PORDENONE - Le urla, il rumore di oggetti sbattuti contro le sbarre, il fumo e le fiamme nella cella numero 11. Non è una rivolta quella che sembra scoppiare verso le 22.30 di lunedì sera nel carcere di Pordenone. È un atto dimostrativo sfuggito di mano a un ragazzo di 19 anni che, dopo aver appiccato il fuoco al materasso con un fornellino a gas, si è barricato in bagno impedendo agli agenti della polizia penitenziaria di salvarlo. Si chiamava Mamdouh. Esattamente Mamdouh Mohamed Khodair Karam. Nato il 4 giugno 2007 in Egitto e morto nel carcere di Pordenone il 17 agosto 2026 intossicato dai fumi dell’incendio che ha reso inagibile la cella al primo piano, una di quelle che guardano verso il palazzo di giustizia di Pordenone, due letti a castello in pochi metri quadrati e una piccola toilette. Era arrivato in Italia che aveva 16 anni inseguendo chissà quale sogno e lasciando in Egitto genitori, fratelli e sorella che è morta poco tempo fa. Ha provato l’esperienza del carcere minorile al Sud e a Milano. È stato ospitato in una casa di accoglienza a Udine ed è passato dal Cpr di Gradisca d’Isonzo, dove aveva bruciato un materasso innescando insieme ad altri immigrati una protesta. Per quell’episodio stava scontando la pena agli arresti domiciliari: a settembre avrebbe pagato questo suo primo conto con la giustizia.
Incendio in carcere, detenuto 19enne dà fuoco al materasso e muore intossicato VIDEO
IL RITRATTO
Il suo avvocato, Sonia Pasca del Foro di Udine, ha seguito le sue vicende giudiziarie proprio a partire da quell’incendio al Cpr di Gradisca. «Non riesco a darmi pace», ripete. «È arrivato in Italia a 16 anni, nessuno gli ha mai dato una direzione - spiega - Ha fatto un percorso molto duro, senza alcun sostegno. La sua morte mi addolora, non è riuscito a trovare la sua strada. La sua non è una questione giudiziaria, ma di accoglienza. Di momenti di sconforto ne aveva tanti, magari aveva reazioni non consone, ma poi si pentiva». Avevano avuto un colloquio pochi giorni fa. «Mi diceva che era molto attaccato alla mamma e al papà - prosegue il legale - Telefonava sempre alla madre, mi diceva che si vergognava del fatto che era in carcere, era afflitto perché si era reso conto di aver fatto delle stupidaggini». «Avvocato - le diceva - non ho il coraggio di dirlo alla mamma, mi vergogno». Ripeteva che voleva uscire dal carcere e trovare un lavoro. A San Martino al Tagliamento, dove stava scontando la pena nella casa di accoglienza Oltre la pena, era seguito da una psicologa. Un percorso che il trasferimento in carcere non aveva interrotto, perché la professionista era andata a trovarlo assicurandolo che nulla sarebbe cambiato.
I GUAI
A Karam erano stati concessi i domiciliari dal Tribunale di Gorizia con la possibilità di frequentare il Centro per l’istruzione degli adulti di Pordenone: stava imparando bene l’italiano. Con l’esuberanza dei suoi 19 anni chissà quante volte si è sentito invincibile, come quando passava sotto il carcere di Pordenone gridando parole di saluto e incoraggiamento agli amici “maranza” in misura cautelare per le rapine in stazione ferroviaria. Esuberanza che si è manifestata anche nella casa di accoglienza di San Martino con violazioni alle prescrizioni del magistrato puntualmente segnalate dai carabinieri di Casarsa. Tutto è precipitato a luglio, quando è rimasto coinvolto nelle risse del 23, 24 e 29 luglio. In un caso è spuntato un coltello e un ragazzo ha subito lesioni non gravi. L’ultimo episodio è quello che ha fatto precipitare la situazione. Scappato verso l’autostazione dopo l’ennesimo parapiglia, doveva salire sull’autobus diretto a San Martino. Controllato dalla Guardia di finanza, ha fatto resistenza. Arrestato e processato per direttissima, aveva ottenuto nuovamente i domiciliari in attesa di chiudere il capitolo processuale a settembre con un rito alternativo.
IN CARCERE
«Brucio tutto». Questa è stata la minaccia in uno di quei momenti in cui perdeva il controllo. Ancora fuoco. E gli operatori della struttura di San Martino hanno ritirato la disponibilità all’accoglienza. Quando al Tribunale è stata sottoposta la situazione, la misura cautelare è stata aggravata. Karam è stato portato in carcere il 5 agosto. I primi dieci giorni tutto è andato bene. A Ferragosto ha cominciato a dare segni di nervosismo. Lunedì mattina ha rotto il vetro della finestra ed è stato portato in pronto soccorso per accertamenti. È stata una brutta giornata, di quelle in salita. Verso sera sembrava essersi calmato dopo che un agente gli ha portato un caffè. Ma in testa Mamdouh aveva altre idee, chissà quanto confuse in tutta quella solitudine. «Chi avvisiamo se stai male o ti succede qualcosa?», è stata la domanda di rito quando è entrato nella casa circondariale di piazza della Motta. «Nessuno». La casella è rimasta vuota. Non ha voluto indicare neanche la mamma, si vergognava per averla delusa.