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L’Italia non è la Francia (nonostante i teppisti)

October 21, 2026

All'indomani dei disordini con larga ed inedita partecipazione di minorenni a Milano e in altre città del Nord Italia (Torino e Bologna) si impongono alcune riflessioni anche di carattere economico. Si tratta di un teppismo che è stato unanimemente condannato e che affonda le sue radici in fragilità valoriali individuali e modelli ispiratori (inclusi quelli musicali), che, attraverso i social media, esaltano la violenza fine a se stessa, anche come segno di distinzione personale all'interno del gruppo. Episodi che non hanno nulla a che vedere con le ordinate manifestazioni giovanili e la legittima protesta sociale o sindacale garantita dalla Costituzione per esprimere rivendicazioni motivate con una postura istituzionale.

Tuttavia, alcuni commentatori e politici hanno accostato tali episodi alle drammatiche e diffuse sommosse che in questi giorni stanno infiammando una Francia in piena crisi politica, economica e finanziaria (con lo spread ieri oltre i 150 punti base rispetto alla Germania e oltre i 40 punti rispetto al nostro Paese), affermando che anche l'Italia sarebbe «in fiamme» e sostanzialmente per le medesime ragioni. Cioè: la debolezza dell'economia, l'aumento della povertà e dell'esclusione sociale, la perdita di potere d'acquisto, un crescente divario tra ricchi e meno abbienti.

Per la verità, in questo momento storico improntato dalla turbolenta ed imprevedibile presidenza Trump, travagliato da guerre, da debiti pubblici e privati fuori controllo e da incombenti rischi finanziari, con gli spread e i tassi di interesse che stanno andando alle stelle, tutto servirebbe all'Italia meno che essere "contagiata" dalla Francia. Anche se qualche irresponsabile a modo suo perfino se lo augura e nemmeno troppo velatamente, anzi mettendolo per iscritto. Un "contagio" di questo tipo non solo non è augurabile ma sarebbe anche immeritato e ingiustificato perché l'Italia che ha finalmente ritrovato un po' di stabilità, credibilità internazionale e crescita economica è un patrimonio di tutti, faticosamente ricostruito negli ultimi dieci anni dopo quattro terribili shock consecutivi: concorrenza asimmetrica cinese, mutui subprime, debito greco e austerità. Con l'aggiunta, come se non bastasse, di una successiva pandemia che ci ha colpiti duramente e per primi in Europa ma da cui siamo usciti con compattezza e grande spirito civile.

Un patrimonio, quello dell'Italia in cui viviamo oggi, ricostruito non da un unico ma da più governi di vario colore, incluso quello attuale. Per cui, al di là delle polemiche di bassa lega e delle strumentalizzazioni politiche, è interesse di tutti, a cominciare dai lettori di questo giornale, che sia messo in chiaro che tra la Francia del municipio di Limoges dato alle fiamme e l'Italia delle scorrerie di qualche centinaio di maranza minorenni a Milano corre una bella serie di differenze. Vediamone alcune.

La crescita economica

Dal 2019 al 2025, al netto dell'inflazione il Pil pro capite dell'Italia è aumentato dell'8,8% in termini reali, quasi tre volte di più del Pil pro capite della Francia (+3,2%). Nello stesso periodo i consumi pro capite delle famiglie in Italia sono cresciuti del 4,2%, cioè quasi quattro volte di più che in Francia (+1,2%). Per quanto riguarda il Pil complessivo, in base ai dati trimestrali destagionalizzati, dal quarto trimestre 2019 pre-Covid al secondo trimestre 2026, esso è aumentato dell'8,7% in Italia, cioè quasi due punti e mezzo di più che in Francia (+6,3%). In particolare, negli ultimi dodici mesi per cui sono disponibili dati, cioè dal terzo trimestre 2025 al secondo trimestre 2026, il Pil dell'Italia è cresciuto tendenzialmente dell'1%, mentre quello della Francia solo della metà (+0,5%).

Povertà ed esclusione sociale

In occasione della Giornata mondiale delle Nazioni Unite per lo sradicamento della povertà che si è tenuta lo scorso 17 ottobre, l'Eurostat ha pubblicato un interessante comunicato stampa, con dati che dovrebbero far molto riflettere chi in Italia dibatte in modo confuso e urlato riguardo alla povertà.

Infatti, secondo i dati Eurostat relativi al 2025, su 244 regioni dell'Unione Europea ve ne sono soltanto 24 con una percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale inferiore al 13% della popolazione, cioè la classe migliore, di cui ben sei sono regioni del Nord Italia (figura 1). Tra esse figura la Lombardia (12,5%), ove si sono svolti i disordini di Piazza Duomo e nel centro di Milano il week end scorso che taluni vorrebbero innalzare al rango di fondata rivendicazione giovanile. Mentre la più ricca regione della Francia, l'Ile-de-France con Parigi capitale, figura ben tre classi sotto, con una percentuale di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale rispetto alla Lombardia di oltre otto punti più alta (20,9%). Va detto altresì che nessuna regione della Francia figura nella classe Eurostat meno povera, così come anche nessuna regione della Germania, della Spagna, dell'Olanda, dei Paesi scandinavi, dell'Austria, della Slovenia, del Portogallo, della Grecia e perfino della Svizzera. Insomma, il Nord Italia è un caso pressoché unico di bassa povertà.

Il potere d'acquisto

Secondo i dati Ocse, nonostante i ritardi nel recupero dell'inflazione da parte dei salari reali, grazie a varie misure compensative e all'aumento del numero degli occupati il potere d'acquisto pro capite delle famiglie italiane dal primo trimestre 2023 al primo trimestre 2026 è cresciuto del 4,6% (rispetto al quarto trimestre 2022), contro lo 0,6% della Francia, cioè oltre 7 volte e mezza di più (figura 2). L'Italia ha registrato nel G7 risultati migliori anche del Regno Unito (+2,2%), della Germania (+1,7%) e del Canada (+1,4%).

Il divario tra ricchi e poveri

Che in tutti i Paesi più avanzati, e non solo in Italia, il 10% dei cittadini più facoltosi (il cosiddetto decimo decile) detenga la quota più alta della ricchezza netta, in genere più del 50% del totale, lo sanno in pochi. E in pochi sanno anche che il 50% dei cittadini più poveri (il cosiddetto bottom 50%) ne detiene una frazione molto bassa, generalmente meno del 10%. Sono numeri "normali" nelle società democratiche capitalistiche mature, mentre nei Paesi con dittature e oligarchie il divario può essere anche più ampio.

Su queste cifre poco note, da non confondere con quelle dei redditi (con i quali campa la maggior parte delle persone), giocano spesso sul filo dell'equivoco coloro che vogliono infiammare gli animi, alimentando strumentalmente un senso di sempre più diffuso risentimento nell'opinione pubblica, specie tra le classi sociali meno abbienti. La realtà è che in Italia, secondo i dati della Bce, il 10% dei cittadini più facoltosi dal punto di vista del patrimonio finanziario e immobiliare detiene una ricchezza netta che, nel primo trimestre 2026, è "solo" di 8 volte circa più alta della ricchezza netta del 50% delle famiglie più povere, che nel nostro Paese è comunque pari complessivamente a 821 miliardi di euro, la più consistente d'Europa. In Francia, il 10% della popolazione più abbiente è invece 11 volte più ricca del 50% della popolazione più povera, in Olanda il divario arriva a 18 volte, in Austria a 19 volte, in Germania addirittura a 27 volte, così come anche negli Stati Uniti, dove la diseguaglianza è massima. Per quanto riguarda il confronto Italia-Francia, si consideri altresì che da fine 2022 al primo trimestre 2026 la ricchezza netta mediana, cioè del cittadino che divide esattamente in due la popolazione, è cresciuta nel nostro Paese del 6,3% mentre in Francia è diminuita dello 0,4%. Questi sono i numeri veri.

In conclusione, chi, nelle stesse ore in cui le famiglie italiane, nonostante i disordini milanesi, stanno acquistando con fiducia i Btp valore, invoca una "patrimoniale" per ridurre le diseguaglianze sociali fa soltanto pura demagogia. In Italia, tra l'altro, una grande patrimoniale c'è già ed unica al mondo per dimensioni. Infatti, le famiglie e le imprese italiane detengono "spontaneamente" 470 miliardi del nostro debito pubblico, di cui 431 miliardi in titoli di Stato. Con ciò garantendo non solo la stabilità del debito stesso ma anche il finanziamento dello stato sociale dei cittadini meno abbienti.

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