Elephants

L'ex ad di Autostrade per l'Italia è stato condannato per il crollo del ponte Morandi

July 16, 2026

Il tribunale di Genova ha condannato a 12 anni di carcere Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e principale imputato nel processo di primo grado per il crollo del ponte Morandi di Genova, in cui il 14 agosto del 2018 morirono 43 persone. Gli imputati nel processo erano 57.

Castellucci non era in aula. Alla lettura della sentenza (ancora in corso) era presente anche la sindaca di Genova Silvia Salis. Il momento è stato trasmesso in video anche nella tensostruttura allestita per il processo, che è durato quattro anni.

Tra gli imputati c’erano diversi dirigenti e tecnici di Autostrade per l’Italia (ASPI) e Spea Engineering, le due società che avrebbero dovuto tenere sotto controllo lo stato di usura del ponte e commissionare interventi di manutenzione. I più noti, oltre a Castellucci, erano gli ex addetti alle manutenzioni di ASPI, Michele Donferri Mitelli e Gabriele Camomilla.

Mercoledì l’attuale amministratore delegato di ASPI, Arrigo Giana, aveva pubblicato una lettera sul Corriere della Sera e sul quotidiano genovese Il Secolo XIX per scusarsi del crollo, in vista della sentenza. «Voglio chiedere scusa ai familiari delle vittime, ai genovesi e a tutti gli italiani, per le sofferenze originate dal tragico evento del Morandi», ha scritto. Egle Possetti, la presidente del comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi, fondato tre mesi dopo il crollo, ha risposto che le scuse «andavano fatte a suo tempo».

Giovanni Castellucci, ex ad di Autostrade per l’Italia, in aula durante un’udienza del processo per il crollo del ponte Morandi, a Genova, il 26 marzo 2025 (ANSA/Luca Zennaro)

La procura aveva chiesto per Castellucci una condanna a 18 anni e 6 mesi di reclusione. Lui si trova già in carcere per scontare una condanna a sei anni per l’incidente del 2013 a Monteforte Irpino, in provincia di Avellino, in cui un autobus precipitò per 30 metri dal viadotto Acqualonga a causa di un guasto ai freni e del cattivo stato del guardrail.

Nel processo sul ponte Morandi, la tesi dell’accusa era che buona parte degli imputati fosse a conoscenza dei segnali di degrado della struttura e quindi della possibilità del crollo, ma che non abbia fatto nulla per evitarlo, con l’intenzione di far risparmiare all’azienda i costi delle manutenzioni e ottenere più profitti.

Il ponte Morandi di Genova dopo il crollo, 15 agosto 2018 (ANSA/LUCA ZENNARO)

Il 14 agosto del 2018, alle 11:36, uno dei tre piloni che sostenevano il ponte Morandi di Genova crollò trascinando con sé un tratto di strada lungo circa 200 metri. Il ponte era la principale via di uscita e di ingresso in città, il ponte autostradale di Genova per eccellenza, riconoscibile per la sua imponenza. Crollò sul torrente Polcevera, sui binari ferroviari sottostanti e sopra alcuni capannoni. Almeno una trentina di veicoli tra auto e camion si trovavano sul tratto crollato. Morirono 43 persone.

Le indagini sul crollo del ponte durarono oltre tre anni anni. Furono indagate 69 persone e le società ASPI e Spea Engineering. In una prima perizia del 2019 commissionata dalla procura, gli esperti attribuirono il crollo ad alcuni «difetti esecutivi» del progetto originale e alla mancata manutenzione della struttura. Individuarono l’inizio del crollo nel distaccamento dei cavi della pila numero 9, di cui segnalarono un grave stato di corrosione. Le “pile” sono gli elementi verticali che sostengono il ponte, dette anche piloni o pilastri. In una seconda perizia del 2020, commissionata sempre dalla procura, i periti scrissero che il crollo si sarebbe potuto evitare se i controlli e le manutenzioni del ponte fossero stati fatti in modo corretto.

Soccorritori al lavoro dopo il crollo del ponte (ANSA/Luca Zennaro)

Il processo iniziò il 7 luglio del 2022. Furono rinviati a giudizio 57 imputati, mentre le due società, ASPI e Spea Engineering, patteggiarono versando circa 30 milioni di euro, e furono escluse dal processo penale. Quasi tutti i familiari delle vittime hanno accettato un risarcimento da parte di ASPI, cosa che ha impedito loro, per regolamento, di costituirsi parti civili al processo. Fu poi però ammesso come parte civile al processo il comitato “Ricordo Vittime Ponte Morandi”.

Nel frattempo ASPI aveva cambiato proprietà: nel 2021 la holding Atlantia, il cui socio di riferimento è la famiglia Benetton, vendette le sue quote per 8,2 miliardi di euro a Cassa Depositi e Prestiti, società finanziaria controllata per l’83 per cento dal ministero dell’Economia.

La difesa di Castellucci e quelle di molti altri imputati si era basata sulla tesi di un “vizio occulto”, cioè un difetto nella costruzione del ponte, risalente agli anni Sessanta, che non sarebbe mai stato individuato da nessun tecnico prima del crollo. Durante il processo si è parlato del fatto che l’ingegnere Riccardo Morandi avesse previsto di inserire i cavi di acciaio nel calcestruzzo all’interno di un involucro, rendendoli inaccessibili per ispezioni visive dirette.

Il ponte Morandi era stato costruito negli anni Sessanta. Nell’agosto del 2020 fu inaugurato il viadotto che l’ha sostituito, chiamato “Genova San Giorgio” e progettato dall’architetto e senatore a vita Renzo Piano.

– Leggi anche: Il processo per il crollo del ponte Morandi visto da chi non si è perso nemmeno un’udienza