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Il principe Harry racconta ritorno in Inghilterra, la relazione con la sua famiglia e il rapporto con il lutto: «Il dolore può sia frenarti sia aiutarti a crescere»

October 23, 2026

«Quando sei un uomo di 42 anni e hai due figli, un maschio e una femmina», dice il principe Harry, «finisci inevitabilmente per guardarti indietro. Ti interroghi su ciò che hai ereditato dai tuoi genitori, su quello che ti hanno trasmesso e su cosa, invece, vuoi portare con te o lasciare andare».

Il principe Harry, duca di Sussex, è rientrato di recente nel Regno Unito dalla California insieme alla sua famiglia. In questi giorni, però, si trova a New York, dove è atteso da una serie di impegni legati all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Quando ci incontriamo, si trova negli uffici di GQ al One World Trade Center. E sta parlando di lutto. Il tema è al centro della sua nuova MasterClass, Redefining Grief: Building Resilience Through Loss, realizzata insieme alla studiosa Mary-Frances O'Connor. Ma è anche, inevitabilmente, il filo rosso che attraversa buona parte della sua vita. Harry aveva appena 12 anni quando sua madre, la principessa Diana, morì tragicamente a soli 36. Da allora, il confronto con quella perdita non si è stato mai davvero superato.

«Ancora oggi», racconta, «mi capita spesso che qualcuno si avvicini e mi dica: "Ricordo esattamente dove mi trovavo quel giorno, il 31 agosto 1997"».

Nel corso della nostra conversazione parliamo di Diana e di come abbia imparato a convivere con l'inimmaginabile. Parliamo delle ferite ancora aperte all'interno della famiglia reale e dei rapporti che, dice, sta cercando di ricostruire. Parliamo di padri malati, di genitorialità, di media e di responsabilità pubbliche.

«Di certo non voglio che la gente provi compassione per me», dice a un certo punto. «Quella fase l'abbiamo superata da tempo».

Gli domando perché e lui mi guarda quasi sorpreso dalla domanda.

«Perché?» ripete. «Perché sono un principe».


Siamo a New York per registrare questa intervista. Ti sei appena trasferito di nuovo nel Regno Unito. Perché?
Per le opportunità che può offrire alla mia famiglia. Per me è stato importante che i bambini potessero frequentare una scuola britannica, molto più di quanto avessi immaginato. Ho sempre pensato che prima o poi avremmo cercato di farlo, ma adesso che sono lì da due settimane e si stanno trovando benissimo, mi rendo conto di quanto conti. Non è una critica al sistema scolastico americano. Semplicemente credo che, a sette e cinque anni, avere la possibilità di confrontarsi con due culture così diverse sia un'enorme ricchezza. C'è poi un altro aspetto: tornare vicino alla mia famiglia e trascorrere nel Regno Unito più di qualche giorno ogni tanto. È bello essere tornato.

Immagino non sia facile sradicare la propria famiglia come avete fatto voi.
No, non lo è. A dire il vero, ormai poche cose lo sono. E non è stata una decisione pianificata per anni. Ci avevamo riflettuto, certo, ma alla fine per noi tutto si è ridotto a questo e quando le circostanze si allineano e capisci che è il momento giusto, ti butti.

La decisione è stata influenzata più dalla vostra vita negli Stati Uniti o da ciò che ti mancava del Regno Unito?
Probabilmente da entrambe le cose. Dopo sei anni negli Stati Uniti e visite sempre molto brevi nel Regno Unito, ho iniziato a desiderare di poter condividere con i miei figli il luogo in cui sono cresciuto. Volevo mostrare loro i posti della mia infanzia e far vivere, almeno in parte, le esperienze positive che hanno segnato la mia crescita. A un certo punto ho pensato: questa è un'opportunità, facciamolo adesso. Forse è anche salutare trascorrere qualche mese lontano dagli Stati Uniti, lasciare che alcune cose si assestino e capire con calma quale sarà il passo successivo. In passato abbiamo fatto molti piani, ma una scelta del genere richiede spesso tempi lunghi. Nel nostro caso, invece, tutto è accaduto molto rapidamente.

Quando ve ne siete andati la prima volta c'erano ragioni precise, dai rapporti con i media ad altre questioni di cui avete parlato apertamente. Pensi che questa volta sarà diverso?
Credo che sia cambiato sia il contesto sia il nostro atteggiamento.

In che senso?
Beh, adesso c'è questa intervista.

Mi dispiace!
Non c'è problema, è il tuo lavoro. Credo che, una volta affrontato pubblicamente certi temi e averne parlato abbastanza a lungo, le persone finiscano per vederli con maggiore lucidità. Questo non significa che determinati comportamenti scompariranno, ma può contribuire a rendere l'atmosfera meno tesa. Quanto è accaduto allora appartiene al passato, anche se gli ultimi sei anni ne sono stati in parte una prosecuzione. Ci sono state battaglie che era necessario combattere. Ora, però, spero che si possa voltare pagina. Con tutto ciò che accade nel mondo, ci sono aspetti del passato che probabilmente tutti noi, io, la mia famiglia e parte della stampa britannica, dovremmo essere pronti a lasciarci alle spalle per concentrarci su ciò che conta davvero e lavorare per un obiettivo comune.

E sembra che tu sia sinceramente ottimista al riguardo, il che è…
Lo sono. Sono pieno di speranza. Non sono ingenuo, anche se in passato probabilmente lo sono stato. Credo, però, che sia importante continuare a guardare le cose con ottimismo. Molto dipende anche dal rispetto reciproco. Io posso rispettare gli altri, a patto che venga rispettata anche la nostra posizione. E ormai quella posizione è chiara. La speranza è semplicemente quella di poter andare avanti con la nostra vita.

Ho aspettato fin troppo prima di farti quella che forse è la domanda più importante: come stai?
Sto bene. E so perché me lo stai chiedendo.

Per chi non lo sapesse, nella tua MasterClass dedicata al lutto racconti di aver risposto per circa vent'anni sempre nello stesso modo a questa domanda.
«Sto bene». E credo sia una risposta in cui molte persone si riconoscono. Quando qualcuno attraversa un lutto, un trauma, una perdita o anche solo un momento difficile, spesso succede che gli venga chiesto come sta e che risponda automaticamente: «Sto bene». A quel punto la conversazione prosegue e tutti sentono di avere fatto la propria parte. Tu hai posto la domanda, io ho dato la risposta giusta, e si va avanti. Ma dentro di me ho sempre pensato che ci fosse qualcosa di più. Che dietro quel «sto bene» ci fosse quasi sempre una conversazione che non avveniva mai. E, sinceramente, se qualcuno mi avesse chiesto: «Sei sicuro di stare bene?», non credo che la mia risposta sarebbe stata diversa.

La mia domanda di approfondimento sarebbe: stai davvero bene?
Sì, sto bene. Sono esausto, questo sì. Probabilmente stanco quanto te, sei appena sceso da un volo notturno. Io invece sono a New York da tre giorni e sto sperimentando il jet lag al contrario, che è una sensazione insolita. Ma il lavoro che sto facendo in questi giorni, e più in generale quello a cui dedico il mio tempo, è proprio ciò che mi dà energia. Stare accanto a persone straordinarie e cercare di lasciare un segno positivo nel mondo è ciò che mi motiva davvero. E, guardandomi indietro, posso dire una cosa con certezza: oggi sto molto meglio di quanto stessi dieci anni fa.

In che senso?
C'è un aspetto del lutto che ho imparato a comprendere con il tempo, è un'esperienza profondamente personale. Ognuno lo vive in modo diverso, a seconda delle proprie circostanze. Quello che ho capito è che il lutto non si supera mai davvero. Si impara a conviverci.
A dire il vero, io non ho mai voluto "superarlo". Per anni sono rimasto bloccato proprio su questo punto. Temevo che lasciarmi alle spalle il dolore significasse lasciare andare anche il ricordo di mia madre. Mi chiedevo se essere felice avrebbe rappresentato, in qualche modo, un tradimento della sua memoria. Nella MasterClass dico di essere uno studente del lutto. L'esperta, invece, è la dottoressa Mary-Frances O'Connor.

La studiosa con cui hai collaborato al progetto.
Esatto. Da decenni studia il lutto e la perdita, e ha vissuto personalmente un'esperienza simile, avendo perso la madre. Il suo lavoro si concentra sugli effetti che il dolore esercita sul cervello e sul corpo. Oggi, dopo avere compiuto da poco 42 anni, mi capita spesso di pensare che, se a 12 anni avessi saputo ciò che so adesso, la mia vita avrebbe preso una direzione molto diversa. L'obiettivo della MasterClass è proprio questo: offrire strumenti, conoscenze e punti di riferimento a chiunque stia affrontando una perdita. E non deve necessariamente trattarsi della morte di una persona cara. Può essere la perdita di un animale domestico, del proprio lavoro, di una parte della propria identità, persino di un arto. Il lutto è una delle esperienze più universali della condizione umana. Eppure, nella nostra società, siamo spesso incoraggiati a reprimere quelle emozioni invece che ad attraversarle.

Hai raccontato che, dopo la morte di tua madre, sei stato sostanzialmente incoraggiato a non elaborare pubblicamente, e forse nemmeno privatamente, quel dolore.
Sì, ma credo che accada in moltissime famiglie e culture. In altre parti del mondo, al contrario, alle persone viene concesso, e talvolta persino incoraggiato, di dedicare anni all'elaborazione del lutto.

Non è la cultura da cui provieni.
No. Ma è quella da cui provieni tu?

No, non proprio.
No, infatti. Non lo dico come una critica. Ma quando ti ritrovi a 42 anni con due figli, un maschio e una femmina, finisci inevitabilmente per guardarti indietro. Ti chiedi che cosa hai ereditato dai tuoi genitori, cosa ti hanno trasmesso, cosa vuoi conservare e cosa invece vuoi lasciare indietro. E poi c'è l'aspetto culturale, all'interno della tua famiglia puoi fare molto per aiutare i tuoi figli ad affrontare certe esperienze, indipendentemente da ciò che accade a scuola o nel Paese in cui vivono.

Hai spesso parlato del tentativo di interrompere alcuni schemi ereditati da tuo padre e dal modo in cui sei stato cresciuto, cercando di fare le cose diversamente.
Sì. Credo che sia una sfida comune a molti genitori. Se il mondo intorno a te cambia, non puoi permetterti di restare identico a te stesso. Dal punto di vista britannico, ma forse non solo, c'è una cosa che trovo curiosa. Per anni ho sentito dire: «È cambiato». Come se fosse una scoperta sorprendente. E io penso: quindi il problema è che non esco più dai locali notturni barcollando ubriaco? Era questo che la gente si aspettava da me?

È una descrizione fedele di come eri allora?
No, non particolarmente. Sapevo distinguere tra lavoro e divertimento e credo di essere sempre stato abbastanza bravo a mantenere un equilibrio. Ma uscivo con gli amici e mi divertivo? Certo. E, col senno di poi, a volte lo facevo anche per soffocare il dolore per la perdita di mia madre. Ne ero consapevole all'epoca? Assolutamente no.

Hai studiato i diversi modi in cui il lutto può manifestarsi: rabbia, irritabilità, depressione. Nel tuo caso come si è manifestato?
In tutti quei modi, credo. Ma l'aspetto in cui più persone possono riconoscersi è probabilmente quello della distrazione, del tenersi costantemente occupati. Quando accade una perdita, tutti ti stanno vicino all'inizio. Poi, lentamente, la vita riprende il suo corso. Non perché le persone smettano di interessarsi a te, ma perché tendiamo a immaginare il lutto come qualcosa con un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Quello che ho imparato dalla dottoressa O'Connor è che non funziona affatto così. La cosa che oggi apprezzo di più è poter portare con me il ricordo di mia madre attraverso ciò che faccio, invece di lasciare a quel dolore la possibilità di schiacciarmi o rallentarmi. Non credo di essermi mai davvero abbandonato alla sofferenza. Forse perché non mi è mai stato concesso di farlo. O forse perché non mi è mai nemmeno venuto in mente.

È sorprendente sentirti dire questo. Tutti conoscono la tua storia, ma ciò che hai vissuto è stato un trauma straordinario: hai perso tua madre a 12 anni, in circostanze terribili e sotto gli occhi del mondo intero. Ti si spezza qualcosa dentro quando accade una cosa del genere?
Non so se si spezzi qualcosa, soprattutto quando sei così giovane. A quell'età non credo si possa comprendere davvero ciò che è successo. Penso però che, con il tempo, dentro ognuno di noi inizi a crescere una forma di resilienza. E il punto è imparare a conoscere sé stessi. Allora non sapevo chi fossi. C'erano il dolore, il trauma, la perdita, e c'erano i miei 12 anni. Non avevo ancora gli strumenti per capire me stesso. Negli anni, però, attraverso le sfide della vita, quella resilienza è cresciuta fino a farmi comprendere una cosa fondamentale: il dolore può diventare una forza che ti blocca, oppure una forza che ti trasforma. Sta a te decidere che ruolo avrà nella tua vita.

Hai raccontato di avere represso i tuoi sentimenti per circa vent'anni. Com'è cambiata la tua vita da quando hai smesso di farlo?
In meglio e in peggio. O, forse, meglio e con maggiore complessità. La terapia è stata ciò che ha davvero cambiato le cose per me. Mi ha dato il permesso di elaborare il lutto e di ammettere una verità molto semplice: perdere una madre è devastante, ed è giusto soffrire per questo.

Per vent'anni non hai nemmeno pianto, giusto?
Sì. Eppure, ci ho provato con tutte le mie forze. Ma credo che più cerchi di forzarti a piangere, più diventi difficile riuscirci davvero. Quando finalmente ci sono riuscito, però, ho capito quanto possa essere liberatorio. Reprimere il dolore e le emozioni è una cosa strana. Quando ho iniziato il percorso terapeutico, non ci è voluto molto prima che mi rendessi conto di quanto fossi diventato insensibile a certe parti di me stesso. Ecco perché dico che la situazione è diventata al tempo stesso migliore e più difficile. Migliore perché oggi riesco a essere emotivamente presente con i miei amici, la mia famiglia e soprattutto con i miei figli. Più difficile perché, inevitabilmente, sono diventato anche più sensibile al dolore degli altri e a ciò che accade nel mondo. Ci sono momenti in cui penso: per oggi, o magari per una settimana, sarebbe più facile tornare a essere la persona che ero prima.

Quanto spesso ti capita di sentirti così?
Per fortuna non molto. Ma avendo vissuto da entrambe le parti, con un piede nell'insensibilità emotiva e l'altro in una maggiore consapevolezza, cerco costantemente un equilibrio. E, in fondo, la vita è proprio questo, una ricerca continua di equilibrio. Ci sono momenti in cui bisogna saper escludere il rumore esterno e altri in cui è necessario restare aperti e vulnerabili. Il mio primo terapeuta, che era britannico, mi diede un'immagine che mi è rimasta impressa. Mi disse: «Immagina di essere dentro un barattolo di vetro aperto. Tutto ciò che è negativo può rimbalzare sulle pareti esterne, ma sei tu a decidere cosa lasciar entrare». Me lo disse più di dieci anni fa.
L'ho imparato alla perfezione? No. Ci sto ancora lavorando? Sì. Ma con il tempo ho capito che esistono cose che possiamo controllare e altre che sfuggono completamente al nostro controllo. E una parte della crescita consiste proprio nell'accettarlo, ricordando come spesso le esperienze più dolorose siano anche quelle che ci insegnano di più.

Quando hai parlato di un barattolo di vetro, la mia mente è andata immediatamente da un'altra parte…
Pesci rossi? Una boccia per pesci rossi?

Ti trovi in una situazione già segnata dal lutto. Nel tuo caso c'è anche il peso di una vita vissuta sotto gli occhi di tutti. Fatico a immaginare che questo non abbia amplificato quei sentimenti.
Sì, la pressione esiste. Ma è sempre relativa al contesto in cui ci si trova. Il motivo per cui continuo a condividere la mia storia non riguarda più me. Chiunque abbia vissuto un lutto o una perdita importante probabilmente direbbe la stessa cosa perché a un certo punto raccontare la propria esperienza diventa parte del processo di guarigione. Nel mio caso, però, c'è un elemento in più. Continuamente, persone di ogni età, da bambini di nove anni a novantenni, mi raccontano che ascoltare quanto ho vissuto o leggere una parte della mia storia le ha aiutate. Finché sarà così, continuerò a parlarne. Se la mia esperienza può rendere il percorso un po' meno difficile anche per una sola persona, allora vale la pena raccontarla.

Hai scritto e parlato molto di quel corteo funebre, di quelle mani tese verso di te, bagnate di lacrime per una donna che la maggior parte delle persone non aveva mai conosciuto. Non sono sicuro che riuscirei a riprendermi da qualcosa del genere.
Cosa intendi esattamente per "riprendermi"? Adesso sono io che faccio le domande.

Penso alla straordinarietà della situazione. Un dodicenne costretto a elaborare un dolore così grande e così pubblico. Mi chiedo sinceramente se sarei stato capace di andare avanti.
Lo saresti stato. Gli esseri umani vengono messi alla prova continuamente. E poi, non dimentichiamolo, ero un principe. In teoria avrei dovuto avere accesso a tutte le risorse necessarie per affrontare una situazione del genere. Non sempre sono state disponibili nel modo giusto, ma avevo comunque opportunità che molte altre persone non hanno. C'è comunque da considerare che il mondo intero ha assistito a quella vicenda. Ancora oggi capita spesso che qualcuno si avvicini e mi dica: «Ricordo perfettamente dove mi trovavo il 31 agosto 1997». Persone di generazioni diverse ricordano quel giorno con una precisione incredibile. Poi guardano me o mio fratello e si chiedono come sia possibile andare avanti dopo aver vissuto qualcosa di così traumatico e così pubblico in un'età tanto giovane. La mia vita si è svolta davanti agli occhi di tutti. Non posso cambiare questo fatto. Quello che posso fare è provare a condividere ciò che ho imparato lungo il percorso, raccontare cosa pensavo allora e come sono riuscito, nel tempo, a trovare un equilibrio dopo quell'esperienza. Se questo può offrire anche solo un po' di speranza a chi sta attraversando un momento buio, allora ne vale la pena. Perché, anche quando si tocca il fondo e sembra impossibile immaginare una via d'uscita, si può sempre trovare la forza per risalire.

Nel corso parlate anche di come il lutto possa assumere forme diverse. Perdona la domanda, ma hai raccontato di aver avuto rapporti complicati sia con tuo fratello sia con tuo padre. È qualcosa che vivi anche come una forma di lutto?
Sì, assolutamente. Ancora una volta, credo sia un'esperienza in cui moltissime persone possono riconoscersi. I conflitti tra fratelli, i rapporti difficili tra genitori e figli, le fratture familiari sono realtà comuni. È un argomento che emerge continuamente nelle conversazioni che ho con le persone, e forse è anche per questo che suscita tanto interesse. Molti osservano la nostra situazione e si chiedono: come ne uscirete? E forse sperano che, vedendo come affrontiamo certi problemi, possano trovare spunti per affrontare i propri. Certo, c'è anche chi non desidera una riconciliazione. Io invece sì.

Davvero?
Certo. Con tutto quello che sta accadendo nel mondo, credo che la riconciliazione sia una delle cose più importanti che possiamo perseguire. Per me è questo il punto fondamentale.

Gran parte della MasterClass ruota proprio attorno all'idea della riparazione. Al fatto che il dolore non sia necessariamente una condanna permanente, ma qualcosa che può essere trasformato e, in qualche misura, guarito. Quindi ti chiedo: pensi che questa ferita possa rimarginarsi?
Sì, lo penso. Le cicatrici restano. Restano sempre. Ma ciò che cambia è il modo in cui scegli di guardarle e il significato che attribuisci a ciò che è accaduto. Lasciarsi il passato alle spalle è qualcosa che incoraggerei chiunque a fare. Certo, è più difficile quando certe vicende continuano a influenzare la tua vita quotidiana. Ma, personalmente, sento che nel mondo c'è già abbastanza dramma, e che ogni persona affronta già abbastanza difficoltà, senza dover continuare a portarsi dietro anche conflitti familiari irrisolti.

Non ne vale la pena?
È difficile rendersene conto mentre ci sei dentro. Dimmi: vai davvero d'accordo con ogni membro della tua famiglia? Probabilmente no. Eppure, capita spesso che entrambe le parti diano per scontato che tutto vada bene, finché qualcuno non trova il coraggio di dirlo ad alta voce. Ed è allora che arriva la sorpresa: “Aspetta, pensavo che andassimo d'accordo”.

Non mi hai chiesto di confidarti questo, ma so che tuo padre è stato malato. A mio padre è stato diagnosticato un tumore alla prostata alcuni anni fa e, fortunatamente, oggi sta bene. Una delle cose su cui mi ha fatto riflettere la tua MasterClass è che, in certi momenti, ho provato una sorta di lutto anticipato. Ti è mai capitato qualcosa di simile?
Sì. E per quanto possa sembrare strano dirlo, penso che possa perfino avere una sua utilità. È una delle poche esperienze che accomunano tutti gli esseri umani: prima o poi perderemo i nostri genitori, perderemo degli amici, perderemo persone che amiamo. È una realtà universale.

Hai dedicato molto del tuo lavoro al tema del PTSI, il disturbo da stress post-traumatico…
Grazie per averlo chiamato PTSI.

Immagino che, avendo già vissuto la morte traumatica di un genitore, avere ora un genitore malato possa essere molto traumatico sotto questo aspetto.
Sì, anche se le cose stanno migliorando. E credo che esista una differenza profonda tra perdere un genitore e perderli entrambi. Ho amici che hanno perso madre e padre e che, anche a quarant'anni o cinquant'anni, si definiscono ancora orfani. È una cosa che non avevo mai sentito esprimere in questi termini e che mi ha colpito molto. Mi sono reso conto di non averci mai pensato davvero. Fin da quando ero bambino, però, mi sono spesso posto una domanda, e ne ho discusso con amici che hanno vissuto esperienze diverse dalla mia: è peggio perdere qualcuno all'improvviso, senza avere il tempo di prepararsi, o accompagnarlo attraverso una lunga malattia, sapendo che la fine si avvicina ma avendo almeno la possibilità di salutarlo? La verità è che non esiste una risposta. Ho amici e familiari che stanno affrontando il cancro, mentre io ho perso mia madre troppo presto. E ho parlato apertamente di quello che resta uno dei grandi rimpianti della mia vita: l'ultima telefonata che ebbi con lei. Se avessi saputo che sarebbe stata l'ultima, quella conversazione sarebbe stata completamente diversa. È qualcosa con cui continuo a convivere. Ma convivo anche con la consapevolezza che allora ero un ragazzino di dodici anni e che, in quel momento, tutto ciò che desideravo era tornare a giocare con i miei cugini.

Eppure devi riconoscere che eri soltanto un bambino. Soprattutto ora che sei padre.
Certo. Oggi mi è molto più facile capirlo. Ma prima di diventare genitore quel pensiero mi accompagnava continuamente. Era un senso di colpa che portavo dentro e che, a volte, diventava quasi schiacciante. La prospettiva cambia quando hai dei figli. Ora lascia che sia io a fare una domanda a te: qual è stata la tua esperienza con il lutto e la perdita?

È stata un'esperienza surreale. Entrambi i miei genitori hanno avuto forme di cancro serie e sono sopravvissuti. Ho quindi conosciuto il lutto anticipato senza arrivare alla perdita vera e propria. Al tempo stesso, molti dei miei amici hanno perso uno o entrambi i genitori. Ricordo una conversazione con mio padre in cui, in un certo senso, mi stava preparando alla sua morte. Mi disse: «Io non l'ho vissuto in prima persona, ma conosco pochissime persone che non abbiano attraversato qualcosa del genere». Non c'era bisogno che mi spiegasse che prima o poi sarebbe successo. Lo sapevo già. Eppure, mi trovo nella strana posizione di sapere che quel momento arriverà, senza avere la minima idea di come sarà davvero quando accadrà.
E come ti prepareresti ad affrontarlo? Voglio dire, seguire il corso ti è stato d’aiuto?

Certo che aiuta. In generale, credo che condividere la propria storia sia sempre utile.
Dovrebbe esserlo per chiunque. È proprio questo il punto.

Forse lo guardo con gli occhi di un giornalista, ma nel tuo caso c'è una forza narrativa particolare. Hai vissuto una storia che il mondo intero conosce. Quanti libri sono stati scritti su tua madre e sulla tua famiglia?
Migliaia. Io ne ho scritto uno. Gli altri ne hanno scritti migliaia.

Stavo per chiederti proprio questo, perché tu crei cose. Non sono un esperto della famiglia reale, ma…
Sembri esserlo. Indossi un blazer.

Hai scritto un libro, hai realizzato questa MasterClass. Da quando vi siete trasferiti in California vi siete avvicinati anche al mondo della produzione e dell'intrattenimento. Non è esattamente qualcosa che si associa alla tua famiglia, giusto?
Alla fine si tratta sempre di raccontare storie. Si tratta di trovarsi in determinate situazioni e di utilizzare in modo creativo le piattaforme a propria disposizione per condividere esperienze e idee. Tutta la mia vita, tutto il mio percorso, è sempre stato legato alla beneficenza. Ma quando mi sono trasferito negli Stati Uniti ho capito abbastanza in fretta che la beneficenza interviene quasi sempre a valle del problema. Allora mi sono chiesto, cosa posso fare che agisca più a monte? Non si tratta di sostituire la beneficenza. Resterà sempre necessaria. Ma se un problema è già diventato abbastanza grande da richiedere un intervento caritatevole, nella maggior parte dei casi si sta cercando di mettere un cerotto su qualcosa che esiste da tempo. Per questo il mio lavoro con BetterUp, la piattaforma di coaching online, era incentrato soprattutto sulla prevenzione. Se riusciamo a democratizzare l'accesso al coaching e a renderlo disponibile al maggior numero possibile di persone, dal CEO al custode di un'azienda, allora forse possiamo aiutare qualcuno prima che arrivi a un punto di rottura. Prima che si ritrovi dove mi sono ritrovato io. Sdraiato sul pavimento della cucina, in posizione fetale.

Ti è successo davvero?
Sì, eccome. È curioso osservare come cambiano le cose nel corso della vita. A un certo punto inizi a conoscerti davvero, capisci chi sei, cosa ti definisce, cosa ami fare, quali sono i tuoi fattori scatenanti, quali situazioni è meglio evitare e quali strumenti hai per proteggerti. Più acquisisci consapevolezza di te stesso, più sei in grado di affrontare ciò che non puoi controllare. Oggi, per esempio, so che cosa significa convivere con il lutto. So che un giorno perderò altre persone importanti della mia vita. Non so come reagirò quando accadrà. Immagino che crollerò e piangerò. E, se non dovessi riuscirci, probabilmente mi direi: “Davvero siamo tornati di nuovo a questo punto?”. La differenza è che ora le emozioni arrivano molto più facilmente. Mi capita di commuovermi nelle situazioni più disparate. Spesso sono eventi pubblici, con telecamere ovunque e centinaia di persone attorno. A volte sono persino momenti felici. E all'improvviso sento salire qualcosa e mi chiedo: da dove arriva tutto questo? Poi, naturalmente, non mi metto a piangere davanti a tutti. Torno a casa e penso: “Bene, adesso posso lasciarmi andare”. Ma ormai il momento è passato.

Insomma, quello che stai descrivendo è molto difficile, ovvero: provo un’emozione, ma mi sento osservato, quindi non riesco a viverla appieno. Poi torno a casa e cerco di ricrearla, ma non ci riesco. Devi sentirti fuori di testa.
No, non mi sento fuori di testa. Di certo non voglio alcuna compassione. Abbiamo superato da un pezzo quella fase.

Perché?
Perché? Perché sono un principe.

E allora?
Beh, grazie per averlo detto. È fantastico. Ho una rete di sostegno intorno a me. Ho seguito diverse forme di terapia e mi sono impegnato a fondo. Non ero obbligato a farlo. Mi chiedo dove sarei se non l’avessi fatto. La situazione potrebbe essere molto diversa. E i 10 anni nell’esercito mi hanno davvero aiutato a mettere i piedi per terra. Mi hanno fornito una serie specifica di competenze, ma mi hanno anche trasmesso una serie di valori a cui mi atterrò per il resto della mia vita.

Stavo riflettendo su come il periodo nell’esercito sia chiaramente un capitolo molto importante e sembri essere, prima del matrimonio e dei figli, il periodo più felice della tua vita.
Sì, sai cosa era strano? Per me era una via di fuga e all’epoca non mi rendevo conto di cosa mi stesse dando, né da cosa lo stessi usando per allontanarmi. Stavo scappando da qualcosa e stare nell’esercito mi ha offerto la distrazione perfetta. Ed ero anche il candidato perfetto: un ventenne pieno di adrenalina.

Nel tuo libro ci fai una battuta su questo. È tipo: Genitori divorziati? Madre assente? Vieni pure. Arruolati.
Sì. E se togli il titolo, chi sono e tutto il resto, è come se… venissi da una famiglia separata. E tantissime persone provengono da genitori divisi. In effetti, quando si tratta di reclutamento, siamo molto bravi a reclutare persone provenienti da famiglie separate, e gli individui pieni di adrenalina funzionano davvero bene in divisa. Ma è qui che entrano in gioco lo stress post-traumatico e tutto il resto, ed è qui che la ricerca mostra come molti, tra coloro che hanno prestato servizio operativo e che potrebbero soffrire di qualche forma di stress post-traumatico, abbiano avuto l’incidente come fattore scatenante, ma per molti la causa risale a prima del servizio. Si tratta di traumi infantili che molti di noi portano con sé. Alcuni ne sono consapevoli, molti altri no.

È anche un ambiente in cui il collega accanto non si rivolgerà a te per avere una conversazione davvero emotiva.
No, certo che no. Beh, questo è, ancora una volta, l’aspetto culturale. Come uomini, siamo incoraggiati a non mostrarci vulnerabili. Però, nel momento in cui hai dei figli, ti rendi conto che tutti siamo vulnerabile. E l’ho ripetuto più volte per anni e anni e anni: essere vulnerabili non è debolezza. È una forza, soprattutto perché nella vita difenderò la mia famiglia con tutte le mie forze, ma allo stesso tempo posso essere una persona vulnerabile, sia come marito sia come padre. Ancora una volta, tutto torna all’equilibrio. Non puoi essere semplicemente quel tipo da macho che non ha sensibilità, incapace di mostrarsi vulnerabile e che in fondo è solo un idiota.

Ho due bambini piccoli e sono ancora in un’età in cui si crede di poter fare tutto. Allora mi chiedo: «Beh, posso mostrare vulnerabilità? È giusto rompere l’idea che il loro papà sia invincibile?».
Devono sapere che non sei invincibile, credo sia questa la chiave. Nessuno di noi è invincibile. E sicuramente nell’esercito abbiamo sempre avuto questa capacità di indossare il mantello. L’uniforme era il mantello. Era come dire: «Sono invincibile». E quella mentalità ti ha sicuramente messo nei guai, ma ti ha anche tirato fuori dai guai. Tutti, però, dobbiamo imparare quando toglierci quel mantello. E non si tratta sempre di indossarlo o di non indossarlo, ma di trovare i momenti giusti per dire: «Ok, in questo momento devo essere questa versione di me stesso e in questo altro devo essere quest’altra versione di me stesso».

Mi sembra che tu abbia detto durante la lezione che pensi a tua madre quasi ogni giorno. A cosa pensi?
Non vado troppo in profondità. Non mi siedo lì, e probabilmente dovrei, ma non mi prendo il tempo per riflettere a fondo su come mi sento. È solo un pensiero veloce del tipo: «Wow, mi manchi. Mi chiedo come sarebbe il mondo se tu fossi ancora qui. Mi chiedo come sarebbe la mia famiglia se tu fossi ancora qui». Mi pongo delle domande. A volte le rivolgo a lei, in cerca di una risposta… e a volte ricevo davvero una risposta.

Ricevi una risposta.
Sì. Ed è proprio questo il punto. Trovo davvero interessante che ci sia ancora un legame con mia madre per cui sento davvero la sua energia in certi momenti e in certi aspetti della mia vita.

È una sensazione legittima.
Ma è davvero così? È una sensazione legittima, ma per molte persone che stanno leggendo questa intervista potrebbe essere: «Oh, quindi ora sei in contatto con tua madre e tutta quella roba lì?». Ebbene sì. La risposta sarebbe sì. C’è una componente energetica che non avevo mai apprezzato e di cui non mi ero mai reso conto. Quando è nato mio figlio Archie, dovevo fare avanti e indietro da Londra, affrontando ogni volta un viaggio di circa 40 minuti. Ero incredibilmente stressato per tutto quello che stava accadendo e le difficoltà da affrontare. Poi, tornavo a casa e prendevo Archie direttamente dalle braccia di Meghan. Se ero ancora stressato, lui se ne accorgeva immediatamente. Così ho cominciato a prendere un’abitudine: sfruttare quei 40 minuti di viaggio per cercare di ritrovare la calma. Mi dicevo: «D'accordo, adesso userò questo tempo per liberarmi dallo stress e ritrovare un po’ di serenità». E quando arrivavo davanti alla porta di casa, pensavo: «Vediamo se stavolta funziona». Entravo, lo prendevo in braccio e lui si accoccolava contro di me. E io pensavo: «Wow, ecco, funziona davvero».

È una cosa reale. E credo che noi genitori dobbiamo essere molto consapevoli delle emozioni che ci portiamo dentro, perché i nostri figli le percepiscono.
A volte sappiamo perfettamente come ci sentiamo, altre volte non ne siamo nemmeno consapevoli. Ma saranno proprio i nostri figli i primi a farcelo capire. Perché, se avvertono che qualcosa non va, semplicemente non vorranno stare tra le nostre braccia.

Hai menzionato, ormai diverse volte, questa idea di condividere la tua storia. Ti capita mai di pensare: «Oh cavolo, ho rivelato davvero tante cose?»
Sì, ma preferisco essere io a rivelare le cose invece di lasciare la possibilità al sistema di inventarle. Per una persona come me, se te ne stai in disparte in silenzio, tenendo un profilo basso, le storie non si fermano. Le storie sono continue. Quindi o te ne stai lì e accetti che venga creata tutta questa robaccia e la gente scriva libri su di te e storie, centinaia di migliaia di milioni di storie su di te nel corso degli anni, e la stragrande maggioranza di esse siano inventate, false, o semplicemente basate su fonti davvero scadenti o con un secondo fine, oppure condividi un po’ della tua storia. Così da provare a tenere il controllo della tua storia. Perché se gli altri non sono abbastanza responsabili da raccontare le cose come stanno, allora devi farlo tu stesso. Allo stesso tempo, sono stato criticato per avere raccontato la mia storia. E lo trovo affascinante, perché a tutti gli altri è permesso raccontare la loro versione della mia storia, ma Dio non voglia che possa raccontarne io l’altra faccia. Il solo fatto di raccontare la mia storia toglie molto potere alle altre persone.

Stavo pensando che, in un certo senso, la stampa sia una ferita profonda nella tua vita. E probabilmente per te io assomiglio molto alla stampa.
Non sembri, non parli né ti comporti come un giornalista. Non è una critica.

Ho pensato: Oh, no!
No, guarda, oggi mi trovo in una fase molto interessante della mia vita. Ho 42 anni e sono cresciuto circondato da alcune delle peggiori espressioni del giornalismo. Eppure eccomi qui, a 42 anni, a fare tutto quello che posso, a dare il massimo per cercare di difendere, sostenere e valorizzare il giornalismo. E lo faccio proprio per quello che ho vissuto crescendo. Perché una cosa è certa: non permetterò a chi si spaccia per giornalista di trascinare un’intera professione nel fango. È una cosa che mi fa davvero arrabbiare, perché il giornalismo, quello vero, quello fatto come si deve, è fondamentale. Basta guardarsi intorno, osservare quello che sta succedendo oggi nel mondo, per capire quanto sia importante.

Mentre parlavamo, stavo riflettendo: nella MasterClass, e anche in precedenza, hai parlato della ricerca di uno scopo. Ora eccoti qui a parlare del dolore e delle cose più vulnerabili di tutta la tua vita. Pensi che questo sia, in definitiva, lo scopo che hai trovato?
Penso che per me sia un insieme di scopi. Credo che senza uno scopo mi sentirei molto smarrito, come la maggior parte delle persone. Penso che tutti abbiamo uno scopo, dobbiamo solo trovarlo. Il mio lavoro mi dà la forza. La comunità Invictus mi ispira e farò, e continuerò a fare, tutto il possibile per aiutare gli altri a trovare il loro scopo e incoraggiarli a cercarlo.

Probabilmente aiuta anche te, però.
Enormemente.

Principe Harry, grazie mille.
Oh, grazie, Zach. È stato fantastico. Molto meglio di quanto mi fossi prefigurato.

Articolo originariamente pubblicato su GQ US