Tagliano il nastro e in questo taglio c’è una ricucitura. Il passato si riconnette al presente, il presente si collega al futuro. La riapertura del Teatro Valle - ecco il sindaco Gualtieri con le forbici e zac: comincia un’altra epoca - non è soltanto un evento culturale di grande importanza, e infatti ieri sera per celebrarlo c’era tanta Roma che vuole bene a Roma, ma è molto di più. Riassume la consapevolezza storica, politica ed economica, che questa Capitale sta finalmente avendo di sé e che la proietta pezzo dopo pezzo, e il Valle è un pezzo pregiato, nella competizione tra le maggiori metropoli internazionali con buone chance di primeggiare.
Gualtieri sul palco parla di «una scommessa molto ardua, ma l’abbiamo vinta», e in effetti nessuno avrebbe puntato un euro sulla riuscita dell’operazione. Che pareva impossibile dopo 16 anni di chiusura e infinite traversie. Ed il bello di questa che non va catalogata alla voce sorpresa perché è il succo di determinazione («Apriamo, apriamo, apriamo», si dicevano vicendevolmente i protagonisti e il cantiere era disseminato di foglietti con su scritto: «Apriamo il 16 ottobre»), uso corretto e mirato del denaro (erano disponibili all’inizio dei lavori appena 2 milioni e si è riusciti a farli diventare più di 11), determinazione e collaborazione istituzionale (il Campidoglio, la Regione, il ministero della Cultura, il Teatro di Roma con Francesco Siciliano presidente e Luca De Fusco direttore artistico), è che la storia come diceva Croce è sempre storia contemporanea.
E uno dei punti massimi della tradizione italiana, dal ‘700 a Pirandello, e Eleonora Duse e Gioachino Rossini e via dicendo, diventa con il restauro, con il rilancio, il teatro dell’eccellenza che questa città dell’innovazione può vantare. Occhio alle centinaia di antichi lampadari con vetro di Boemia che fanno armonia con i led, e attenzione, lo dicono pure Gualtieri e Siciliano all’inaugurazione, ai fregi ottocenteschi di Valadier che parevano spariti e invece rimuovendo le ridipinture del ‘900 è spuntata nella sala, e vicino al palco ultra-tecnologico che si è riusciti a realizzare in linea con tutti gli standard della contemporaneità, «La danza delle ore». Questa composizione artistica di Valadier che raffigura putti con strumenti musicali, dipinti su un fondo che imita un mosaico in oro zecchino. «Ma tu lo vedi?». «Sì, eccoli lì». «Favoloso». «Di più!». I presenti, tantissimi, alzano gli occhi a caccia della grande scoperta.

Ci sono i protagonisti di Roma. Francesco Gaetano Caltagirone è con Malwina Kozikowska. Nella prima fila dei palchi Giovanni Malagò. I due ex sindaci Veltroni e Francesco Rutelli con Barbara Palombelli sembrano assai soddisfatti che Roma si confermi Roma, luogo della concretezza. Gianni Letta con signora Maddalena non potevano mancare, e siedono al centro della platea accanto a Fausto Bertinotti e Lella. L’assessore alla Cultura, Massimiliano Smeriglio, uno degli artefici della riapertura, dice a tutti che «questa è un miracolo laico di chi credeva nel progetto», e tutti gli danno ragione. C’è Albino Ruberti, dg di Roma Capitale, che è stato magna pars di tutto ciò e riceve molti complimenti dal sindaco e dagli altri. Da uno dei palchi osserva la situazione il deputato Claudio Macini, uomo forte del Pd romano (più in là c’è Giulia Tempesta, donna forte del gualtierismo). Arrivano Gabriele Lavia e Mario Martone, il quale metterà in scena al Valle la Cenerentola» di Rossi che qui ebbe la sua “prima” nel 1817. E ancora: Giovanni Grasso, consigliere per la comunicazione di Mattarella; il produttore Valsecchi; Francesco Giambrone, soprintendente del Teatro dell’Opera («Questa è una grande festa per Roma»); Serena Dandini; Emanuela Bruni numero uno del Maxxi; Giovanna Melandri; Luigi Gubitosi; Michele Mirabella; Lorenza Bonaccorsi; Luciano Nobili; i “giovani turchi” del Pd, Matteo Orfini e Francesco Verducci; Chicco Testa; Luciano Nobili; l’assessore Onorato; medici e avvocati (Giovannino Perrotta, legale e bon vivant) e così via. L’archeologo Claudio Parisi Presicce viene ringraziato perché da archeologo ha molto dato alla riuscita di questa scommessa. Il direttore artistico De Fusco ringrazia Giuli e il sottosegretario del ministero della Cultura, Giampiero Cannella.
E non si può che essere soddisfatti. Anche dell’acustica. Sia Gualtieri che Siciliano sottolineano: «E’ sempre stato e continuerà ad essere uno dei teatri di tutto il mondo in cui la voce si sente meglio». E del resto Roma è dalla sua fondazione la città della parola - si veda su questo il bel libro dell’antichista Maurizio Bettini - e basti pensare al diritto e alla sua declamazione in tribunale, alle istituzioni come il Senato, alle orazioni pubbliche e ai sermoni, e appunto al teatro, e questo antico teatro nuovo ha tutti i crismi per il primato dell’orecchio contro la digitalizzazione del sentire. Si ricollega insomma a ciò che siamo e al da dove veniamo. Identità? Chiamiamola così.
Prima che Francesco Piccolo racconti la vicenda di Pirandello e dei «Sei personaggi in cerca d’autore» - è stato restaurato anche il camerino in cui mentre il pubblico il 9 maggio del 1921 gridava «manicomio! manicomio!», contro la rivoluzionaria opera pirandelliana sulla frantumazione dell’io, l’autore si ritirò e non voleva più uscire - si ragiona tra palco e platea sul significato di questa rinascita. Ed è unanime l’opinione che il recupero del passato è il lievito del futuro per una Capitale che veniva accostata all’immobilismo e si sta rivelando frontiera di innovazione. E con il Valle, tra il Senato e Piazza Navona, il Pantheon e la chiesa di Sant’Andrea e di San Luigi dei Francesi e la Grande Bellezza è un continuum e un moltiplicatore di se stessa, Roma è ancora più Roma. Ma Roma delle origini e sempre più contemporanea. Il sindaco di questo è convintissimo. Parla delle stratificazioni che sono dentro il corpo di questa meraviglia settecentesca che è il teatro rinato - nel cui fondo sono stati trovati antichi reperti romani, pavimenti medievali, legni del diciottesimo secolo, un grande orologio pregiato e dimenticato, i fregi del Valadier e in questa armonia si è deciso di lasciare anche le scritte in rosso fatte sulle scale dagli occupanti quando il teatro venne chiuso e allora: «No racism», «No violence», «No sexism» - e da storico di professione Gualtieri collega tutti i fili, i tempi e gli strati e arriva a dire: «Questa sarà la casa della drammaturgia contemporanea». Sì. Roma ne ha bisogno. Il nuovo Valle c’è e qui la cancel culture non vincerà mai.
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