Danni collaterali civili. Nel gergo militare israeliano si dice Naza, ed è il titolo del documentario che sta riempiendo le sale cinematografiche. Chi ha premuto il grilletto, o azionato un drone, racconta quanti civili era consentito uccidere per colpire un obiettivo. Ho parlato con uno di questi “danni collaterali”: lui è un bambino, ha 13 anni, si chiama Ismail e un'esplosione gli ha portato via una parte del cranio.
Solo la pelle protegge il suo cervello
Ismail e sua madre si collegano, su WhatsApp, dalla Striscia di Gaza. Dallo schermo vedo una stanza buia, degli oggetti accatastati l'uno sull'altro e poco altro. Un interprete è in linea con noi ed è lui a permettermi di parlare con la famiglia di Ismail e di ascoltare la loro storia. Le parole, passando attraverso un'altra voce, arrivano con qualche secondo di ritardo ma le espressioni sui loro volti non hanno bisogno di traduzione e Ismail riesce persino a sorridermi.

"As-salāmu ʿalaykum", mi salutano. La donna che indossa l'hijab si chiama Noah, è la madre di Ismail e mi racconta cosa è successo. Poco più di un anno fa, Ismail è arrivato in ospedale dopo un’esplosione con lo stato di coscienza compromesso. La ferita nella parte frontale sinistra del cranio aveva esposto il tessuto cerebrale. I medici lo hanno operato d'urgenza: hanno rimosso una parte dell'osso, fermato l'emorragia e ripulito la ferita. Ismail è sopravvissuto ed è stato dimesso dopo un esame neurologico normale, ma quel pezzo di osso non c'è più. In quel punto il suo cervello è protetto soltanto dalla pelle. Ogni caduta, ogni urto, perfino una corsa possono essere un pericolo.

Leggo il suo referto, rilasciato dal Makkah Medical Center, un centro medico di Gaza City all'estremità nord di Shari' al-Nafaq. Per richiudere quel vuoto servirebbe una cranioplastica con una rete in titanio. L'ospedale lo scrive chiaramente: quel materiale, lì, non è disponibile. Ismail ha già fatto una consulenza in video con uno specialista in Italia ma i corridoi umanitari sono interrotti e dalla Striscia, a oggi, non si esce. Ismail non è il solo. Secondo l'Oms, oltre 18.500 pazienti sono in attesa di evacuazione medica. Il valico di Rafah è stato chiuso il 28 febbraio 2026 e ad aprile l'Oms ha sospeso le proprie operazioni di soccorso internazionale. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, ogni giorno muoiono tra i sei e i dieci pazienti in attesa di partire.
Cosa raccontano le ferite negli ospedali
Nel settembre 2025 il quotidiano olandese de Volkskrant ha pubblicato un'inchiesta di Maud Effting e Willem Feenstra dal nome What the wounds are telling us, che tradotto significa “cosa ci dicono le ferite”.

I due giornalisti hanno intervistato 17 medici e un'infermiera stranieri, arrivati da Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Paesi Bassi, che dall'ottobre 2023 hanno lavorato in sei ospedali e quattro cliniche della Striscia. Quindici di loro hanno riferito di aver curato bambini sotto i quindici anni colpiti da un singolo proiettile alla testa o al petto: 114 casi in tutto, documentati con radiografie, fotografie e appunti clinici. Molti non sono sopravvissuti. I casi reali sono probabilmente di più, perché chi muore prima di arrivare in ospedale non viene contato. L'inchiesta ha ricevuto il Distinguished Reporting Award dell'European Press Prize 2026.
Il chirurgo traumatologo californiano Feroze Sidhwa ha affermato: "È fuoco mirato. Qualcuno preme il grilletto su un bambino". Nel giugno 2026 la Commissione d'inchiesta indipendente dell'Onu ha esaminato le ferite di 17 bambini tra i 3 e i 16 anni colpiti da armi da fuoco. Dei 15 casi analizzati per intero, in 12 le ferite erano compatibili con un unico colpo mirato, sparato da cecchini o da droni. Le lesioni alla testa sono diventate una delle emergenze pediatriche della Striscia. Secondo uno studio dei reparti di neurochirurgia dell'Ospedale europeo di Gaza e del complesso Nasser, tra gennaio e settembre 2025 quasi metà dei pazienti con trauma cranico penetrante aveva 18 anni o meno, con un'età mediana di 13. Tre su dieci sono morti. Ismail, ferito da un'esplosione e colpito alla testa, è tra quelli che ce l'hanno fatta.
Quale sarà il futuro di Ismail
Ismail non va più a scuola e ha perso più di due anni di istruzione. I farmaci per la sua condizione spesso non arrivano e l'Unicef avverte che, senza medicine essenziali, i bambini feriti soffrono di più e rischiano infezioni e complicazioni. Noah, sua madre, ha paura che possa perdere coscienza all'improvviso. Eppure, lo sguardo di Ismail è curioso, come quello di ogni bambino: mi osserva attraverso lo schermo, mi sorride, mi saluta.

Gli chiedo se andasse volentieri a scuola. Lui scuote la testa, in segno negativo. È la stessa reazione che ha mia nipote quando le si parla di scuola. Ismail non è un numero in un bollettino né una diagnosi in un referto, ma un ragazzino che prova quello che provano tutti i ragazzini della sua età. Solo che a lui il diritto all'infanzia è stato tolto.
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Nel genocidio una delle armi più efficaci è la disumanizzazione: quando un popolo smette di essere raccontato come fatto di persone e diventa una massa indistinta, tutto diventa sopportabile. Le tende, la fame, le scuole distrutte. Lo diventa anche un bambino che vive con una parte del cranio scoperta mentre, a poche ore di volo, c'è chi potrebbe operarlo. Alla fine della chiamata Ismail saluta con la mano e lo schermo torna nero. C'è chi si ostinerebbe a chiamarlo danno collaterale, ma io penso che dovremmo chiamarlo con il suo nome: Ismail, un essere umano.
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