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Il testamento “Calde le pere!” Le parole di Francesco Guccini  - L'Unione Sarda.it

August 28, 2026

Per gentile concessione di Giunti Editore pubblichiamo in anteprima l'incipit di “Calde le pere!”, libro a cui Francesco Guccini, morto il 6 agosto, ha lavorato fino all’ultimo, da ieri, postumo, in tutte le librerie.

Qualche tempo fa un nostro amico, abile giornalista, attore, animatore televisivo e arguto cabarettista ricevette, forse proprio per i motivi suddetti, un fascicolo che chiameremo d’ora in poi Brogliaccio: un insieme raffazzonato, e parzialmente rilegato alla bell’e meglio, di fogli dattiloscritti, ciclostilati, fotocopiati e corredati da interviste varie, che aveva come principale argomento salaci storie accadute nelle case di tolleranza e dintorni della Bologna che fu.

L’autore di questo curioso Brogliaccio, che anonimo non è, perché l’uomo si sarebbe presentato con nome e cognome, volendo forse ricavare dal suo paziente lavoro di ricerca o un regolare libro o un qualche tipo di spettacolo, è misteriosamente scomparso: di lui non si sa più niente, per quante ricerche, anche se non circonstanziate, siano state fatte.

Di lui, di questo semisconosciuto e appassionato compilatore, ci restano il Brogliaccio, preziosa per quanto disordinata antologia bordellesca e un folgorante titolo: “Calde le pere!”

“Calde le pere!?”

Il sibillino titolo, secondo una carta del Brogliaccio, sarebbe dovuto a un curioso episodio. Ignoriamo con esattezza quando, ma sembra che una prostituta, che immaginiamo di non più giovane età, circolasse, forse preda di svariate bevande alcoliche, pedalando in bicicletta fra “l’obliqua furia dei carri” (come dice il poeta), sciamannata e semidiscinta, mostrando da una corta sottanella che non indossava mutande di sorta e (i piedi sul manubrio) cosce non più con la rotondità piena del fiore degli anni, urlando a gran voce la suddetta oscura frase: «Calde le pere!».

L'esclamazione, lo abbiamo anticipato, è di difficile interpretazione. Se ci concentriamo sul sostantivo, pere, la prima immagine che viene alla mente è quella di una voce popolare che si riferisce al seno femminile. Ma perché calde? Uno le può immaginare soffici, morbide, carezzevoli, tiepide, ma non calde. Dobbiamo allora tentare un’altra spiegazione.

In tempi ancora analogici nei quali abbiamo trascorso la nostra giovinezza, e non maledettamente digitali come quelli che viviamo, ci aspettavano, all’uscita delle scuole, industriosi piccoli casalinghi artigiani che offrivano a noi studenti, vessati da ore di tortura degli allora ringhiosi docenti, il conforto di modesti ma saporosi prodotti di ingegnosa manifattura autarchica, quali stecchini in cui erano infilzate fettine di mela sobriamente (molto sobriamente) ricoperte di zucchero caramellato oppure, a Bologna, le mistocchine, vale a dire dei dolcetti, preparati con farina di castagne pressata in apposite formine, che venivano cotti nel forno della stufa economica.

È che allora la farina di castagne costava poco, e le castagne erano purtroppo il cibo principale delle genti di montagna. Oggi la faticosa trafila della castagnicultura è quasi abbandonata, e questo fa sì che la farina di castagne sia quasi introvabile, più rara e costosa dell’oro. Meno avidi dei venditori di caldarroste erano quei modesti predecessori dello street food che stazionavano, anch'essi, davanti alle nostre scuo le e non solo.

Alcuni di loro, di grande ingegno e di notevole achievement, si presentavano reggendo piccoli vassoi sui quali torreggiavano alcuni esemplari di pere, cotte a volte nel vino, a volte nel burro e zucchero. L'invitante grido di costoro era, se non ci sbagliamo: «Calde, le pere!».

Resta il mistero del perché questa non più giovane peripatetica, compiendo pericolosi virtuosismi ciclistici, sentisse il bisogno di fare suo il grido dei peracottari. Forse l’urlo della donna conteneva un sottile doppio senso erotico, una profferta oscena e autopropagandistica.

L'amico che ha ricevuto il raffazzonato Brogliaccio ci ha poi segnalato, fra le tante casualmente assortite vicende della, diciamo così, raccolta, una storia che con le case di tolleranza non ha quasi niente a che farese non di striscio, se non nella singola, volatile e quasi irrilevante, apparizione del finale. È una vicenda inverosimile, assurda, irreale più che surreale. Non ne conosciamo quasi i protagonisti.

Si tratta di una modesta famigliola di cui non sappiamo nemmeno i nomi dei componenti, solo quello della figlia: Lisa o Lisetta, una ragazza eterea, quantomai pura, l'emblema della castità e della verginità.

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