
Saman Abbas col fratello Alì Haider

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Reggio Emilia, 16 settembre 2026 – Una ricostruzione a più voci della tragica vicenda di Saman Abbas, la 18enne pakistana strozzata e sepolta il primo maggio 2021 a Novellara (Reggio Emilia) per mano dei parenti stretti. E un interrogativo che torna a bussare: poteva essere salvata? È quanto si propone nella nuova docuserie “Saman, la verità nascosta“, realizzata da Lorenzo Avola e Carmen Vogani con Simona Coppini: suddivisa in tre episodi che ripercorrono la sua vita e la morte violenta, andrà in onda il 18 settembre su Hbo Max.
La testimonianza del fratello
Tra le tante testimonianze risalta quella esclusiva di Alì Haider, il fratello oggi 21enne. All’epoca aveva 16 anni: dopo essere stato sentito in un incidente probatorio nell’estate 2021, e poi nel dibattimento, furono rilegate incongruenze e non fu ritenuto credibile nel primo grado di giudizio. In Appello fu risentito e giudicato attendibile: la sentenza riformò il verdetto emesso a Reggio, coi genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen condannati all’ergastolo non solo per l’omicidio ma anche per la soppressione di cadavere; stessa pena ai due cugini Ikram Ijaz e Noman Ul Haq in precedenza assolti, mentre lo zio Danish Hasnain ha avuto la condanna innalzata da 14 a 22 anni. In luglio la Cassazione ha rigettato tutti i ricorsi delle difese e confermato il verdetto.

Alì nel documentario: “Mio zio Danish ha ucciso mia sorella. L’ho visto”
“Mio zio Danish ha ucciso mia sorella. L’ho visto”
Nel docufilm Haider racconta: “Fu il comandante dei carabinieri di Novellara a dirmi: ‘La verità batte tutti, la bugia rovina tutto’. Mi ha sciolto il cuore: piano piano sono riuscito ad aprirmi”. Torna su quella notte: “Mio zio Danish ha ucciso mia sorella. Ero davanti alla porta, ho visto che la prendeva per il collo e la portava nelle serre, poi io sono entrato dentro”. Si mostra disperato: “Se avessi fatto la stessa fine sarebbe stato meglio”. E prosegue: “La stessa notte lui dormiva accanto a me, con gli stessi vestiti addosso. Lui russava, io piangevo. Avevo tantissima voglia di ammazzarlo”.
Nel secondo episodio gli intervistati polemizzano sulla figura di Ayub Saqib, il pakistano residente nel Lazio con cui Saman, fidanzata con un cugino in Pakistan, aveva una relazione non voluta dalla famiglia. Secondo l’educatrice della comunità protetta bolognese che la accolse tra fine 2020 e i primi mesi del 2021, “la coinvolgeva in fughe dalla struttura: a lui la sicurezza di Saman interessava sino a un certo punto”. L’avvocato Barbara Iannuccelli, che assiste Saqib, ribatte: “Lei gli diceva che non voleva stare più in quel lager. L’ombra viene gettata su Saqib per non farlo su loro stesse: è mancata l’esperienza sulla gestione di Saman”.
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