Resta il price cap delle compagnie, ma il prezzo alla pompa aumenta di 6,1 cent. E l’opposizione attacca: “È l’ennesimo disastro di questo esecutivo”

L’accisa è immobile

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Roma, 6 ottobre 2026 – Doveva essere il passaggio ordinato dagli sconti finanziati dal bilancio alle accise mobili. È diventato, invece, nel giro di poche ore, il punto debole della strategia costruita dal governo contro il caro-carburanti. Alla mezzanotte di lunedì è terminato il taglio di 6,1 centesimi sul gasolio, ma il nuovo meccanismo non è scattato e il tetto Eni è salito automaticamente da 2,19 a 2,25 euro. Ora Palazzo Chigi torna a valutare l’intervento fiscale. “Ci stiamo ragionando, non c’è una decisione presa”, conferma il viceministro dell’Economia Maurizio Leo. Il cortocircuito del price cap Il punto era scritto fin dall’inizio nelle condizioni annunciate da Eni: il limite di 2,19 euro sul diesel era “collegato all’agevolazione fiscale sulle accise in vigore”. Cessati i 6,1 centesimi di sconto, la compagnia ha mantenuto l’intervento commerciale ma senza assorbire il ritorno della tassazione. Da qui il nuovo cap di 2,25 euro, mentre quello della benzina rimane a 1,99. Il risultato è quasi simbolico: lo Stato ritira sei centesimi e il tetto sale praticamente della stessa cifra. È il limite di un sistema costruito su più leve che devono funzionare contemporaneamente. La moral suasion ha portato Eni, Ip, Q8 e Tamoil a calmierare i listini e ha contribuito alla discesa dei giorni scorsi, ma almeno una parte dello scudo sul diesel poggiava ancora sulla fiscalità. Eliminare quella gamba prima dell’avvio della successiva ha prodotto il vuoto che ora il governo cerca di colmare.
Stop alle accise mobili
Dietro il rinvio potrebbe esserci anche un cambiamento del mercato. Il Brent è tornato sotto i 100 dollari al barile e questo riduce proprio l’extragettito Iva destinato a finanziare le accise mobili. Il meccanismo funziona infatti utilizzando le maggiori entrate prodotte dal rincaro del greggio per ridurre la componente fiscale dei carburanti: se il petrolio arretra, diminuisce anche il margine a disposizione. È il paradosso dello strumento: evita di pesare direttamente sul deficit, ma la sua capacità di intervento varia con il prezzo internazionale. Il governo deve quindi decidere se attendere un quadro più stabile o utilizzare comunque il meccanismo per impedire che il beneficio ottenuto con il coinvolgimento delle compagnie venga in parte riassorbito dalla tassazione.

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni
Il diesel
L’effetto medio sulla rete resta per ora contenuto. Il gasolio self è passato da 2,242 a 2,244 euro al litro, mentre la benzina è scesa da 2,048 a 2,043. In autostrada il diesel è a 2,267 euro. Ma è la direzione a preoccupare: dopo giorni di ribassi, il carburante più esposto alla crisi internazionale torna a salire proprio quando la benzina continua a scendere. Unione nazionale consumatori e Codacons accusano per questo il governo di non avere rispettato l’annuncio sulle accise mobili. Anche le opposizioni attaccano: Giuseppe Conte parla di un tetto «durato quanto un gatto in tangenziale» e lega la vicenda alle altre priorità di spesa del governo.
La manovra
Il nodo diventa più sensibile perché arriva mentre l’Istat certifica un nuovo arretramento dei bilanci familiari: nel secondo trimestre il reddito disponibile è cresciuto dello 0,4%, i consumi dell’1,7%, il potere d’acquisto è diminuito dello 0,9% e la propensione al risparmio è scesa al 6,7%. Ed è a questo snodo che carburanti e manovra tornano a incontrarsi. Il governo vuole evitare di impegnare nuovi miliardi in sconti generalizzati, proprio mentre deve trovare coperture per Irpef, giovani, lavoro e famiglia. Ma ogni aumento del diesel trasferisce rapidamente costi dai distributori ai trasporti e quindi ai prezzi. Le accise mobili erano state pensate per risolvere questa contraddizione: proteggere il reddito senza caricare il bilancio.
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