PADOVA - Domenico Corrado, direttore dell'Uoc Cardiologia dell'Azienda e docente universitario, è considerato uno dei più autorevoli aritmologi del mondo e non a caso è stato chiamato in qualità di superperito a far luce appunto sulle cause della scomparsa dei calciatori Piermario Morosini e Davide Astori, e un suo parere è stato chiesto pure quando sono stati vittime di arresto cardiaco in campo Christian Eriksen ed Edoardo Bove, poi salvati e tornati a giocare in Inghilterra dopo l'impianto di un defibrillatore sottocutaneo. Ed è stato sempre lui a dare un contributo determinante per scoprire che è una cicatrice sul cuore, non visibile con gli esami di routine ma solo con la risonanza, a trasformarsi in killer.
Professore, siete al culmine di un'avventura che dura da 40 anni per lo studio delle malattie genetiche del cuore.
«La parola chiave è proprio "genetiche", che non vuol dire congenite, e l'alterazione può evidenziarsi anche a distanza di tempo, nella terza o quarta decade della vita».
Il modello è il ciclista Sonny Colbrelli il quale dimostra che l'arresto cardiaco non è sinonimo di morte improvvisa.
«La sua vicenda mette in luce che ci sono delle malattie cardiache genetiche che possono portare a queste situazioni che sono come un fulmine a ciel sereno, con atleti a livello agonistico il cui cuore improvvisamente si ferma per un'aritmia. Nella fattispecie Colbrelli è stato rianimato con successo, continua a condurre la sua vita e il defibrillatore lo protegge da eventuali recidive».
Lei lo ha seguito.
«Sì, e siamo rimasti amici. Mi racconta che continua a fare attività sportiva anche se non agonistica, ma nel caso del suo sport c'è il rischio anche per le terze parti, perché se dovesse avere un problema durante una gara o un allenamento in gruppo, la sua caduta avrebbe conseguenze pure per altri. A uno sciatore con il defibrillatore, invece, siamo riusciti a far avere l'idoneità sportiva. Sonny è l'emblema dello sportivo che si è salvato grazie alla defibrillazione e alle indagini molecolari».
A cui dovrebbero essere sottoposti atleti che accusano dei sintomi.
«Certamente, perché bisogna prevenire tali situazioni. Analizzando il patrimonio genetico si riesce ad andare a fondo per capire se sia presente un difetto che possa giustificare la malattia cardiaca. Però non possiamo estenderlo in modo indiscriminato a tutta la popolazione e quindi dobbiamo riservarlo a chi ha già un fenotipo». Per esempio? «A un giovane, o a un atleta per il quale sospettiamo la presenza di una malattia cardiaca, sulla base dei riscontri di un elettrocardiogramma o di un test da sforzo. Ricordo che grazie a questi ultimi in 4 decenni la mortalità è pressoché azzerata, mentre prima si verificano 4 decessi ogni 100mila atleti».
Qual è il quadro?
«Dobbiamo dividere la popolazione sportiva in base all'età. Fino ai 35 anni le cause delle morti improvvise sono malattie che possiamo sospettare sulla base di valutazioni elettrocardiografiche che identificano le cardiomiopatie aritmogene. Per gli over 35 subentrano altri fattori, come le patologie aterosclerotiche delle coronarie o l'infarto, più difficili da identificare con gli accertamenti di routine».
In questi 40 anni avete vissuto un'avventura straordinaria.
«Abbiamo ottenuto risultati eccezionali, tra cui cito appunto la scoperta della cardiomiopatia aritmogena del ventricolo sinistro di Colbrelli che ci permette adesso di utilizzare con successo i test genetici molecolari».
Ni.Co.