (solo 4 sopravvissuti), ma pari a meno di 10 casi l'anno, a fronte di un numero incalcolabile, stimabile in centinaia di milioni, di bagni e tuffi in laghi, fiumi o sorgenti d’acqua dolce in tutto il nord America. In Australia, dove il monitoraggio è regolare e ci sono protocolli specifici attivi da tempo contro la diffusione dell’ameba, i decessi totali dal 1965 sono stati appena 19.

I Paesi più a rischio

Lo studio comunque fornisce alcuni dettagli significativi sulla diffusione riscontrata negli ultimi anni di un essere unicellulare che ha bisogno di acque calde per vivere. Geoffrey Puzon, uno degli autori dello studio e ricercatore dell'agenzia scientifica nazionale australiana, spiega che l'ameba mangia-cervello ha storicamente colpito soprattutto Stati del sud come Arizona, Texas e Florida, ma che negli ultimi decenni il suo areale si starebbe spostando verso nord, in zone più fresche, complice il riscaldamento globale. A conferma c’è il dato che il decesso per Naegleria fowleri avvenuto più a settentrione è accaduto nel Minnesota.

Le zone più a rischio per questo genere di infezioni non sono paesi né come gli Usa né come l’Australia, ma gli stati più caldi, e anche più poveri e popolati. Come l'India dove l’anno scorso si è verificata l’ultima grande epidemia di ameba mangia-cervello. In Kerala a settembre 2025 sono stati registrati 170 casi che hanno portato a 42 decessi, una diffusione spiegata dalla presenza di quasi 5,5 milioni di pozzi e 55mila stagni usati abitualmente dalla popolazione per gli usi quotidiani anche in casi in cui sono segnalati rischi sanitari.

Come si contrae l'infezione

Contrarre l'infezione, in ogni caso, non è facile e richiede una sequenza sfortunata di eventi: l'ameba non si trasmette per via orale né da persona a persona, ma bisogna inalarla dalle narici e poi deve essere in grado di risalire fino al cervello.

In Italia prendere l’ameba è un evento rarissimo, ma non impossibile. E sono solo due gli episodi documentati di recente. Durante la calda estate del 2003, in Veneto, un bambino di 9 anni morì per una forma fulminante di meningoencefalite dopo aver giocato in una piccola piscina alimentata con acqua del fiume Po, dieci giorni prima del comparire dei sintomi. Un altro caso è avvenuto nel 2021 quando l'ospedale Gaslini di Genova ha descritto il decesso di un 17enne siciliano morto per meningoencefalite da Balamuthia mandrillaris, un altro tipo di ameba rispetto alla “mangia-cervello” Naegleria fowleri ma comunque nota per causare infezioni cerebrali letali.

I sintomi

Essere colpiti dall’ameba mangia-cervello è altamente improbabile e, nel caso accada, non sarebbe neanche semplice accorgersene. I primi sintomi sono mal di testa, febbre e nausea, quindi malesseri che possono somigliare a molte altre patologie più comuni. Però in breve tempo le condizioni peggiorano fino al coma e poi la morte avviene in pochi giorni. L’infezione Naegleria fowleri è letale nel 97% dei casi.

Come difendersi

I protocolli medici dicono che, davanti a sintomi improvvisi dopo un bagno in acqua dolce calda, occorre rivolgersi subito a un medico segnalando il sospetto di esposizione all’ameba, anche se l’azione più efficace resta la prevenzione. E per questo bisognerebbe evitare che l'acqua entri nel naso quando si fa il bagno in acque non salate e calde, non immergere la testa nelle sorgenti termali, evitare di scavare nei sedimenti sul fondo e non usare acqua non trattata opportunamente per i lavaggi nasali. Gli stessi autori dello studio americano invitano alla cautela e non a farsi prendere dalla paura se si visitano le zone dove è stata riscontrata la presenza dell’ameba, e aggiungono che serve divulgare le corrette informazioni, posizionare la segnaletica di allerta dove necessario e certo non diffondere allarmi generalizzati. Dovrebbe essere così nei grandi parchi americani e anche in tutte le altre località balneari di questa estate dove il pericolo maggiore non sembra quello di venir colpiti da un’ameba che si mangia il cervello, ma di essere presi da una fobia sproporzionata, alimentata da disinformazione e clamore mediatico.