Chi si ferma davanti al dolmen di Menga, vicino ad Antequera, in Andalusia, guarda una parete di pietra che sembra intatta da sempre. Lo è quasi per davvero: la struttura resiste in piedi da circa 6.000 anni, più antica della grande piramide di Giza di oltre mille anni e più vecchia della fase megalitica di Stonehenge di un periodo simile. Le sue 32 pietre pesano insieme 1.140 tonnellate.
La più grande, quella che copre la camera, arriva da sola a 150 tonnellate: quanto una balenottera azzurra, cinque volte più della lastra maggiore usata a Stonehenge. Nessuna gru, nessun progetto scritto, eppure il risultato ha attraversato i millenni quasi senza cedimenti — una capacità di pianificazione che, in Europa, non è un caso isolato: nella Baia di Meclemburgo, in Germania, è stata riportata alla luce una megastruttura di 1 km dell'Età della Pietra sotto il Mar Baltico. A ricostruire come un gruppo di persone del Neolitico sia riuscito a costruirla, senza esperienza precedente in opere di queste dimensioni, è stato un team guidato da Leonardo García Sanjuán, archeologo dell'Università di Siviglia, in uno studio pubblicato su Science Advances. "Queste persone non avevano progetti da seguire, né, per quanto ne sappiamo, alcuna esperienza pregressa nella costruzione di qualcosa di simile", ha dichiarato García Sanjuán a Nature, eppure sapevano incastrare blocchi di pietra enormi con una precisione capace di mantenere intatto il monumento per quasi sei millenni. Lo studio si è concentrato sull'ingegneria più che sulle persone che la utilizzavano: il dolmen conteneva resti umani, ma la sua funzione originaria — sepoltura collettiva, spazio cerimoniale, o entrambe le cose — resta incerta. La ricerca, basata anche su una precedente indagine geologica del 2023, ha tracciato l'origine della maggior parte delle pietre fino agli affioramenti di Cerro de la Cruz, un chilometro a monte del cantiere. Si tratta di calcareniti, rocce sedimentarie relativamente tenere e più facili da lavorare, ma anche fragili, soggette a fratture e infiltrazioni d'acqua. I costruttori probabilmente le trascinarono a valle su slitte di legno, lungo percorsi appositamente preparati: nessun manufatto ligneo è sopravvissuto, quindi resta un'ipotesi basata sul terreno, sulla geologia delle pietre e sull'archeologia sperimentale.
Sul sito, gli operai scavarono una fossa di fondazione direttamente nella roccia madre, incastrando alcuni montanti fino a 3,2 metri sotto il livello del pavimento finale. Rampe, corde e contrappesi avrebbero permesso di calarli gradualmente nei loro alloggiamenti, ciascuno intagliato con una leggera inclinazione per incastrarsi esattamente con le pietre adiacenti, in una struttura autoportante dove i blocchi si rinforzano a vicenda. Solo dopo aver posato le lastre di copertura i costruttori rimossero la roccia rimasta all'interno, svuotando la camera; infine ricoprirono il monumento con un tumulo di terra, che ne limitò anche l'infiltrazione d'acqua. L'asse centrale del dolmen punta verso La Peña de los Enamorados, montagna il cui profilo ricorda un volto umano disteso, orientamento insolito, dato che la maggior parte dei megaliti iberici guarda verso il punto in cui sorge il sole. La regione è inoltre soggetta ad attività sismica, e l'ancoraggio profondo dei montanti ha reso la struttura resistente ai movimenti del terreno: i ricercatori non possono stabilire se fosse un'intenzione esplicita, ma il risultato ha permesso a Menga di sopravvivere sia ai terremoti sia al lento assestamento del suolo.
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