
Il prof Giorgio Passerini è docente all’Università Politecnica delle Marche e studia da anni l’inquinamento dell’aria e il «benessere» nelle città

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Il professore Giorgio Passerini allarga lo sguardo. Docente all’Università Politecnica delle Marche, studia da anni l’inquinamento dell’aria e il "benessere" nelle città, e mette a fuoco un paradosso contemporaneo: mentre le estati diventano sempre più torride e tutti invocano più verde, le amministrazioni continuano ad abbattere alberi. Il caldo che assedia le strade, avverte, non è solo una questione di gradi: è aria che respiriamo, salute e, prima di tutto, scelte di governo del territorio.
Quanto conta, in concreto, avere alberi lungo una strada? "Con le simulazioni proviamo a dimostrare ciò che dovrebbe essere ovvio: senza gli alberi la temperatura della strada sale di 4-5 gradi. È l’ordine di grandezza fra una via alberata e una spoglia".
Eppure, si continua a tagliare, e a farne le spese sono spesso alberi adulti. Perché è un errore? "È il vero paradosso. Tutti dicono ’piantiamo alberi’, ma i sindaci tagliano: sono responsabili penalmente di ciò che accade sul suolo pubblico, e al primo timore di un ramo che cade mandano sotto la sega anche esemplari sani. Ed è un doppio errore: un albero di 40 o 50 anni regge alla siccità, pesca l’acqua in profondità e rinfresca anche in condizioni estreme; uno giovane ci mette vent’anni e spesso non supera i primi. Abbattere un esemplare maturo promettendo una piantumazione futura è un pessimo affare".
Le piante raffrescano con l’ombra e l’evaporazione. È l’unico modo per avere città più fresche? "Il caldo è solo metà del problema. Tutto rientra in ciò che chiamiamo ’benessere’, il comfort outdoor: aria a temperatura confortevole e, insieme, pulita, perché l’isola di calore peggiora anche l’inquinamento. È la tempesta perfetta: bastano 3 o 4 gradi per non stare bene neppure in casa, così si accende il condizionatore, che raffresca dentro e scalda fuori".
Ci sono strade più critiche di altre? "I cosiddetti canyon urbani, le vie strette fra edifici alti, sono il peggio del peggio: l’aria non circola e così ristagnano sia il calore sia gli inquinanti e gli allergeni".
Quali strumenti hanno le amministrazioni? "Il primo è cambiare metodo: oggi progettiamo un viale e ne controlliamo l’impatto paesaggistico e archeologico, ma non quello sulle temperature. Poi, piantare alberi ovunque possibile è l’arma più potente, ma non basta: servono acqua e specie scelte con criterio, senza allergeni come il cipresso e a foglia caduca, che d’estate fanno ombra e d’inverno lasciano passare il sole".
E Ancona come sta? "Non è una città molto alberata, ma ha una fortuna: sta sul mare, è ventilata e resta circondata dal verde. Il conto si paga nei grandi spiazzi d’asfalto: arrivo dalla campagna con trenta gradi e alla stazione, in piazza Ugo Bassi, ne trovo trentaquattro o trentasei, e così fino al porto. E non è più un problema solo delle grandi città: un tempo si pensava che fosse un problema dei grandi centri, oggi sappiamo che soffrono anche i piccoli borghi".
f. p.
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