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Il cardinale Zuppi: "Chi sa confessi per far luce sul dolore"

August 3, 2026
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"Suggerisco a chi ancora può chiarire le responsabilità, di confessare le proprie colpe". Dall’altare della Chiesa di San Benedetto in via dell’Indipendenza, il cardinale Matteo Zuppi continua a chiedere a chi sa di parlare e di spiegare perché il 2 agosto del 1980 venne fatto scoppiare un ordigno nella sala d’aspetto della stazione di Bologna. È qualcosa di più di un semplice appello, è il grido di quelle 85 vittime che pur non avendo più voce continuano a esigere giustizia. "Pentirsi – prosegue il porporato – aiuterebbe una vera giustizia riparativa, cosa che farebbe bene anche a lui, svelando anche, perché questo è il vero coraggio mentre il resto è solo vigliaccheria, i modi con cui è stato possibile immaginare e realizzare tanto orrore. Perché non accada più".

Indagare sulle trame del male e combattere le complicità sono i primi passi da affrontare per chi cerca la verità, sapendo che in passato c’è chi ha pagato con la vita l’impegno di compiere il proprio dovere per districare queste matasse. "Qualche settimana fa ho ricordato Vittorio Occorsio nel luogo in cui è morto. Era un giovanissimo magistrato ucciso 50 anni fa dal comandante militare di Ordine Nuovo e poi, tra i tanti, non voglio dimenticare Mario Amato. Ucciso nel 1980 dai neofascisti del Nar perché indagava per svelare le complicità tra i terroristi neri e gli apparati dello Stato".

I nomi delle 85 vittime sono scritti nella prima pagina del fascicolo che accompagna la celebrazione di suffragio. Zuppi nella sua omelia ne ricorda quattro: Elisabetta Manea, Maria Fresu con sua figlia Angela, e Antonio Montanari. L’arcivescovo ogni anno illustrerà la vita di almeno tre di loro per sottolineare quanto sia stato "illogico e inumano" l’aver spezzato la loro esistenza. Con i suoi 3 anni Angela è la più giovane, mentre Antonio che rimase ferito aspettando l’autobus fuori dalla stazione è la vittima più anziana.

"In questa domenica ci confrontiamo con una oscurità terribile, spaventosa e inquietante che a distanza di tanti anni continua a togliere il respiro e a riempire di paure e di angosce. Perché si può arrivare a tanto? Il ricordo della strage ci fa rivivere quel dolore individuale e collettivo e farlo insieme ci aiuta a trasformarlo. Dobbiamo, però, sempre ripartire dal dolore, perché la speranza non è rimuovere i problemi, ma attraversarli".

Anche se sarà fatta piena luce sulla strage, giustizia e verità non cancelleranno l’orrore di quanto accaduto né riempiranno il vuoto lasciato dalle vittime nel cuore dei loro cari, ma sono il grado minimo per costruire una comunità che domini l’istinto di Caino per non cadere nelle finte convenienze del male. "Il dolore non è un concetto, il dolore sono persone, è molto fisico e non possiamo non associarlo a chi non c’è più perché tra gli uomini c’è chi ha pensato di essere più forte uccidendo gli indifesi, come sta accadendo nelle tante guerre che si stanno combattendo".

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