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L'Italia che vogliamo, il colloquio con Luca Ricolfi: «Sicurezza, tema centrale: a fare paura è l’impunità»

October 18, 2026

Un tema, quello della sicurezza, ormai diventato particolarmente caldo, non solo nelle metropoli e non solo in Italia. «Sono convinto che la paura è importante, ma che la vera ragione di preoccupazione per i cittadini sia l’impunità». Così Luca Ricolfi, sociologo, politologo ed editorialista che da anni analizza la società italiana, e che venerdì sera era al teatro Umberto di Nola per l’iniziativa “L’Italia che vogliamo”, confronto sui grandi temi dell’attualità con il leader del M5S Giuseppe Conte.

La prima riflessione parte da un quesito che sembra provocatorio: il tema della sicurezza è di destra o di sinistra? «La destra è stata sempre più attenta - dice Ricolfi - ma la domanda vera dovrebbe essere: a chi interessa la sicurezza? Come sociologo, anche in base ai dati, interessa soprattutto ai ceti popolari, i più danneggiati dalla criminalità. La risposta paradossale potrebbe essere: è di sinistra, che ambisce a rappresentare i ceti popolari». In realtà, andando a studiare le basi sociali dei partiti, «in Italia la situazione è molto complessa. Il partito che ha la base popolare più ampia è di gran lunga il M5S, sono i suoi elettori i più interessati alla sicurezza, seguiti da quelli di FdI e Lega. Pd e Avs hanno sostanzialmente una base formata dal cosiddetto “ceto medio riflessivo”».

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I numeri

Una preoccupazione, quella per la sicurezza, che si fonda su una base concreta. «In gran parte del mondo occidentale, dopo la crisi del 2008-2012, c’è un forte aumento di criminalità: stupri, omicidi, reati contro la proprietà. La violenza, che era diminuita negli ultimi quarant’anni, è risalita negli ultimi dieci. E stiamo peggio rispetto a cento anni fa». Con l’aggravante, come detto, dell’impunità. «Ogni giorno assistiamo a episodi paradossali. A Milano un italiano ha svaligiato una rete di lavanderie per venti volte ed è a piede libero, le forze dell’ordine non possono fare nulla. Abbiamo circa 65mila persone in carcere e quasi il doppio fuori perché condannati con sospensione dell’esecuzione della pena. Abbiamo rinunciato alla cosiddetta incapacitazione, cioè a fare in modo che chi è pericoloso non possa ripetere i crimini». Impunità che secondo Ricolfi va di pari passo con un concetto mutuato dal mondo delle assicurazioni, quello dell’azzardo morale. «Vuol dire che si corrono pericoli maggiori di quelli che correresti se non ci fosse l’assicurazione. Affronti il pericolo perché sai che puoi essere salvato. Come i migranti che si buttano in mare perché ci sono le Ong. Tra i cittadini non c’è solo rabbia per l’impunità ma scoramento per il livello di azzardo morale».

Le soluzioni

Per Ricolfi la questione non sta solo nelle norme «che consentono la sospensione cautelare o dell'esecuzione della pena», ma nelle scelte della politica. «Con la legge Cartabia per alleggerire i tribunali si sono rese impotenti le forze dell'ordine. Ci sono tanti reati non procedibili d'ufficio ma la gente ha paura di querelare, o per la lunghezza dei processi o per paura di ritorsioni». Incide anche la scelta di non aumentare la capienza delle carceri, «i cui posti effettivi sono molto inferiori al regolamento. Un sovraffollamento indegno di un Paese civile, che è uno dei motivi per cui i magistrati evitano di mandare la gente in galera».

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Dal palco di Nola Ricolfi lancia tre proposte all’attenzione di Conte e della platea: la cancellazione della legge Cartabia, con reati perseguibili d’ufficio; l’aumento dei posti in carcere, anche per l’esigenza di rendere umano il trattamento dei detenuti; ricalcare la legge varata negli Usa da Bill Clinton del “three strikes”: se vuoi commettere un reato grave, alla terza volta finisci in carcere a lungo. Qualche ora dopo lo stesso Ricolfi ammetterà: «Forse nemmeno queste tre soluzioni funzionerebbero. Nessuno oggi è in grado di affrontare questo problema che ha radici lontanissime. Ci vorrebbero almeno dieci anni con un governo che lavora insieme all’opposizione per ottenere qualche risultato». Intanto già venerdì sera Ricolfi ha ottenuto un feedback di rilievo. «Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi - sottolinea - mi ha detto che è d’accordo con tutto quello che ho detto dal palco. Conte è andato addirittura al di là, proponendo di allargare la legge del “three strike” al primo reato e sta prendendo sul serio il tema. Finalmente qualcuno a sinistra si è accorto del problema».

Sullo sfondo - ma non troppo - il tema dell’azione delle istituzioni. «Il sistema in Occidente è fondato sul limitare l’intervento dello Stato, nella tradizione illuminista. E non ci preoccupa della latitanza di uno Stato che non sa prevenire la criminalità». Cosa che invece avviene, chiude Ricolfi, «nella giurisprudenza della Germania e della Lettonia. Ci sono due concetti che riguardano proprio questi aspetti. L’ingiustizia passiva, cioè quella che si produce per la latitanza dello Stato, e il divieto di sottoprotezione, ovvero quando il livello garantito di protezione è insufficiente per i cittadini».

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