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Il paese dentro una vita. Sessant'anni di Teatro Povero a Monticchiello - Teatro e Critica

August 21, 2026

Recensione. Per i sessanta anni del Teatro POvero di Monticchiello è andato in scena L’occhio oltre, nuovo autodramma della città. Lo raccontiamo con uno sguardo al percorso di questi decenni

Foto Giacomo Bai

A Monticchiello si arriva attraversando quella parte di Val d’Orcia che nei pomeriggi d’estate sembra costruita intorno a un colore dominante, il giallo. Il borgo appare dentro questo paesaggio, ma la sua storia racconta soprattutto quanto poco ci sia di immobile in ciò che chiamiamo territorio.

È qui che dal 25 luglio al 14 agosto è andato in scena L’occhio oltre, autodramma del Teatro Povero di Monticchiello, per la regia di Manfredi Rutelli e Giampiero Giglioni il sessantesimo allestimento di una stagione che va avanti dal 1967, portando il teatro nella piazza del paese estate dopo estate, con una sola eccezione imposta dalla pandemia (in quel caso si ricorse all’espediente di uno spettacolo itinerante per il paese, per evitare assembramenti). Nonostante il sessantennale, che potrebbe facilmente trasformarsi in celebrazione, lo spettacolo ha scelto di attraversare questa storia obliquamente, affidandola ad una vita. È quella di Carlino, nato nel giugno del 1944 con un occhio segnato dal sangue e una tenace disposizione a guardare lontano. Attorno a lui, sindacalista e attore stesso, scorrono ottant’anni: la guerra, la Resistenza, la mezzadria, le lotte contadine, il progetto cooperativo, gli amori, la vecchiaia, il confronto con chi è venuto dopo. La biografia individuale diventa così una fenditura attraverso cui passa una vicenda collettiva e dentro quella vicenda passa inevitabilmente anche il Teatro Povero.

Foto Giacomo Bai

Come suggerisce il titolo, vedere non coincide necessariamente con il guardare. L’occhio imperfetto di Carlino è quello attraverso cui lo spettacolo prova a tenere insieme ciò che è stato e ciò che ancora non si riesce a mettere a fuoco. La memoria, qui si presenta come una materia instabile, sottoposta continuamente alla pressione del presente. È forse questo il punto in cui L’occhio oltre coincide più profondamente con la pratica che Monticchiello porta avanti da sessant’anni e per capire questa pratica bisogna tornare al 1967.

All’inizio degli anni Sessanta la crisi della mezzadria aveva investito il paese portando con sé il crollo di un sistema economico, sociale e culturale che per secoli aveva regolato la vita delle campagne. Chi rimaneva doveva fare i conti non soltanto con la perdita di un modello produttivo, ma con la dissoluzione di un mondo. Dentro questa ferita il paese comincia a fare teatro. Non c’è un spazio teatrale. Si va in piazza. Il paese mette in scena ciò che possiede: la piazza, gli abitanti, le loro voci, una memoria comune e tutt’altro che pacificata. Eppure, proprio nella distanza, le due esperienze sembrano toccarsi in un punto essenziale: entrambe riconducono il teatro a qualcosa che nessun altro linguaggio può sostituire, la presenza di alcuni corpi davanti ad altri corpi.

Foto Giacomo Bai

Ogni anno il lavoro comincia molto prima dell’estate. Nelle assemblee si confrontano problemi, ricordi, punti di vista; da questa materia viene costruita una drammaturgia che torna infine a chi l’ha prodotta, trasformando gli abitanti nei suoi interpreti. Anche questa forma, tuttavia, è mutata. Nei primi spettacoli, tra il 1967 e il 1969, Monticchiello cerca nella propria storia episodi di resistenza e sopravvivenza. Si definisce una struttura che mette in relazione passato, presente e futuro; gli attori non professionisti elaborano una recitazione lontana dall’accademia e vicina alle forme dell’oralità. Mario Guidotti, il “notaio di Monticchiello”, accompagna la scrittura; negli anni Settanta, con Arnaldo Della Giovampaola, il dispositivo scenico si fa più complesso.

È proprio allora che qualcosa comincia a cambiare. Entrano elementi metateatrali, il rapporto con gli spettatori diventa più diretto, gli abitanti arrivano a interpretare se stessi. Il paese non mette più in scena soltanto il proprio passato, ma il problema stesso di raccontarlo e la memoria cessa di essere un materiale pacificato, diventa conflitto, costruzione.

Nel 1980 nasce la Cooperativa del Teatro Povero e il teatro comincia definitivamente a eccedere il tempo dello spettacolo, assumendo funzioni culturali, sociali e assistenziali. Dal 1981 Andrea Cresti accompagna per decenni questa trasformazione, spingendo l’autodramma verso strutture meno documentarie e progressivamente più complesse. Quello che era nato per reagire alla dissoluzione della civiltà mezzadrile deve imparare, generazione dopo generazione, a raccontare un paese che non è più quello da cui tutto era cominciato.

Foto Giacomo Bai

È qui che L’occhio oltre torna a essere interessante. Perché sessant’anni dopo il problema non è più soltanto ricordare un mondo scomparso, ma capire che cosa possa farsene chi di quel mondo non possiede memoria diretta. Intorno, anche la Val d’Orcia è cambiata: il territorio dello spopolamento e della crisi contadina è diventato una delle immagini italiane più riconoscibili e consumate dal turismo. Monticchiello deve quindi confrontarsi con un paradosso ulteriore: continuare ad abitare un luogo che rischia continuamente di essere trasformato nella rappresentazione di se stesso.

Giuseppina Borghese

Monticchiello, agosto 2026

L’occhio oltre

Sessantesimo autodramma del Teatro Povero di Monticchiello

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