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Il "Recovery" a Cosenza, i numeri del primo verdetto. Condanne per oltre quattro secoli

July 23, 2026

Pubblicato il: 23/07/2026 – 7:20

di Fabio Benincasa

COSENZA Oltre quattro secoli di condanne complessive decise nei confronti di 51 imputati, 25 invece le assoluzioni. Sono i numeri della sentenza pronunciata (qui i nomi), mecoledì 22 luglio dal gup del tribunale di Catanzaro all’esito del procedimento celebrato con rito abbreviato e scaturito dall’inchiesta della Dda di Catanzaro denominata “Recovery“: una costola della maxi operazione “Reset“. L’accusa ha sostanzialmente retto alla prova del primo verdetto giudiziario, nel quale sono coinvolti molti degli imputati ritenuti centrali nel sistema criminale cosentino.

Le condanne più pesanti

Le condanne più pesanti riguardano alcuni degli imputati “eccellenti”. Il presunto vertice della Confederazione di ‘ndrangheta cosentina, Francesco Patitucci, dovrà scontare una pena pari a 26 anni di carcere (condanna in continuazione), a 20 anni di carcere sono stati condannati Carlo Bruno, Michele Di Puppo, Antonio Illuminato, Marco Lucanto, Filippo Meduri, Mario Piromallo, Roberto Porcaro, Michele Rende, mentre Gianfranco Sganga è stato condannato a 19 anni.

La posizione di Strangio

Tra i condannati figura anche Francesco Strangio (7 anni e 1 mese) che – secondo la ricostruzione dell’accusa – i clan di ‘ndrangheta nel Cosentino avrebbero aiutato a rendersi irreperibile nel corso di un periodo di latitanza. I cosentini, in particolare, avrebbero collaborato nella fornitura di sostanza stupefacente con l’associazione di narcotraffico.

Il processo ordinario

In corso, in Corte d’Assise a Cosenza, il processo celebrato con rito ordinario nei confronti degli altri imputati nell’inchiesta. Nel corso degli ultimi mesi, sono state numerose le dichiarazioni rese in aula dai collaboratori di giustizia che un tempo gravitavano nell’orbita criminale bruzia e, dunque, considerati informati su uomini, donne e business illeciti perpetrati dai clan. Nei ricordi, alcuni un po’ sbiaditi, dei pentiti sono riemersi gli ingranaggi classici del “Sistema” Cosenza sorretto da una serie di regole non scritte in grado di governare gli equilibri, spesso instabili, delle cosche. Dal divieto assoluto di commettere il “sottobanco“, l’acquisto di droga al di fuori dei sodalizi criminali bruzi, alle punizioni severissime per chi trasgrediva le norme fino alle bacinelle: le casse comuni nelle quali sarebbero confluiti i proventi delle attività illecite. Una bacinella sarebbe stata riempita solo con i fondi ottenuti dalla vendita di droga. Con i danari accumulati, i clan avrebbero gestito i pagamenti degli avvocati e destinato uno “stipendio” alle famiglie dei detenuti. Altro elemento di rilievo emerso nel corso del dibattimento, il carattere unitario del gruppo degli Zingari”, come confessato da Celestino Abbruzzese detto “Micetto”. Altra fonte, stessa dichiarazione da parte di un altro pentito Ivan Barone che ha “confermato” l’esistenza di un nucleo unitario del gruppo degli Zingari di Cosenza e di Cassano allo Jonio. «Erano parenti, ma stavano insieme anche dal punto di vista criminale». ([email protected])

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