Va in pensione Giovanni Battista Re, il decano del Collegio cardinalizio che ha attraversato mezzo secolo di storia vaticana, conosciuto praticamente tutti gli ultimi Papi e conservato fino a novant'anni un'invidiabile lucidità, un carattere schietto e un umorismo proverbiale. Al suo posto arriva il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, attuale pro-prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione. Un avvicendamento che non riguarda soltanto una delle più alte cariche del Collegio cardinalizio, ma segna anche un passaggio generazionale e geografico ai vertici della Chiesa.
Re, bresciano, appartiene a quella generazione di porporati cresciuti nella diplomazia e nell'amministrazione della Santa Sede, capaci di muoversi tra le complessità della Curia senza perdere il gusto della battuta e, soprattutto, della franchezza.
Negli ambienti vaticani è sempre stato considerato un personaggio fuori dal comune: modi cordiali, grande esperienza, una certa insofferenza per le inutili complicazioni burocratiche e nessuna particolare inclinazione a nascondere ciò che pensava. Anche quando davanti aveva il Papa.
Con Francesco, che pure lo stimava profondamente, il rapporto era improntato a una libertà di parola piuttosto rara nelle stanze pontificie. Più di un testimone ricorda le discussioni a Santa Marta, dove la voce del cardinale, resa ancora più sonora dai problemi di udito, talvolta risuonava nei corridoi. Davanti ad alcune scelte di Bergoglio considerate troppo brusche rispetto alla tradizione, Re non avrebbe esitato a protestare: «Guarda che ti abbiamo eletto per governare la Chiesa e non per smontarla». Una frase che restituisce il carattere del personaggio, ma anche il tipo di rapporto che Francesco aveva saputo mantenere con un cardinale tutt'altro che disposto ad assecondarlo su tutto.
La sua autorevolezza derivava proprio da questa combinazione di fedeltà istituzionale e indipendenza personale. Re non è mai stato un oppositore organizzato di Bergoglio, né un interprete delle battaglie ideologiche che hanno attraversato il pontificato argentino. Apparteneva piuttosto a una scuola curiale nella quale la lealtà verso il Pontefice non escludeva il diritto, e talvolta il dovere, di manifestare apertamente il proprio dissenso.
A consegnarlo alla cronaca più recente è stato soprattutto il conclave del maggio 2025, che portò all'elezione di Leone XIV. Escluso dalla votazione per ragioni di età, ma protagonista delle fasi preparatorie in quanto decano, Re aveva scelto di recarsi a Pompei proprio l'8 maggio, giorno della tradizionale Supplica alla Madonna del Rosario. Davanti ai fedeli riuniti nel santuario espresse l'auspicio che i cardinali arrivassero rapidamente all'elezione del nuovo Pontefice, possibilmente entro quella stessa serata.
Poche ore dopo, dal comignolo della Cappella Sistina uscì effettivamente la fumata bianca. Robert Francis Prevost diventava Leone XIV, mentre a Pompei la coincidenza tra la Supplica e l'elezione veniva accolta come un segno provvidenziale. Una sorta di profezia involontaria che contribuì ad alimentare ulteriormente la fama del vecchio cardinale, già considerato da molti una memoria vivente della Curia romana.
Ora il testimone passa a Tagle. La sua designazione, comunicata dal bollettino della Santa Sede, segue l'elezione da parte dei cardinali dell'ordine dei vescovi, il gruppo più ristretto e gerarchicamente elevato del Collegio cardinalizio, del quale fanno parte anche Pietro Parolin, Leonardo Sandri e Fernando Filoni.
La scelta del porporato filippino ha un significato che va oltre la successione a Re. Tagle già arcivescovo di Manila, venne chiamato a Roma da Francesco per guidare il settore missionario della Santa Sede. Da decano del Collegio cardinalizio non eserciterà un potere di governo paragonabile a quello dei prefetti dei dicasteri, ma svolgerà una funzione istituzionale di grande rilievo, soprattutto nei momenti di passaggio tra un pontificato e l'altro. Presiedere il Collegio, ne rappresenta l'unità e, durante la sede vacante, assume compiti fondamentali nella preparazione del conclave, pur non potendo partecipare alla votazione qualora abbia superato gli ottant'anni.
Il passaggio da Re a Tagle racconta così, in miniatura, una trasformazione più ampia. Da un cardinale italiano formatosi nella grande stagione della Curia del Novecento a un porporato asiatico cresciuto nell'esperienza delle Chiese missionarie. Non una rottura, ma un cambiamento di prospettiva che riflette il progressivo spostamento del baricentro cattolico oltre l'Europa.
Con l'uscita di scena di Giovanni Battista Re se ne va soprattutto un pezzo della vecchia cultura vaticana, quella dei cardinali capaci di discutere animatamente con il Papa e poi sedersi serenamente alla sua tavola. Un mondo nel quale la franchezza poteva essere rumorosa, ma non necessariamente diventava dissenso. E nel quale persino un rimprovero al Pontefice poteva essere, a suo modo, una manifestazione di lealtà.
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