Nel consueto tentativo di rendere raffinatamente enigmatica e anti-didascalica la propria proposta artistica a livello estetico, le scelte sui visual che accompagnano l’ultimo lavoro della band newyorkese mostrano un bilanciamento tra razionalismo ed emozione, istantanee impressioniste e contrasti espressionisti, che ci portano ad una rivelazione ancora più lampante rispetto al passato. Al di là delle immagini, emerge quindi la natura sfuggente di questi mondi sonori e il desiderio di inscenare una tensione sotterranea — sfumata eppure ineludibile — tra la trasfigurazione esterna e l’esperienza interna di sé. E così, ci sono occhi elettronici ammassati che tutto osservano, restituendo una realtà (s)falsata, e occhi anatomici che sembrano ciechi/accecati o forse troppo spalancati di fronte a un elegante abisso interiore: un soggiorno scuro, puntellato da accenti rossi e squarci di finissima luce bianca, anticamera di micro-inferni privati o fragili apocalissi osservate da lontano, in apparente quiete.

E quel riflesso interiorizzato deve pesare tantissimo. Dopo quasi un quarto di secolo passato a muoversi sul solco dei propri confini, poi sfidandoli e allontanandosi ma non sempre riuscendo a rinnovarsi, scontando l’ombra gigantesca di due pietre miliari come “Turn On The Bright Lights” e “Antics”, la cosa più entusiasmante che la band di New York potesse fare oggi era… arrendersi, cercando di non tradirsi e paradossalmente proprio per questo diventare anche altro da se stessi: “This Mirror Weighs A Ton” sembra essere il risultato di quest’accettazione, un disco più “divertito” ma anche, allo stesso tempo, più drammatico dei predecessori. Parliamo di un drama tenue, intravisto attraverso il fumo di una sigaretta, nella penombra di una nuova consapevolezza: alla fine di danze forsennate, è il passeggiare sul bordo del baratro osservando le stelle di una notte che si sta riversando in una nuova alba.
Il passato viene strappato via dolcemente, l’attesa magniloquenza si scioglie senza pressioni nell’incedere svagato e incredibilmente sognante della title-track. Ogni strumento si posa come una pennellata delicata su una tela scura: uno splendido affresco di momenti irrisolti che sfumano nel vuoto, nel quale galleggia lo spettro quasi salvifico e fiocamente luminoso della voce di Juliet Seger, compagna del frontman Paul Banks, il quale accarezza la traccia con uno strano, sinistro calore e con la sua delivery sempre volutamente incerta, accostando immagini apparentemente inerti e opache, oggetti e archetipi familiari, ricordi non messi a fuoco e impressioni labili immersi in un mare lattescente, tra solennità senza tempo e trivialità del quotidiano, in un’esplorazione frammentata dell’isolamento e dell’esigenza di resistenza emotiva.
“See Out Loud”, tra i singoli usciti qualche settimana fa, è quello più nella direzione di un banger: una prova bella tesa dalle parti di “Slow Hands” e “Rage Back Home”, ma dotata di una patina rinfrescata, intrisa di pulsioni sinestetiche. Qui troviamo anche il chitarrista Daniel Kessler a declamare qualche verso nel bridge (un elemento che riporta alla mente la vecchia e gloriosa “PDA”). È il brano più dinamico e “d’intrattenimento” del lotto, con un tiro irresistibile e un’ottima produzione.
La visione fosca nascosta dietro il caracollare turbolento del sound diventa di nuovo nebbia tossica nel confessionale a tratti distopico di “Iron City”, sorta di scambio tra coscienza umana e anti-coscienza tecnologica: gli Interpol forse non sono mai andati così a fondo nella cinica oscurità della realtà.
La stessa ombra decadente, in maniera ancora più cupa, aleggia su “Wounded Soldier” e i suoi “sogni di violenza”: una vera e propria war-song avvolta nel consueto velluto degli Interpol, ma macchiato di sangue e gelato dal ghiaccio di un inverno bellicoso. È un brano tematicamente molto crudo, intriso di dolore autentico, come uno stralcio di un vero diario di guerra: “This is not a show, this is how it goes”.
Interessanti le deviazioni rispetto alle aspettative, che si consumano soprattutto nei finali dei pezzi, dove la band sceglie di sfilacciare la musica anziché far calare subito il sipario. Prendete “Bird And The Serpent”: il pezzo si trascina dietro una lunga, avvolgente coda strumentale in cui la sezione ritmica cavalca decisa un groove notturno e appiccicoso, lasciando che siano le pulsazioni elettroniche a prendere gradualmente il sopravvento sul resto. È un’elasticità d’insieme che beneficia del nuovo apporto al basso di Brad Truax, turnista per i live dal 2011 e ora in pianta stabile nel gruppo assieme a Brandon Curtis alle tastiere. Il tocco morbidamente espressivo di Brad Truax trova un incastro congeniale con il passo chirurgico di Sam Fogarino dietro le pelli, sempre monolitico anche se le prove dei primi tre album ci appaiono irraggiungibili. In brani come “Ever the Actor” però i suoi colpi sembrano voler tornare a schiaffeggiare i cuori più torpidi come un tempo.
Ad ogni modo, queste dinamiche finemente calibrate danno grande respiro alle chitarre di Daniel Kessler, che si muovono agilissime tra le spigolature affilate di “Wings On Fire” e le inedite screziature acustiche di “So Rides The Reindeer”, un esperimento in definitiva riuscito verso nuovi lidi sonori, più dreamy e raccolti.
La nuova traiettoria stilistica del disco scopre ancora di più le carte in pezzi come “Wake Up” — con quel torvo funk instillato nelle esuberanti frasi di basso, i rutilanti ritmi quasi-tribali, le luminose aperture — e “Enemy”, uno dei brani più sontuosi ed eleganti mai scritti dalla band, quasi una murder-ballad, attraversata da fendenti di piano, accarezzata da sussurri femminei e avvolta in sudari di archi. Queste tracce dimostrano come questo nuovo progetto sia più complesso e maturo rispetto a quello che alcuni si aspettavano.
“Sudden”, rarefatta e scarna, giunge a… spegnere le luci: uno scabro pianoforte quasi detuned si appoggia come stille su corpi esanimi, mentre altri inserti strumentali sparsi qui e là rendono l’atmosfera leggermente straniante, anche se il risultato è comunque piacevolmente avvolgente.
Nel brano Paul Banks sembra quasi esporsi in una sorta di émbrayage: “I know we’re changin’ sounds / I know we’re changin’ now”, in una riflessione sull’evoluzione, sull’identità e sull’incomunicabilità, ma anche una meta-analisi sulla sua stessa creatura musicale. È nell’apparente slegatura di versi come “Time was born uncertain / That’s me keeps me intact / Memories just like a baby” che si misura l’efficacia della scrittura di Paul Banks. Una poesia frammentaria, dove la logica cede il passo a una suggestione visiva e ritmica capace di dire molto di più di un discorso compiuto: pezzi di passato, presente e futuro; i ricordi come sogni che svaniscono durante il risveglio; il fragile equilibrio della coscienza e della capacità di comunicare. Così come sono difficili gli equilibri insiti nella musica degli Interpol, una musica fatta di tensione sottilissima, che ha generato una poetica non sempre facile da gestire e riproporre. Non è questo il caso: “This Mirror Weighs a Ton” è un disco che rimarrà, un deciso miglioramento rispetto alle ultime prove. Un momento di rinascita e di rivalsa.