Bologna, 19 ottobre 2026 – “Potrei essere vostro padre. E proprio per questo vi chiedo di riflettere”. È una lettera a cuore aperto quella che un poliziotto, ferito durante gli scontri in stazione sabato, ‘scrive’ ai giovani, tanti giovanissimi, che sono scesi in piazza l’altro giorno. Non per protestare contro il caro vita e i salari bassi, ma lanciando verso le forze dell’ordine schierate qualsiasi tipo di oggetto: fumogeni, sanpietrini, bottiglie di vetro; biciclette elettriche e taniche piene di liquido. Una violenza cieca a cui i Reparti schierati hanno fatto fronte. Nel bilancio dei feriti, c’è anche il poliziotto del Reparto mobile (iscritto al Siulp) che ha riportato ferite a braccia e gambe, con una grossa pietra che gli ha staccato la visiera del casco.
Cos’è successo l’altra sera?
“Qualcosa di molto grave: per tutto il pomeriggio, fino a tarda serata, siamo stati letteralmente aggrediti dai manifestanti con il lancio di pietre, bottiglie, segnali stradali. Transenne e bombe carta”.

Ingenti i danni: vetrine rotte e devastazione (Schicchi)
Lei era lì?
“Sì, esattamente come venerdì (nella giornata di sciopero studentesco, ndr), per garantire che le manifestazioni si svolgessero in un clima di contestazione pacifica”.
Ha avuto paura?
“Non per me, ma per i ’ragazzi’ della mia squadra: essere a comando di una Unità Operativa è una grossa responsabilità, e io ho l’obbligo di cercare di portarli sani e salvi a fine servizio”.
Come considera i toni e le modalità della contestazione?
“Questo non significa manifestare, ma voler fare del male a chi è chiamato a difendere la democrazia in Italia. Siamo stanchi di dover subire violenze ogni volta che si svolge una manifestazione. E così non si può andare avanti”.
Cosa intende?
“Quello che dico è molto forte, ma ho la sensazione che qualcuno voglia arrivare al punto in cui, prima o poi, uno di noi (poliziotti, ndr) ci lasci la pelle. Questo non è più tollerabile”.
Che messaggio lancia ai giovani che scendono in piazza?
“Io sono un papà e ho un figlio della vostra età, che studia per laurearsi. Anche lui è molto critico nei confronti delle politiche europee e nazionali, ma non ha mai pensato di comportarsi come state facendo voi. Noi non abbiamo alcun interesse a cercare lo scontro con voi. Dietro ogni divisa c’è una persona, c’è una famiglia; affetti e preoccupazioni. Potrei essere vostro padre e, proprio per questo, vi chiedo di riflettere”.
In che modo?
“Svolgiamo un lavoro che, per molti, non è ben visto, ma posso assicurarvi che la nostra formazione professionale ci porta a operare con equilibrio, responsabilità e rispetto. Manifestare è un diritto, ma la violenza non può mai essere giustificata. Il confronto, anche duro, è parte della democrazia; l’aggressione e la violenza, invece, la negano”.
Cosa chiede, quindi?
“Che venga rispettato il nostro lavoro, così come noi siamo chiamati a rispettare il diritto di tutti a manifestare pacificamente. Nessuno dovrebbe rischiare la propria incolumità per aver svolto il proprio dovere”.