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Il cardinale di Algeri Vesco: «Il militarismo più l’IA, così può finire il mondo. Netanyahu? Vuole la cancellazione del popolo palestinese»

August 23, 2026

Dalla nostra inviata a Rimini

È cardinale ad Algeri, ma è nato in Francia, dove per anni ha esercitato la professione di avvocato prima di entrare nell'Ordine domenicano. Leone XIV ha voluto Jean-Paul Vesco tra i suoi consiglieri economici. Al Meeting è arrivato per parlare di pace, dialogo e unità. Parole che, nello scenario internazionale rischiano di assomigliare più a sogni che a obiettivi politici.

Il Papa è tornato a denunciare l'enorme quantità di denaro destinata agli armamenti a scapito dello sviluppo...

«La tendenza è proprio questa .I più forti sono quelli che possiedono gli eserciti più grandi. Oggi la potenza militare sta diventando il criterio determinante. Vediamo che chi possiede più armi oggi è anche il più forte. Ma più armi ci sono, più ci si avvicina alla guerra. Non si tratta semplicemente di scegliere tra occuparsi degli armamenti oppure dello sviluppo. La corsa agli armamenti, sommata all’intelligenza artificiale, forse ci sta conducendo verso la fine di un mondo..»

L'Europa, però, davanti a questo scenario non dovrebbe dotarsidi un esercito comune?

«Non credo molto a un esercito comune, perché gli armamenti non sono gli stessi e gli eserciti continuano a dipendere dai singoli Paesi. Quando avevo vent'anni e facevo il servizio militare non avrei mai immaginato che un giorno avremmo rivisto in Europa carri armati, trincee emille morti al giorno.»

In Ucraina...

«Qualcosa di completamente folle. Non so dove stiamo andando. Esercito comune o no, ciò che è certo è che oggi i nostri Paesi stanno entrando in un'economia di guerra. Non avrei mai immaginato di sentire il presidente del mio Paese dire che dobbiamo entrare in un'economia di guerra. Per me significa che ci stiamo preparando alla guerra, non a evitarla. Sembra che si sia dimenticato l'orrore assoluto.»

Papa Francesco parlava di una terza guerra mondiale a pezzi...

«Le guerre cominciano sempre così: avanti, andiamo in guerra. Oggi vedo un solo leader che ogni giorno ripete “fermatevi”, ed è Papa Leone. Durante il Concistoro lui ci ha detto: “Sostenetemi, siate con me in questa battaglia contro la guerra”. Non è soltanto una questione di ciò che diplomaticamente può fare la Santa Sede: immaginate un miliardo e mezzo di fedeli se dicessero insieme: “basta”. Quando il Papa chiede di sostenerlo parla a tutta la Chiesa anche se nella Chiesa non vedo ancora vera consapevolezza del rischio che stiamo correndo.»

Non resta spazio nemmeno per il concetto cristiano di guerra giusta?

«Il problema è che per chi combatte la propria guerra è sempre giusta. Naturalmente esiste il diritto di difendersi, ma fino a quale punto? In ogni caso non è la guerra in sé a essere giusta. Alla fine non sappiamo più dove mettere il confine.»

Veniamo a Gaza. C'è chi sostiene che sia in corso un genocidio. Leiusa questa parola?

«Sì. Ho vissuto due anni a Gerusalemme e sono stato diverse volte a Gaza durante l'Intifada. Ho conosciuto i checkpoint e ho visto con i miei occhi l'umiliazione che significavano. Oggi è molto peggio. Già allora era difficile credere nella soluzione dei due Stati perché le autorità israeliane — e sottolineo: il potere politico dello Stato di Israele, non gli ebrei — non la volevano. Netanyahu non la vuole da più di vent'anni.»

Lei vede una strategia precisa?

«Sì. Già vent'anni fa non esisteva una vera continuità territoriale traCisgiordania e Gaza. La strategia è stata portata avanti per decenni: colonie, colonie, colonie. A quel punto non hai più uno Stato, hai un arcipelago. Per questo già allora si parlava di “entità palestinese” e non realmente di Stato.»

Poi è arrivato il 7 ottobre: un pogrom in piena regola...

«Unatto diterrorismo. Orribile. Su questo non può esserci alcuna ambiguità. Ma Hamas è anche il miglior nemico dell'attuale potere israeliano. Nel frattempo sono stati indeboliti Fatah e coloro che hanno cercato la strada della pace. E poi la risposta al 7 ottobre è diventata sproporzionata.»

Fino al punto da poter parlare di genocidio?

«Soprattutto quando si nega a un popolo la possibilità stessa di esistere. Poi esiste un secondo livello, quello della distruzione fisica delle persone, che è massiccia. Naturalmente ciò che accade oggi non è la Shoah. Uso la parola genocidio proprio perché non la confondo con la Shoah, che resta un fatto storico unico.Ma ilfatto che le due cose non siano assimilabili non significa che non si possa parlare di genocidio. Per me oggi il potere israeliano ha una logica genocidaria perché punta alla scomparsa del popolo palestinese come realtà politica e territoriale. E poi leggo quello che accade in una chiave coloniale.»

In che senso?

«Oggi vedo una colonizzazione. Conquistare significa prendere un territorio e cacciarne gli abitanti oppure assoggettarli. Ogni processo coloniale contiene una componente potenzialmente genocidaria»

Quindi considera l'annessione della Cisgiordania parte di un progetto?

«È evidente che la Cisgiordania rientra nel progetto del Grande Israele. Adesso si occupa tutto ciò che è possibile occupare perché si è aperta una finestra che prima non esisteva. Per anni il potere israeliano non poteva fare certe cose a causa dello sguardo internazionale. Oggi sente di avereuna sorta di copertura.»

Ma una parte della società israeliana si oppone.

«Ed è fondamentale dirlo. Ci sono moltissimi israeliani indignati, che si ribellano e la cui voce non viene ascoltata. Sono loro a salvare l'anima di Israele. C'è qualcosa di terribile nel vedere un Paese nato dopo la Shoah comportarsi in questo modo. Viene spontaneo pensare a coloro che, inaltri momenti della storia, hanno salvato l'onore del proprio popolo opponendosi al potere. Penso, per esempio, a Bonhoeffer e a quei tedeschi che resistettero a Hitler.»

Sta paragonando Netanyahu a Hitler?

«No, assolutamente. I contesti sono completamente diversi. Il paragone riguarda chi resiste. A un certo punto coloro che si oppongono possono diventare pochi, eppure sono proprio loro a salvare l'anima del proprio popolo. Perché quello che sta accadendo oggi è grave. Ed è sotto gli occhi ditutti.»

Lei è stato nominato nel Consiglio per l'Economia. Perché il Papa ha scelto lei, forse perchè prima di diventare domenicano era avvocato?

«Bisognerà chiederlo a lui!»

Quindi lei non lo sapeva?

 «Quando si viene nominati non si conoscono le ragioni. Ci chiamano per dirci che siamo stati nominati. Quindi, molto francamente, non conosco il motivo. Forse ci sono ragioni oggettive. Sono avvocato. Ho studiato. Ho fatto un MBA. Sono cose che... guardando il mio curriculum vitae, non è completamente anomalo».

E' vero che lei corre le maratone?

«Sì, sono maratoneta. Ho corso anche la maratona di Roma».

E ha anche detto che chi corre prega due volte...

 «Sì. Come diceva Agostino a proposito di chi canta. Io quando corro prego. Innanzitutto per me si pone un problema, perché al mattino a volte devo scegliere tra andare in cappella oppure andare a correre. E generalmente vado a correre. Quindi devo comunque pregare! [ride]. È un bisogno che ho fin dall’infanzia, quello di correre, finché posso farlo. Ma è vero che quando il corpo è in movimento, la mente si calma. La mente è tranquilla. Ed effettivamente sono spesso proprio quelli i momenti nei quali si crea uno spazio. Correre significa cercare i grandi spazi. E lo spazio è sulla terra, ma nello stesso tempo apre grandi spazi nella mente. Ecco».

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