Fotografia.
09 agosto 2026 alle 00:42
«Il mio cortocircuito surreale che ci spinge a osservare meglio»«Ridono le iene / Fumano i bar / Rotola scricchiola anima mia / Nonostante tutto non voglio andar via», così cantava Loredana Bertè in “Folle Città”. Ma questo è anche il nome del progetto fotografico di Fiorella Sanna, fotografa e artista visiva con un piede in Sardegna e l’altro in Sicilia.
Chi è Fiorella Sanna?
«Una fotografa sia per passione che per lavoro. Mi occupo da molti anni di fotografia commerciale, ritratti per artisti, fotografia di concerti; ho dovuto abbracciare vari settori per lavorare in Sardegna, però ho sempre avuto un occhio di riguardo per quella fotografia che mi consente di esprimermi meglio».
Qual è il suo percorso?
«Essenzialmente inizio da autodidatta. Nel mio lavoro precedente, all’interno di un call center, ho iniziato a occuparmi dei problemi delle aziende in crisi, dai ritratti dei lavoratori alle manifestazioni. Ho avuto una pubblicazione dal Comune di Roma e dalla Fondazione Italianieuropei con un progetto sul lavoro, poi a Genova… man mano ho capito che poteva essere la mia professione».
“Folle Città” racconta Cagliari come, forse, non la abbiamo mai vista. Quasi metafisica, lontana dal Bastione e dai suoi luoghi più iconici. Da cosa nasce il progetto?
«Sono un'osservatrice di di luoghi e persone. Mi affascina molto la quotidianità più che le cose straordinarie. Qui avevo il desiderio di guardare la città con occhi nuovi, e non solo i luoghi celebrati, ma quelli un po' più invisibili che in genere non vengono fotografati; quindi periferie urbane, non luoghi magari anche realizzati da nomi importanti dell'architettura, che i più magari non conoscono. Insomma, quello che mi piace è il cortocircuito tra il soggetto e l'ambiente, quindi un piccolo elemento surreale che spinge l'osservatore a guardare un po' meglio il contesto, magari rendendosi conto che è un ambiente che attraversa tutti i giorni e che racchiude molti dei suoi ricordi. Alla fine, le nostre vite vengono vissute in ambienti molto ordinari; quindi volevo mostrare nell'ordinario lo straordinario».
Abbiamo il tempo per accorgersi di questo straordinario nella nostra quotidianità?
«Siamo sommersi da immagini ogni giorno, le divoriamo al volo. Ecco, io vorrei che le mie foto continuassero a far pensare anche dopo averle viste, che evochino ricordi, sensazioni, che so una temperatura o semplicemente un odore... questo per me può essere ancora possibile».
In un tempo in cui tutto appare facile da produrre, anche attraverso l’Intelligenza Artificiale, come si fa a far emergere un contenuto che invece è pensato, che ha richiesto disciplina, studio, tempo?
«Secondo me chi ne fruisce sente la differenza tra una fotografia buttata lì per ricevere like e una che sta all’interno di un discorso artistico. Io credo ancora che lo studio e l'approfondimento possano poi farci produrre contenuti migliori, capaci di andare oltre, sui quali ci si continua a pensare».
Dove possiamo vedere i suoi scatti?
«Innanzitutto sulle mie pagine social. Ma ci sono in programma vari progetti... Nel frattempo continuo a produrre, perché non posso farne a meno: per me la fotografia è quello che sono, quindi quando un progetto è in fase evolutiva io continuo a produrre finché non si esaurisce».
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