Domenico Catucci, 50 anni, da 26 nello stabilimento siderurgico di Taranto, era lì per l’ultima colata di ghisa dall’altoforno 2.
Cosa ha provato a vivere da dentro questo momento a suo modo storico?
«È stato demoralizzante. Vedere la fine del proprio lavoro fa male. Dal punto di vista operativo è andato tutto liscio, ma la tensione era palpabile. Abbiamo fatto girare l’impianto a basso regime per svuotare completamente il forno da tutto il materiale residuo: un’operazione chirurgica, ma dal sapore amaro».
Riavvolgiamo il nastro di quelle ore: tecnicamente cosa è accaduto durante l'ultima colata?
«Siamo rimasti al lavoro dalle tre del pomeriggio fino a tarda notte. Il materiale dentro il forno si scioglieva lentamente. Intorno a mezzanotte abbiamo completato l'ultima colata, svuotando il rigolone dal liquido rovente. Lì si è fermata la produzione di ghisa».
E adesso che succede agli impianti? L’attività è finita per sempre?
«Nei prossimi giorni torneremo per smontare alcune componenti del forno, come prevedono le procedure. Subito dopo subentrerà una ditta specializzata per il preriscaldo dei cowpers. Significa mantenere gli impianti in caldo, senza produrre nulla, per evitare che si distruggano. Ma quanto possa durare questo limbo non lo sa nessuno: dipende da quante risorse vorranno investire per non far marcire tutto».
Quanta ghisa è uscita da quell'ultimo atto?
«In quell’ultima colata abbiamo estratto credo circa 700-750 tonnellate. Numeri lontani dal passato, ma carichi di significato».
Lei che ruolo ricopre e da quanto tempo calpesta questo piazzale?
«Sono caposquadra del campo di colata. Ho varcato questi cancelli per la prima volta che avevo 24 anni. Praticamente ci ho passato più di metà della mia vita».
Vi hanno già comunicato la cassa integrazione?
«Nessuna comunicazione ufficiale, ancora nulla. Entro il 20 ottobre dovremmo capire cosa ne sarà di noi. Molti lavoratori rimarranno a casa fin da subito. Adesso la priorità è mettere in sicurezza la struttura per lasciarla ferma limitando al minimo l’impatto».
Come si vive con l'ombra della disoccupazione sul capo?
«Nel buio più totale. Senza la sicurezza del posto di lavoro crolla ogni certezza e sappiamo bene che gli ammortizzatori sociali non possono durare all'infinito».
Se si decidesse di ripartire convertendo l'impianto a una tecnologia green, sareste pronti?
«Se cambia la tecnologia, cambia radicalmente anche il nostro lavoro. Serviranno corsi di formazione, ma la realtà è che la forza lavoro verrà drasticamente ridotta. Senza gli altoforni non forniremo più gas alla centrale per alimentare gli altri reparti. Se dovessero acquistare energia all'esterno, mi chiedo quanto convenga ancora produrre acciaio a Taranto. Spero solo che ci ricollochino».
Si sarebbe mai aspettato un epilogo così drastico?
«Sinceramente no. Mi dispiace enormemente per i bambini e per tutte le famiglie che hanno pagato a caro prezzo l'inquinamento di questi anni. Ma deve esserci un equilibrio tra lavoro e salute. Il governo poteva e doveva fare di più per salvaguardare entrambi. Ce l’ho con la politica, non ha agito con concretezza. E anche i sindacati a volte promettono cose fantasiose che non si potranno mai mantenere».
Dal punto di vista ambientale, ritiene che in questi anni siano stati fatti progressi?
«Secondo me la situazione è migliorata parecchio. Sicuramente non basta, ma è sbagliato dire che non sia stato fatto nulla. In altri Paesi sono riusciti a trovare un punto d'incontro tra produzione e tutela della salute. Qui invece continuiamo a pagare gli errori del passato».
In questa tempesta, c'è unione tra i lavoratori?
«Ognuno ha le proprie idee ed è normale che ci siano tensioni, come in ogni grande famiglia. Ma siamo tutti sulla stessa barca. Spero solo che sapremo restare compatti e che da Roma qualcuno capisca finalmente la nostra disperazione. Prima che operai, siamo padri di famiglia».
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