“Non sarò più dirigente scolastico, ma non abbandonerò il mondo della scuola”. Franco Tornaghi, alla guida dell’Istituto Maxwell-Settembrini da 12 anni, dal primo settembre andrà in pensione. “Ma è ancora presto per dedicarmi solo agli scacchi”, premette (e promette) dal suo ufficio affacciato sull’Aermacchi MB-326 color arancione, riavvolgendo 40 anni di carriera, tra matematica, musica e il timone di direzione dell’unico istituto aeronautico pubblico della provincia, che attira studenti da tutta la regione.
Da dove comincia questo viaggio?
“Dal liceo scientifico: mi è sempre piaciuta la scienza. Come la musica: mio papà suonava il clarinetto in banda, io sono entrato a 11 anni con il trombone. E, da privatista, mi sono diplomato al Conservatorio: lezioni alla Scuola civica di musica di Cernusco sul Naviglio, esami al Conservatorio di Mantova e di Genova. Quando ho finito il liceo mi mancavano gli ultimi due”.
E la musica le ha aperto la via della scuola, mentre studiava in
università...
“Sì, ho vinto il concorso e la prima cattedra è stata alle medie di Carugate, il mio paese, come professore di musica. Ho dilazionato un po’ l’università. Mi sono laureato in Matematica a 27 anni, dopo essermi sposato e con la prima figlia che aveva tre mesi. A 30 anni ho cominciato a insegnare Matematica all’Itsos di Cernusco. Anche mia moglie, laureata in Matematica, ha insegnato lì. Nel frattempo mi sono occupato molto di valutazione dell’istruzione, ho collaborato anche con l’Invalsi e l’Ocse Pisa. È un problema internazionale quello di verificare l’esistenza di strumentazioni statisticamente valide che tengano conto delle peculiarità della scuola. Ho fatto anche l’esercitatore di Matematica e Statistica in università, al Politecnico e in Bicocca”.
Primo incarico da dirigente?
“Al Maxwell. A metà agosto del 2014 ho dovuto scegliere. Avevo provato il concorso con l’idea di aggiungere un titolo in più. Ma era arrivato il mio turno in graduatoria: o accetti o è come se non avessi fatto l’esame. C’è stato un momento di tensione perché mi è sempre piaciuto insegnare Matematica...”.
Ma alla fine ha accettato.
“Ho iniziato l’1 settembre in una scuola complessa, con liceo, tecnico e professionale”.
E con l’unico istituto aeronautico statale di Milano.
“E il mondo aeronautico io non lo conoscevo, lo confesso: ho volato anch’io in aliante e uno dei progetti bellissimi di questi 12 anni è stata l’esperienza al campo volo per i nostri studenti. La cosa che più mi emoziona è vedere persone che hanno una passione grande e ancora prima dei 18 anni riescono a realizzarla. Come quando vedo un mio studente del Settembrini che riesce a riparare un’automobile. Io amo la montagna: per arrivare in cima accetti di sudare perché identifichi qualcosa di bello. Ecco, la scuola deve riuscire a mostrare qualcosa di bello ai nostri studenti, per il quale valga la pena studiare e fare fatica e, una volta identificato, deve fare di tutto perché possa emergere”.
Il periodo più complicato da gestire in questi 12 anni?
“La pandemia è stato il momento in cui tenere la barra dritta, per andare avanti a essere scuola, in quelle condizioni. Poi c’è stato il Pnrr, tuttora pesantissimo per la rendicontazione. E c’è una quotidianità burocratica da gestire. Non c’è tregua”.
Sono stati anni di cambiamenti al Maxwell.
“Sulla valutazione dei giudizi sospesi siamo stati un po’ sperimentatori: se hai tre materie è improbabile riuscire a recuperare a settembre, con una spesso l’esame è una formalità ma la materia va recuperata entro l’anno. Meglio essere chiari sin dall’inizio e le famiglie hanno capito. Poi abbiamo introdotto la settimana su cinque giorni anziché sei: nessuno ha più voluto tornare indietro anche se è stata dibattutissima all’inizio. Siamo un po’ troppo conservatori nella scuola, temiamo i cambiamenti, ma a volte vanno sposati, non irrazionalmente, ma provandone la funzionalità”.
C’è un tassello mancante che avrebbe voluto aggiungere?
“Una cosa che mi spiace è non aver realizzato spazi di libertà per gli studenti, anche autogestibili in misura corretta, per potersi fermare a scuola al pomeriggio. Ce l’ho fatta per alcuni studenti che mi hanno chiesto di suonare, ma è sempre una fatica a livello assicurativo, c’è tutta una burocrazia con lacciuoli che bloccano la libera iniziativa e che andrebbe abbattuta”.
L’aspetto di cui va più fiero?
“Il non avere mai agito da solo, ma con i miei collaboratori all’unisono, che magari vuol dire dopo discussioni e “litigi“ ma prendendo le decisioni insieme. Non sono i 12 anni del preside Tornaghi ma di tutti coloro che hanno voluto collaborare con la presidenza, in primis della vicepreside Michela Monguzzi e, al Settembrini, della collaboratrice Annarosa Anzivino. Non avrei potuto fare niente senza un team di persone così. E, fuori da scuola, mi vanto dei 50 anni di dedizione alla banda Santa Marcellina di Carugate: mi hanno premiato per la fedeltà”.
Dal primo settembre che si fa?
“L’1 e il 2 settembre i miei figli (ne ha cinque, ndr) mi hanno già assunto e chiesto di fare il nonno: ci sono gli inserimenti. E ho detto di sì. Ho sette persone e mezzo, che sono i miei nipotini (l’ottavo arriverà a ottobre), che mi reclamano. Ma allo stesso tempo non fare più il dirigente scolastico non vuol dire uscire di per sé dal mondo della scuola: io sono parte di un’associazione di dirigenti scolastici che si chiama Disal e dell’Anp, sono disponibile ad aiutare ancora sugli aspetti culturali, didattici, educativi, non tanto manageriali. La competenza maturata non la si studia sui libri, non la butto via. E mi piacerebbe proseguire le mie indagini sulla valutazione del sistema di istruzione”.