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“Il profumo del bicchiere mezzo pieno”: il pensar con il vino di Peretti

August 22, 2026

Milano, 22 ago. (askanews) – “Se non fosse che il vino mi fa pensare, avrei smesso di berne da tempo”. È probabilmente questa la frase che permette di entrare meglio ne “Il profumo del bicchiere mezzo pieno”, il libro da poco pubblicato da Edizioni Ampelos di Angelo Peretti, critico enogastronomico da oltre tre decenni. Il vino, in queste pagine, non è soltanto l’argomento e nemmeno un pretesto per parlare d’altro: è uno strumento del pensiero. Un bicchiere, una bottiglia, un ricordo o un errore nell’abbinamento diventano occasioni per interrogarsi sul piacere, sul tempo, sulla bellezza, sul dubbio, sulla libertà, sull’amore. “Senza il vino, mi toccherebbe studiare la filosofia” dice con grande ironia Peretti, con l’intento riuscito di alleggeriere questioni molto più grandi del vino senza trasformarle in una lezione.

Il volume nasce da una domanda ascoltata in una canzone della giovane musicista Emma Nolde: “Saremo felici mai?”. Peretti comprende che gli appunti accumulati negli anni avevano già, inconsapevolmente, un centro comune. La risposta comincia osservando un bicchiere riempito a metà. La metafora convenzionale dell’ottimismo e del pessimismo gli appare insufficiente: entrambi considerano soltanto una parte, mentre nel bicchiere intero convivono il vino e l’ossigeno che permette ai suoi profumi di svilupparsi. “Senza il vuoto, il pieno manca di bellezza”. Ciò che manca non viene rimosso ma diventa parte necessaria di ciò che c’è.

Il racconto prende la forma di un lungo alfabeto: “Agrodolce”, “Amori”, “Bello”, “Darwin”, “Happiness”, “Lacrime”, “Rompicapo”, “Silenzio”, “Tenerezza” sono alcune delle parole dalle quali partono brevi capitoli costruiti attorno a un pranzo, una canzone, un film, una lettura, una conversazione o una bottiglia. Peretti parte spesso dal vino, si sposta verso la vita, la letteratura, la musica o i ricordi personali e poi torna al bicchiere, come i vini consigliati alla fine di ogni capitolo non sono semplici suggerimenti di degustazione, ma prolungano il tema affrontato. Alexandre Dumas, Gianni Mura, Wim Wenders, Charles Darwin, Leonard Cohen, John Cage e molti altri entrano nelle pagine nello stesso modo: una frase o un’immagine vengono raccolte, accostate all’esperienza e lasciate lavorare.

Va detto che alcune risposte alla domanda-tema sulla felicità appartengono a un repertorio familiare un po’ scontato: il valore dell’amicizia e dell’amore, la necessità di rallentare, la bellezza delle piccole cose, l’importanza di ascoltarsi, meravigliarsi e vivere il presente. “Un grammo al giorno per una vita intera fa una montagna di felicità”, dopo un libro coinvolgente, una pedalata, una musica, una ricetta riuscita e un vino bevuto con gli amici. In effetti sarebbe difficile sostenere il contrario. Succede diversamente quando l’esperienza impedisce alla riflessione di chiudersi in una massima. “Occorre tacere per potersi ascoltare” non è certamente un’idea nuova, ma il capitolo sul silenzio la fa passare attraverso John Cage e quattro minuti e mezzo trascorsi bevendo senza parlare, fino ad accorgersi del respiro e dei rumori quasi impercettibili della deglutizione. La forza, allora, non sta nella conclusione ma nel percorso che la rende concreta.

Il libro acquista maggiore spessore quando l’autore, nato a Garda (Verona) nel 1959, ragiona sull’impossibilità di far coincidere una cosa con l’idea che ce ne siamo costruiti e applica il principio al “Barolo”: nessun vino reale corrisponde completamente al modello mentale o alla descrizione che lo precedono. “Quando un esperto di vino capisce di non essere esperto di vino, allora può dirsi davvero esperto di vino”. Il paradosso del “so di non sapere”, che lascia la domanda aperta a spunto di riflessione.

La stessa (condivisibile) insofferenza per le certezze attraversa le pagine dedicate ai dogmi enologici, ai pregiudizi contro il tappo a vite, il bag in box o il vino in lattina e alla convinzione che esista un gusto corretto al quale uniformarsi, che non trova giustizia nella prevedibile massima “La libertà degli altri è il presupposto della nostra libertà”.

Peretti, giornalista, scrittore e direttore responsabile del blog InternetGourmet.it, non ama nemmeno i vini costruiti “pensando al successo”, levigati fino a voler piacere a tutti. Preferisce quelli “intrisi di vitalità”, imperfetti, incostanti, dotati di carattere. E proprio un uomo abituato per mestiere a valutare migliaia di bottiglie può permettersi di fermarsi davanti alla “Barbera d’Alba” di Giuseppe Rinaldi e ammettere (giustamente) che “non si può dare un voto alla felicità”. Un punteggio può servire a classificare e confrontare i vini, ma non può misurare il ricordo, la commozione o il piacere legato a una bottiglia bevuta in un momento particolare. È qui che l’autore mette in discussione, dall’interno, gli stessi strumenti della critica enologica che ha praticato per anni.

Non sorprende che nel libro ricorra spesso il verbo bere più che degustare. Il vino interessa quando entra nella vita, sia una bottiglia importante oppure il rosso alla spina di una tavola calda o quello versato nei bicchieri di carta tra colleghi. Anche il tempo viene guardato da questa prospettiva. Al sessantesimo compleanno Peretti calcola di avere trascorso circa vent’anni dormendo e per un momento li considera perduti: un vino della sua stessa età e il pane preparato quella mattina gli suggeriscono un’altra lettura. “Se sono sprechi, allora il tempo sprecato è di gran lunga il migliore che accada di vivere”. L’elogio della lentezza è noto, ma il vino che matura e il pane che lievita riescono a dargli una forma meno astratta.

Lungo oltre duecento pagine tornano e ritornano felicità, lentezza, stupore, amore, amicizia e piacere delle piccole cose. La biblioteca di Peretti è spesso più complessa delle conclusioni alle quali conduce: gli interlocutori scelti sono numerosi e talvolta impegnativi, mentre alcune risposte finiscono per essere più consuete. Quando però il vino diventa terreno di incertezza e imperfezione, quindi di riflessione, il libro trova una voce meno prevedibile e piacevolmente ricca. (Alessandro Pestalozza)