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L'immigrazione: economia, politica e diritto

August 16, 2026

Roberto Rossellini, nel Suo film “Germania Anno Zero” girato a Berlino nel 1947, ci descrive una città ridotta in macerie, smembrata tra eserciti, la cui popolazione era martoriata a livelli disumani. Tutto ciò non è avvenuto ai tempi di “Nabucodonosor”, ma quando erano in vita i nostri nonni. Gli Alleati avevano applicato il principio della “responsabilità collettiva” introdotta dall’antico Re di Babilionia, che consiste nel far pagare all’intero popolo le scelte della classe dirigente.

Oltre un milione di Ucraini e russi devono morire per le decisioni di Putin e Zelensky, centinaia di migliaia di immigrati onesti e utili, sono respinti perché esiste una minoranza che delinque ed esercita pratiche di “terrorismo”.  Il Governo Meloni ha introdotto la “responsabilità familiare” per i minorenni che taglieggiano i cittadini. Mi è subito venuto in mente la storiella che raccontano i docenti di economia nelle università americane. Un pastore, attraversando i binari del treno con il proprio gregge, aveva provocato il deragliamento delle carrozze. La società ferroviaria subì un danno di 5 milioni di dollari; si pose allora il problema se avviare o meno un’azione di risarcimento nei confronti del pastore. Alla fine prevalse la linea legalista e venne richiesto un risarcimento per quell’enorme importo, con il risultato che fu invece il pastorello a ottenere il risarcimento per le pecore perdute. Sia detto di sfuggita, mi sembra difficile che i genitori di un maranza possiedano fabbricati o abbiano il conto in banca.

Resterebbe il sistema di mettere una stella di latta sulla maglietta dell’immigrato irregolare: qualche testa d’uovo ci ha forse pensato, ma l’idea non ha avuto seguito. Come fanno notare gli economisti “classici”, dopo la “distruzione” di un’intera Nazione si verifica la “ricostruzione benefica” che arricchisce le minoranze “sopravvissute”. La Berlino moderna rappresenta il miracolo delle classi dirigenti e lavoratrici che si sono succedute in Germania a partire da Adenauer e che hanno ricostruito il paese secondo le Regole del “libero mercato”. Tuttavia, il mondo attuale ci ripropone le stesse battaglie: per l’energia, per le materie prime, per la libertà di accesso alle vie di comunicazione internazionali. La chiusura dello stretto di Hormuz, potrebbe causare la fine della civiltà “mediterranea” al pari di un cataclisma geologico o di un’epidemia fuori controllo.

Alcuni paesi guidati dall’Iran, utilizzano le rendite petrolifere per destabilizzare la cultura e il modello di vita occidentale. L’arma segreta più temibile è l’immigrazione che si trasforma in “occupazione” fisica di territori europei. Ne abbiamo avuto un esempio recente a Ceuta, ma le origini del fenomeno hanno radici lontane. La politica economica tedesca guidata da Angela Merkel, aveva deciso di aprire all’immigrazione extra europea, in quanto “l’industria ne aveva bisogno”, per ragioni di fratellanza tra i popoli e nell’aspettativa di vantaggi elettorali. Questo slogan, ripetuto in tutte le socialdemocrazie, è diventato il simbolo dell’attuale declino tedesco.

L’immigrazione serviva certo per produrre più auto, elettrodomestici e tecnologia avanzata da esportare in Cina, in India e nei paesi emergenti. Ma i dirigenti politici non avevano previsto che questi paesi avrebbero avviato produzioni nazionali e perfino surclassato le industrie europee. Se nei momenti di picco delle “esportazioni” puoi “importare” un milione di lavoratori, nei periodi di ristagno ti trovi con un milione di disoccupati. Le industrie delle auto tedesche stanno licenziando a ritmi impressionanti e l’unica via di salvezza è la riconversione delle fabbriche nella produzione bellica, che può generare a sua volta una guerra. Infatti, se riempi gli arsenali di armi, prima o poi le devi usare: la differenza tra eserciti armati per difendersi da attacchi esterni ed eserciti impiegati per invadere nazioni indifese, è grande quanto un capello Il problema dell’immigrazione, che ha sempre una punta di razzismo, si ripropone con forza. I “socialdemocratici” che guidano la Germania mostrano i propri limiti politici, al punto che l’attuale Cancelliere minaccia di applicare il Trattato di Dublino ai danni dell’Italia per contenere le destre xenofobe, la cui avanzata dipende dalle decisioni della Merkel.

La sinistra europea agita lo spettro del ritorno al nazi fascismo in Francia, in Italia, in Spagna e in Germania, demonizzando le nuove classi emergenti come unica misura di contrasto “elettorale” ai propri fallimenti. Il rapido succedersi dei cicli di immigrazione e disoccupazione, è un fatto economico incontenibile che segna il cammino stesso delle civiltà umane, oppure può essere previsto e pianificato?
Il problema di oggi non è quello di vietare la libera circolazione internazionale della mano d’opera, ma di impedire che una Nazione ospiti qualche milione in più di “cittadini”, destinati alla disoccupazione nei successivi cicli depressivi. Non è un problema razziale o etico: puoi decidere di fare espatriare cinque milioni di italiani per sostituirli con altrettanti lavoratori extra comunitari più “produttivi”, purché sia mantenuto il rapporto fisiologico tra la popolazione e il numero dei posti di lavoro, impedendo il diffondersi di plaghe di povertà e di delinquenza nei centri urbani.

Le classi politiche americane hanno sempre considerato la miseria una punizione della stupidità, e la ricchezza la giusta ricompensa dell’impegno e dell’intelligenza. Non è stato così: l’attuale crisi economica americana dipende dalla scelta miope, da parte di tre generazioni successive di “statisti” democratici e repubblicani, di dislocare nel mondo gli stabilimenti produttivi. E’ a quel punto che gli americani hanno cominciato ad avvertire l’esistenza di un enorme bacino di disoccupati “bianchi” (come affermano i Maga), e hanno pensato di risolvere il problema rispedendo in patria gli immigrati “irregolari”. Il fatto è che l’industria americana non è più in grado di utilizzare i flussi esterni di mano d’opera perché la Cina produce a costi più bassi.

Il problema italiano è la presenza di un sistema burocratico inadeguato a sostenere lo sviluppo delle imprese, di una polizia impotente a contrastare il banditismo organizzato e di una Giustizia dotata di forte autonomia. Ciò comporta che il Parlamento e il Governo approvino i rimedi necessari per mantenere l’ordine pubblico, mentre i giudici devono considerare i comportamenti e i diritti dei singoli individui. L’attacco all’indipendenza della Magistratura al quale assistiamo in questo periodo, è un attacco allo Stato di diritto analogo a quello che era stato perpetrato dai giudici di Mani pulite.

Ritorniamo al problema dell’immigrazione. È stato il riferimento costituzionale alle leggi internazionali ad estendere il diritto d’asilo ai profughi di guerra. Chi scappa da una guerra ha il diritto ad essere accolto, chi scappa per ragioni economiche, no. Peccato che le guerre nel mondo si sono estese a macchia d’olio. il problema dell’immigrazione di oggi è diverso da quello di ottanta anni fa. Il diritto al salvataggio in mare ha diversa natura se sei su una nave equipaggiata che va in avaria, rispetto ad un gommone dove metti la vita a rischio fin dalla partenza.

I Governi hanno il dovere di aggiornare le leggi e ad interpretarle in relazione ai mutati scenari, come gli europei e gli americani si stanno apprestando a fare, ma i diritti del singolo immigrato dovranno sempre essere garantiti dai Giudici. Il rimedio a cui stanno pensando i governi è quello di smantellare le organizzazioni di avvocati, professionisti, cooperative, navi Ong che gestiscono il “business” e consentono al migrante di stare per tempi lunghi nei centri di accoglienza per poi fuggire in altri paesi. Se ci riusciranno, non sarà un bel giorno per la “democrazia”, nonostante che il “popolo” sia ormai favorevole alle “terapie militari”.

Vorrei infine rispondere alla proposta del generale Vannacci di portare a venti anni il periodo di residenza per ottenere la cittadinanza, mettendomi nei panni di un “sans papier”: “Noi siamo fatti con la stessa forza e lo stesso metallo con cui siete fatti voi italiani. Noi abbiamo contribuito a farvi ottenere il benessere economico per lunghi periodi. Perché non ci riconoscete in termini brevi la cittadinanza e pretendete di sbarazzarvi di noi come utensili consumati”?