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Il clima cambia il volto del verde bergamasco: "Il caldo sale più in fretta di quanto la natura riesca ad adattarsi"

August 3, 2026

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3 agosto 2026 | 05:56

Il clima cambia il volto del verde bergamasco: “Il caldo sale più in fretta di quanto la natura riesca ad adattarsi”

Cristina Agape, presidente dell’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali della provincia di Bergamo: “Non basta più chiedere a un albero di essere bello, dobbiamo assicurarci che sia in grado di resistere all’isola di calore urbana”

I cambiamenti climatici stanno modificando profondamente il territorio, i boschi, l’agricoltura e anche il verde urbano. Dalla gestione delle risorse idriche alla scelta delle specie più adatte alle città, il ruolo dei dottori agronomi e forestali è sempre più centrale nella pianificazione e nella tutela dell’ambiente. Ne abbiamo parlato con Cristina Agape, presidente dell’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali della provincia di Bergamo.

Quanti sono gli iscritti all’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali di Bergamo? E qual è la distribuzione tra uomini e donne?

Attualmente contiamo 173 iscritti, di cui 31 donne e 142 uomini.

Qual è oggi il ruolo dei dottori agronomi e dei dottori forestali e quali competenze mettono al servizio del territorio?

Per rispondere a questa domanda mi piace sempre citare il nostro codice deontologico, che non è altro che il giuramento di Ippocrate dei medici. All’articolo 4 – Principi i Dottori Agronomo e i Dottori Forestali sono chiamati ad operare per la conservazione, la tutela, la gestione e la valorizzazione della natura, del paesaggio, dell’ambiente naturale, rurale ed urbano, promuovendo modelli di sviluppo sostenibile e la salvaguardia della biodiversità. Nella pratica questo si traduce in un professionista che è un consulente tecnico scientifico del territorio, delle produzioni agricole e dell’ambiente. Un’altra cosa che mi piace sempre dire è che molto spesso, alla domanda “Che mestiere fai?” noi spesso rispondiamo “Sono un dottore agronomo/forestale” e non “faccio …”, questo perché, un po’ come i medici, al di fuori del nostro studio non smettiamo di essere quello che siamo.

Il cambiamento climatico è ormai una realtà. Quali effetti stanno producendo le temperature sempre più elevate sulla natura, sulle piante e sull’agricoltura?

La risposta a questa domanda è molto complessa a seconda della scala di dettaglio con cui si guarda l’ambiente di riferimento e, soprattutto, non riguarda solo il caldo di queste settimane ma il clima in generale alle nostre latitudini. Se guardiamo a scala di bacino idrografico/regionale è sotto l’occhio di tutti come il clima in generale sta generando diversi fenomeni. Quello più lampante a mio avviso e che si può osservare tranquillamente passeggiando sulle orobie è l’innalzamento della quota del bosco e in generale la migrazione verticale delle specie (vegetali e animali) a latitudini più elevate. Una specie fra tutte è ad esempio il faggio, che sta lentamente colonizzando la fascia subalpina, risalendo i versanti delle orobie un tempo dominati da specie pioniere come il larice e l’ontano o da pascoli magri di alta quota. Le giovani piantine riescono infatti a germogliare e sopravvivere ad altitudini dove solo trent’anni fa le gelate tardive ne avrebbero distrutto le gemme. Questa migrazione incontra però un ostacolo cruciale ovvero il suolo che alle quote più elevate di fa sempre meno profondo. Il faggio si deve trovare quindi ad aspettare che le specie pioniere “preparino” il suolo attraverso la lenta decomposizione della sostanza organica. C’è quindi una corsa contro il tempo tra la velocità con cui sale il caldo e la lentezza con cui la natura crea nuovo suolo in alta montagna.

A scala di paesaggio ed ecosistema, per esempio a livello agricolo, il problema di questi anni è la gestione dell’acqua. L’alternanza tra siccità prolungate e bombe d’acqua costringe gli agricoltori e i consorzi di bonifica a ripensare le strategie per irrigare le colture estive, ad esempio attraverso sistemi di precisione, modificando anche il paesaggio agricolo tradizionale che non è più solcato da canali per l’irrigazione a scorrimento ma da manichette (tubazioni in plastica) per la microirrigazione a goccia. Se da un lato questo passaggio tecnologico garantisce un’elevata efficienza idrica e un risparmio fondamentale della risorsa, dall’altro assistiamo alla più o meno lenta perdita dei fossati e delle siepi campestri ripariali ad essi collegate, che hanno storicamente rappresentato importanti corridoi ecologici per la biodiversità. I nostri agricoltori sono chiamati a fronteggiare nostri agricoltori sono chiamati a fronteggiare una duplice crisi: da una parte lo stress idrico e termico che minaccia le rese delle colture tradizionali, dall’altra la necessità di preservare la salute dei suoli e della biodiversità. Una sfida che richiede un passaggio culturale profondo, dalla semplice gestione dell’emergenza a una vera e propria strategia di adattamento ecologico del territorio.

In ultimo a scala di singolo individuo che fa parte dell’ecosistema (urbano, naturale o agricolo che sia) gli studi ci indicano come alcune specie arboree, ad esempio, attuano una serie di strategie per fronteggiare le temperature più elevate. Alcuni recenti studi condotti durante le ondate di calore dimostrano che le chiome degli alberi non sono strutture statiche. Durante le ore di picco termico le foglie cambiano la propria inclinazione nello spazio, passando da un orientamento prevalentemente orizzontale a uno quasi verticale. Questa strategia permette di ridurre la superficie fogliare esposta alla radiazione diretta solare e mantenere la temperatura delle foglie vicina a quella dell’aria circostante.

Quali specie vegetali risentono maggiormente delle ondate di calore e perché?

Nei boschi il problema principale legato al caldo è la rottura del “sistema idraulico” che utilizzano gli alberi per trasportare l’acqua ai propri organi. Questo fenomeno si chiama cavitazione e si genera quando le temperature sono elevate e il terreno è asciutto. In questa situazione le piante “tirano l’acqua con troppa forza” e si possono creare bolle di aria che bloccano il passaggio della linfa. Le specie che soffrono di più questa situazione sono quelle che non hanno sviluppato le armi evolutive per difendersi da questo fenomeno, ad esempio il faggio (Fagus sylvatica). Specie regina delle nostre Orobie, il faggio vive già al limite della sua tolleranza al caldo. Durante le estati torride, come quella che stiamo vivendo, la forte disidratazione causa la caduta prematura delle foglie a metà agosto.

In ambito urbano la sofferenza degli alberi non è dovuta soltanto al clima ma il più delle volte è amplificata da errori progettuali e cattiva gestione. Il vero dramma del verde urbano si riassume nella formula “piante sbagliate nei posti sbagliati”. Aiuole ristretto e terreno compatto: spesso gli alberi vengono messi a dimora in piccole nicchie dei marciapiedi, con un volume di terra esplorabile dalle radici estremamente ridotto. In estate il poco terreno presente di prosciuga rapidamente, lasciando, soprattutto gli alberi giovani che non hanno un apparato radicale ben sviluppato, senz’acqua. L’asfalto inoltre impedisce l’infiltrazione delle piogge e gli scambi gassosi, portando le radici a vivere in un forno privo d’acqua in estate.
Tra le specie più vulnerabili in città troviamo la betulla (Betula pendula), specie pioniera microterma e igrofila a radici superficiali. Piantata in aiuole o marciapiedi soffre una costante cavitazione, riducendo la propria chioma disseccando quasi completamente in qualche stagione.

La sfida a cui siamo chiamati a partecipare come dottori agronomi e forestali progettisti è quella di selezionare le specie per i nostri progetti per tratti funzionali, ossia per caratteristiche fisiologiche che permettano a una pianta di sopravvivere allo stress delle nostre città e non più per tratti estetici. Non basta più chiedere a un albero di essere bello o di ombreggiare, dobbiamo assicurarci che possieda l’attrezzatura biologica per resistere all’isola di calore urbana.

Quali strategie possono essere adottate per rendere boschi e città più resilienti agli effetti del cambiamento climatico?

In ambito forestale è importante gestire la densità di piante e favorire la diversità. Ridurre la densità degli alberi fa diminuire la competizione per l’acqua nel suolo. Importante è poi la conversione verso boschi misti ove possibile. Le foreste monospecifiche si sono dimostrate estremamente vulnerabili ai cambiamenti climatici e ai loro effetti (basti pensare al bostrico). È importante favorire la mescolanza tra specie: le radici di alberi di specie diverse esplorano profondità differenti del suolo e le chiome intercettano la luce su piani diversi, riducendo lo stress idrico complessivo. La ricerca scientifica ci sta dando poi ulteriori possibilità. Ad esempio, ci suggerisce, per i nuovi imboschimenti, di utilizzare popolazioni di specie autoctone provenienti da stazioni più meridionali o aride, che a livello genetico sono più adattate a temperature più elevate.

In ambito urbano è importante agire sull’infrastruttura verde, dalla progettazione delle aree alla gestione dei giovani alberi per i primi anni di vita. È necessario affidare la progettazione delle infrastrutture verdi a professionisti competenti in materia, che sono in grado di pensare agli alberi come esseri viventi che nel tempo crescono e vanno gestiti in maniera adeguata. L’irrigazione di soccorso nei primi anni di vita dei giovani alberi, ad esempio, è diventata ormai imprescindibile. Quando è possibile è importante de pavimentare le aree urbane che non consiste solo nel togliere l’asfalto per far crescere dell’erba ma consiste in un vero e proprio intervento di conversione termica, che per gli alberi significa anche ricarica del serbatoio idrico del suolo. De pavimentare non è un vezzo estetico, ma un intervento di ingegneria microclimatica: rimuovere l’asfalto impedisce al suolo di comportarsi come un accumulatore di calore di giorno e un radiatore di notte, trasformando l’energia del sole da fattore di surriscaldamento a motore per l’evapotraspirazione (rinfrescante) svolta dagli alberi.

Quali caratteristiche devono avere le piante più adatte a resistere alle alte temperature, soprattutto in ambito urbano?

Tornando alla domanda precedente possiamo definire meglio cosa si intende per tratti funzionali. La ricerca scientifica ha individuato specie idonee a far fronte allo stress termico in ambito urbano, seguendo sempre la regola della “pianta giusta al posto giusto”. Esistono in letteratura diverse schede che possono guidare i professionisti durante la scelta delle specie. Queste schede riportano ad esempio i diversi gradi di tolleranza alla siccità, ma anche all’inquinamento. È sempre importante poi privilegiare specie autoctone o alloctone non invasive, sempre guidati dalla scelta per tratti funzionali. Quindi ad esempio, avere elevata tolleranza allo stress termico e alla siccità, resistere alla compattazione del suolo e all’anossia del suolo.

L’identikit dell’albero urbano resistente quale dovrebbe essere?

Foglie piccole, spesse e dotate di peluria: Specie con foglie ridotte o ricoperte da cuticole cerose (come il leccio) dissipano il calore molto meglio rispetto ad alberi con foglie ampie e sottili (come i Tigli tradizionali o gli Aceri).

Vasi conduttori super-resistenti: Quando il caldo è forte, l’albero “risucchia” l’acqua dal terreno con una pressione enorme. Le specie più resistenti hanno “tubature” interne capaci di sopportare questa fortissima tensione senza che si formino bolle d’aria al loro interno, un blocco della linfa che per la pianta sarebbe fatale.

Apparati radicali plastici e profondi, capaci di penetrare terreni compatti ed esplorare strati disomogenei.