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L’impianto è insalubre?: "Dal camino non esce nulla di pericoloso né odori . Ma con un guasto si rischia"

August 1, 2026
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Giorgio Passerini, ingegnere e professore di Fisica Tecnica Ambientale all’Università Politecnica delle Marche, esperto di emissioni e qualità dell’aria "La seconda criticità è legata al mercurio: resta un composto dannoso" .

A sinistra l’ingegner Giorgio Passerini, docente di Fisica Tecnica Ambientale. A destra l’assessore Tombolini in occasione dell’animata assemblea all’Aspio

A sinistra l’ingegner Giorgio Passerini, docente di Fisica Tecnica Ambientale. A destra l’assessore Tombolini in occasione dell’animata assemblea all’Aspio

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La polemica attorno al forno crematorio non si placa. Ma come funziona veramente un impianto del genere? E quali rischi comporta? Ce ne parla Giorgio Passerini, ingegnere e professore di Fisica Tecnica Ambientale all’Università Politecnica delle Marche, esperto di emissioni e qualità dell’aria.

Ingegnere, partiamo dalla base: come funziona un forno crematorio? "È un impianto di combustione con una peculiarità: il combustibile non si può dosare, come si fa invece con la legna in un camino. La prima fase si governa quindi con l’aria che alimenta la fiamma — il comburente — e dura dai trenta ai sessanta minuti, sotto controllo costante. I fumi prodotti non vanno in atmosfera: passano in un secondo stadio a 850-900 gradi che abbatte praticamente ogni residuo. Poi arriva il filtraggio, a cui i nuovi progetti aggiungono uno stadio ulteriore, utilizzando tutte le tecniche oggi considerate efficaci. Dal camino non esce nulla di visibile, né odori".

I limiti di emissione, però, sono parificati a quelli di un inceneritore. "Vero. Ma non si sa che l’industria è ormai la fonte di emissioni più controllata e quella che ne emette di meno: nelle Marche pesa per il 12-15% delle emissioni in aria. Il vero dominatore delle polveri sottili è la combustione domestica di legna e pellet: una caldaia a biomassa produce polveri quanto duecento caldaie a metano, perché in casa i fumi non li filtriamo. Tra vivere vicino a un forno crematorio e vicino a una strada mediamente trafficata, sceglierei il forno senza ombra di dubbio. Un chilometro di strada mediamente trafficata inquina molto di più".

Quali sono le criticità reali? "Due. La prima è il possibile guasto, la cosiddetta marcia in emergenza: la combustione, una volta avviata, non si può fermare; quindi, se un componente si rompe l’impianto deve comunque completare il ciclo, scaricando i fumi da una ciminiera di emergenza alta una decina di metri — quella ordinaria sta a due metri, perché ne esce aria pulita. L’evento è raro — nell’ordine di una volta ogni dieci anni — e si può rendere quasi nullo, montando ogni elemento critico — gruppi di continuità, linee di alimentazione — doppio o triplo. La seconda criticità è il mercurio delle vecchie amalgame dentarie: i filtri lo abbattono in modo efficiente, ma resta un composto pericoloso. È però un problema con una scadenza: le amalgame non si usano più da decenni, e oggi riguarda soprattutto le salme più antiche".

Sul mercurio cosa prevede la legge? "C’è un limbo normativo. In Italia il mercurio nell’aria, da solo, non è normato: esistono limiti per i fumi in uscita, che l’impianto rispetta, e per la somma dei metalli pesanti. L’Oms raccomanda in via precauzionale un microgrammo per metro cubo, valido perfino per gli ambienti di lavoro: ma è una raccomandazione, non un obbligo. Per i cattivi odori, invece, una legge con soglie precise esiste già: si potrebbe fare lo stesso".

Da tecnico, cosa consiglierebbe? "Tre cose. Portare le sicurezze ai massimi livelli, oltre il dovuto. Monitorare di continuo anche i parametri che la legge non impone, mercurio in primis. E poi compensare i residenti con un ristoro annuale o un indennizzo, visto che l’impianto sarà economicamente in attivo. Quando funziona bene, questo tipo di macchine sono un gioiellino. Vanno però monitorate e spiegate alla cittadinanza con chiarezza. Perché qui, se c’è qualcosa di cui aver paura, è la paura stessa".

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