TRENTO. Mentre in Italia l'estate 2026 è stata archiviata come la più calda di sempre in moltissime aree – Trentino compreso – gli effetti del cambiamento climatico si stanno facendo sempre di più sentire in tutto il Vecchio continente, con effetti profondi anche sulle specificità dei territori per quanto riguarda l'ambito ecologico ed agricolo.
Ne avevamo parlato negli scorsi giorni con la professoressa di UniTrento Maria Giulia Cantiani, nel fare il punto sugli impatti negativi che la crisi climatica potrebbe avere nei prossimi anni a livello ecosistemico – con effetti legati a molti ambiti diversi, dalla disponibilità d'acqua alle necessità di adeguare le colture più tradizionali a un contesto climatico che di tradizionale, ormai, ha ben poco.
Ai pesanti impatti attesi in un dato territorio però, fanno da contraltare le opportunità che, inevitabilmente, il cambiamento climatico aprirà in altri: da tempo, per esempio, si parla della progressiva apertura della rotta artica, grazie alla fusione dei ghiacci marini nell'estremo nord, e alle potenzialità che offrirebbe sul piano commerciale negli scambi tra Europa e Asia.
Rimanendo sul fronte ecologico, l'aumento delle temperature medie potrebbe in futuro determinare anche un'espansione delle aree coltivabili verso il nord del pianeta, permettendo l'arrivo di colture considerate tradizionalmente appannaggio di territori a latitudini più basse. E i primi effetti, in questo senso, sembrano già vedersi in un settore ben preciso – quello vitivinicolo – in un Paese che oggi rappresenta un mercato innovativo e in forte espansione: l'Inghilterra.
E per approfondire quali siano le prospettive di un settore la cui produzione, per certi versi, richiama in parte le caratteristiche di quella trentina, il Dolomiti ha sentito due grandi esperti del mondo vitivinicolo: Marco Scartezzini, presidente di Liber Group, e Bruno Besa, managing director di Astrum Wine Cellars – una delle realtà più importanti per quanto riguarda l'importazione di vini italiani nel Regno Unito. Ma procediamo con ordine.
Innanzitutto, qualche dato. Secondo gli esperti, l'estate 2026 è stata la più calda mai registrata nel Paese, con una temperatura media di 16,5 gradi centigradi e un picco massimo di 38,2 gradi. Un'evoluzione resa sempre più probabile proprio dal cambiamento climatico di natura antropica e che segue il trend già segnato nel corso del 2025 – il precedente anno record per il Paese.
Tornando al vino, proprio nel 2025 il Paese ha raggiunto una produzione di circa 16,5 milioni di bottiglie, mentre l'aumento delle vendite è stato pari, tra il 2018 e il 2024, addirittura al 200%. I numeri, insomma, sono molto piccoli rispetto ai giganti del settore – Italia e Francia sfornano ogni anno miliardi di bottiglie – ma la crescita è netta. E quest'anno Nyetimber, uno dei nomi di punta dello spumante inglese, ha iniziato a raccogliere il 14 settembre, cinque giorni prima del suo precedente primato di precocità, il 19 settembre 2018.
“Il 2025 – riassume Besa – è stata una grandissima annata, ma dobbiamo ricordare che il mercato del vino inglese è ancora agli albori, essendosi sviluppato a partire dalla fine degli anni '90. Da un punto di vista climatico poi, di certezze ce ne sono poche: il 2024 per esempio è stato uno degli anni peggiori dell'ultimo periodo, visto che le condizioni meteo sono state un ritorno a quelle considerate più 'classiche' per il mondo inglese: lunghi periodi di instabilità caratterizzati da perturbazioni atlantiche, poco sole e temperature generalmente basse”.
Il trend climatico è però chiaro, e le possibilità di vedere una crescita sostenuta e continua del settore sono, come detto, concrete: “Negli anni '80 e '90 – continua Besa – la viticoltura inglese si reggeva sugli ibridi (varietà quindi ottenute incrociando la vite europea con altre viti, per migliorarne la resistenza ndr), con tutti i limiti del caso per il prodotto finale. Oggi invece dominano Chardonnay e Pinot Noir, e si producono anche vini fermi, perfino il Pinot Grigio. Fino a pochi decenni fa era difficile immaginare di portare in Inghilterra una produzione simile. Qualsiasi idea di viticoltura biologica era impensabile. Ma il clima sta cambiando”.
E la geologia, tra l'altro, aiuta: la fascia di gesso della Champagne passa sotto la Manica e riaffiora tra Kent, Sussex e Hampshire: “Non tutto lo spumante inglese nasce lì – precisa Besa – perché si lavora anche su terreni più pesanti (e quindi più argillosi e meno drenanti, ndr). Ma è da quella striscia che sono partite realtà come Nyetimber, oggi con 11 vigneti su 425 ettari tra West Sussex, Kent e Hampshire. Si tratta di cantine che iniziano ad avere un numero importante di ettari e di vini di riserva, magari dieci annate da assemblare, potendo quindi costruire cuvée di un certo livello. Certo, i prezzi restano piuttosto alti. Diciamo che il settore sta trovando in questa fase la sua dimensione, sia di quantità che di prezzo, ma personalmente posso dire di aver assaggiato grandissimi prodotti made in Uk”.
Poi va considerato il contesto storico: da sempre gli inglesi hanno commerciato, più che prodotto, il vino. “Porto, Madeira e Marsala – dice ancora Besa – nascono dai loro mercanti. Per secoli i grandi Bordeaux sono arrivati in botte per poi venire imbottigliati a Londra, e le grandi allocazioni di vini francesi passano ancora da lì. Anche il legame con lo champagne è profondo. Il Regno Unito è il secondo mercato estero della denominazione. Già Churchill ci scherzava: 'Una magnum di champagne è la misura giusta per due uomini a pranzo, se uno dei due non beve'”.
D'altronde, aggiunge Scartezzini, la zona meridionale dell'Inghilterra in prospettiva futura fa gola agli stessi produttori francesi di champagne, che nel frattempo “rivedono il disciplinare, con vitigni prima proibiti, e allargano la zona senza troppa pubblicità. Stanno testando il terreno”. Come in tutto il settore però, continua il presidente di Liber Group, anche il mercato inglese è rimasto particolarmente colpito dagli effetti del Covid e dall'instabilità che ne è seguita: “Dopo due anni di blocco sembrava che la ripresa non avesse più fine. Poi sono arrivate la guerra e un'instabilità totale. E le zone nuove di produzione, tra le quali il sud dell'Inghilterra, sono le prime a pagare: se devo bere una bottiglia al posto di tre, bevo quella che conosco”.
A pesare, ribadisce Besa, sono soprattutto i costi: “Essendo un settore ancora in formazione, ne ha sofferto più di altri. La terra non costa molto, ma produrre è caro. Dai legacci per le viti ai tappi, dal legno ai macchinari, tutto viene importato. Agli inglesi non manca la cultura del commercio o dell'apprezzamento, manca la tradizione produttiva”.
Pur con dati di produzione completamente diversi in termini quantitativi però, concordano i due esperti, i grandi spumanti inglesi potrebbero già oggi giocarsela con le etichette italiane in termini di qualità: “La terra è buona e il clima è sempre più giusto per la spumantizzazione – dice ancora Besa –. Siamo lontani dai livelli raggiunti dai grandi champagne, ma in Italia per dire i migliori prodotti inglesi non sfigurerebbero”. “Devo ancora trovare un ristorante in Italia che offra un vino inglese – dice Scartezzini – ma in futuro, chissà. Di certo c'è un grande problema con la fascia di prezzo, che sia i Franciacorta che i Trento Doc conoscono bene: se si supera una certa quota si entra in competizione con gli champagne, e lì ci si blocca”.
In centro a Londra però, precisa Besa, i vini inglesi ormai si trovano e i prezzi si stanno progressivamente ridimensionando: “Diciamo che oggi siamo chiaramente all'inizio della produzione vinicola inglese, ma i margini ci sono. La campagna inglese è curata con un'attenzione che non ho mai visto in nessun'altra parte d'Europa. Fino ad oggi i produttori inglesi non hanno mai cercato di espandersi e raggiungere altri mercati, ora però si stanno guardando intorno. Per questo credo si tratti di un'occasione anche per i ristoratori italiani, magari per quelli che non si trovano nelle zone più tipiche di produzione di bollicine. Ma sarebbe certamente interessante trovare la possibilità di una degustazione comparata tra bollicine francesi, italiane e inglesi”.