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Il senatore, l'attivista iraniana e le femministe | Butac - Bufale Un Tanto Al Chilo

October 27, 2026

Sulla bacheca del senatore della Lega Gianluca Cantalamessa ci avete segnalato questo video:

Accompagnato da questo testo:

Najmeh Amini, 23 anni, studentessa condannata a morte in Iran per un presunto post (di cui nessuno, però, conosce il contenuto) in cui avrebbe insultato Maometto. «Oggi non voglio fare la figura dell’eroina. Voglio solo che la mia voce sia ascoltata». La voce esce dal carcere di Vakilabad, a Mashhad, in un messaggio vocale registrato due giorni dopo la condanna a morte. «Sono una ragazza innocente con tante speranze e sogni. Ho dei genitori che mi aspettano». Dove sono le femministe che da 3 anni scendono in piazza con la bandiera proPal a difesa dello stesso mondo che condanna a morte una ventenne per un post? Nessuno si scandalizza?

Come sempre siamo andati a fare delle verifiche per capire se le cose stessero come sostenuto dal senatore Cantalamessa, che ricordiamo come sempre è pagato dai soldi di tutti i cittadini italiani per amministrare la cosa pubblica, e sarebbe bello lo facesse con la giusta responsabilità che il ruolo impone.

L’accusa di Cantalamessa è chiara: secondo lui le femministe italiane, sempre pronte a scendere in piazza per difendere un sistema che non ha rispetto per le donne come quello vigente in Palestina, non prenderebbero la stessa posizione quando si tratta delle donne iraniane. Ma – se anche le motivazioni per cui vengono fatte manifestazioni a favore del popolo palestinese fossero paragonabili – basterebbe fare due ricerche sul web per scoprire che è falso: a ottobre 2022 ad esempio a Bologna ci fu una manifestazione in Piazza del Nettuno contro la condizione delle donne in Iran, e tra i collettivi dietro la manifestazione c’era anche il gruppo femminista Non una di meno. Stessa cosa successa lo stesso mese in altre città italiane. Quindi quel “dove sono le femministe” è una premessa smentita dai fatti: “le femministe” le vediamo regolarmente al fianco delle donne iraniane.

E ora?

La vicenda di Najmeh Amini è reale e drammatica e sicuramente urgente. La giovane studentessa iraniana è stata arrestata il 31 gennaio 2026 durante le proteste a Mashhad ed è stata condannata a morte il 16 settembre per l’accusa di aver insultato il profeta Maometto. Inoltre le sono stati inflitti anche più di dodici anni di carcere per accuse legate alla sicurezza nazionale e alla propaganda contro lo Stato. Secondo quanto riportato dall’organizzazione per i diritti umani Hengaw il contenuto esatto dei messaggi social contestati alla giovane non è stato divulgato pubblicamente. In compenso, per fortuna, la sentenza capitale non risulta definitiva e può essere impugnata, cosa che è già stata fatta dai suoi difensori. È una vicenda gravissima che non andrebbe strumentalizzata per portare acqua al proprio mulino, ma usata per denunciare la situazione in cui vivono molti oppositori del regime iraniano.

Perché ne parliamo?

Ed è per questo che trovo discutibile modi e toni sfruttati da Cantalamessa. Nel suo post dà a intendere che le femministe, manifestando a favore della Palestina, starebbero difendendo “lo stesso mondo” che condanna a morte Najmeh Amini. Ma non è così. Detesto dover difendere le posizioni politiche dei partiti ma basta farsi un giretto sulle bacheche di sinistra per trovare articoli che prendono le difese della ragazza, qui ad esempio il Manifesto che il 17 ottobre titolava “Un’altra Amini da giustiziare”. O ancora l’Unione Donne In Italia (UDI) che ha rilasciato nei giorni scorsi questo comunicato stampa:

Il rapporto Human Rights in Iran – Review of 2025/26, pubblicato da Amnesty International il 21 aprile 2026 – documenta un quadro gravissimo: in Iran è stato registrato il più alto numero di esecuzioni dal 1989, mentre la pena di morte continua a essere utilizzata come strumento di repressione politica e colpisce in modo sproporzionato le minoranze. I processi sono sistematicamente iniqui, con frequente negazione dell’accesso agli avvocati e confessioni ottenute sotto tortura.
Il rapporto denuncia, inoltre, la discriminazione sistemica contro donne e ragazze, l’imposizione del velo obbligatorio e la persecuzione di chi rifiuta di sottostare a queste imposizioni. Nonostante la resistenza diffusa delle donne, le autorità continuano a ricorrere a sorveglianza, intimidazioni, arresti arbitrari e sanzioni per controllarne i corpi e le scelte.
È contro questo sistema di oppressione che si è levato il movimento Donna, Vita, Libertà, nato dopo la morte di Mahsa Jina Amini durante la detenzione da parte della polizia morale nel 2022. Come ricorda Amnesty International, la repressione di quel movimento è proseguita anche attraverso esecuzioni arbitrarie e processi gravemente iniqui. Le donne iraniane continuano a lottare per la libertà, l’uguaglianza e l’autodeterminazione, pagando un prezzo altissimo.

L’UDI, coerentemente con la propria storia e il proprio impegno per la libertà delle donne, chiede pertanto alle istituzioni italiane ed europee:

  • di intervenire diplomaticamente per impedire l’esecuzione di Najmeh Amini e garantire la sua incolumità e il rispetto dei suoi diritti;
  • di intensificare l’azione contro la pena di morte in Iran, chiedendo una moratoria immediata delle
    esecuzioni;
  • di promuovere la liberazione delle persone detenute arbitrariamente per le proprie opinioni e per
    aver esercitato pacificamente la libertà di espressione;
  • di sostenere concretamente le donne iraniane che continuano a lottare contro la discriminazione e per i propri diritti fondamentali.

Chiediamo alle istituzioni di agire con tempestività: salvare una vita e contrastare la repressione significa
difendere l’universalità dei diritti umani.

In attesa di un riscontro sulle iniziative che vorrete assumere, porgiamo distinti saluti.

Comunicato dove appare chiara la presa di posizione del movimento.

Per concludere, non entriamo qui nel merito delle motivazioni del movimento in difesa del popolo palestinese, ci limitiamo a specificare che “difendere la popolazione palestinese” e “difendere lo stesso mondo che condanna a morte una ventenne per un post” non sono la stessa cosa, e che usare le due frasi come se avessero lo stesso significato è una semplificazione populista, usata qui come fondamenta di un ragionamento fallace.

Un senatore, prima di muovere un’accusa come fa Cantalamessa. dovrebbe fare due ricerche, verificare se sia vero quanto sta per dire. Invece si parla alle pance, consci che a fare due verifiche siano in pochi.

maicolengel at butac punto it

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Immagine di testa di Daniela Martinez su Unsplash