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L'ntervista con Paloma Elsesser: «La vulnerabilità chiama altra vulnerabilità»

September 16, 2026

Nel 2023, è stata la prima modella plus-size a vincere i Fashion Awards come Modella dell’Anno. Oggi 34 anni, 700 mila follower e una carriera che ha cambiato la storia della rappresentazione dei corpi nella moda, Paloma Elsesser sa esattamente come vuole usare questa visibilità. Se nel corso della sua carriera si è battuta per numerose cause, questa volta il tema la tocca da vicino.

Durante l’adolescenza, la top model ha affrontato una dipendenza da alcol e droghe e, nel 2019, ha perso una delle sue migliori amiche a causa di un’overdose. Eppure, Paloma ha saputo trasformare questa tragedia in un punto di svolta, l’inizio per lei di un nuovo capitolo. Il volano in medicina, proprio come proviamo a raccontare in questo nostro The Opportunity Issue. Qui Elsesser racconta a Cosmopolitan la sua missione: sostenere chi combatte la stessa battaglia che ha vinto 15 anni fa, da quando è sobria, collaborando con l’organizzazione no profit End Overdose.

La tua sincerità quando parli di sobrietà colpisce molto. Com’è condividere una parte così intima?

«La vulnerabilità chiama altra vulnerabilità e non è mai un passo falso se riesco ad aiutare anche una sola persona. Certo, esporsi fa paura, ma sapere che qualcuno può riconoscersi nella mia storia è un privilegio».

Come spieghi a chi hai appena conosciuto che non bevi? Senti il bisogno di giustificarti?

«Senza troppi giri di parole. Di solito me la cavo con un: “Fidati, è meglio che io non beva”. Se poi l’altro approfondisce, ne parlo apertamente, perché non sai mai chi puoi ispirare condividendo il tuo vissuto».

Immagino che nel mondo della moda non sia semplice stringere legami autentici da persona sobria.

«Cerco sempre un posto dove sentirmi al sicuro. E voglio essere io stessa un rifugio per gli altri. Non è facile: questo sistema sa essere molto superficiale. C’è una forte tendenza a rendere glamour l’abuso di alcol e sostanze, in un ambiente dove disagi psicologici sono all’ordine del giorno».

Quali sono i falsi miti sul consumo di droga?

«Penso che riguardi solo una certa realtà. Colpisce chiunque, a prescindere da etnia, credo, estrazione sociale o conto in banca».

E il lato più invisibile della dipendenza?

«Sembra un’allegria. Io non reagisco all’alcol come chiunque. C’è chi si ferma a un paio di drink e torna a casa. Per me è impossibile. Molti la considerano una scelta ed è proprio questo che impedisce a tante persone di ricevere l’aiuto di cui hanno bisogno».

Cosa consigli a chi teme che una persona cara stia abusando di droghe o alcol?

«È importante dire: “Ehi, esiste un modo più sano di affrontare tutto questo. Vivi la tua vita e, se un giorno inizierai a porti delle domande o ti renderai conto dei danni che questa situazione sta causando, parlane con me”. Cercare di salvare le persone, però, spesso impedisce loro di crescere».

Che cosa significa per te la comunità?

«Il rapporto con le altre donne sobrie è stato fondamentale. Mi ispira, mi aiuta a guarire ed è essenziale per il mio percorso. Io non ho il privilegio di sfogare le emozioni in un drink, quindi ho bisogno di affidarmi a chi comprende questa esperienza. Altrimenti ci si può sentire molto soli. Poi ci sono la mia famiglia e il team: abbiamo costruito un ecosistema fatto di equilibrio e gentilezza. Sono molto fortunata a non essere sola in questa lotta».

Anch’io sono sobria e, guardando la ragazza che ero, a volte penso: «Lei era più divertente». Cosa diresti a chi si ritrova in questa sensazione?

«Ho vissuto i miei vent’anni da sobria. Ho imparato a sentirmi a mio agio anche nelle situazioni più scomode. La ragazza festaiola è ancora dentro di me, adoro la notte. Cerco di mantenere il più possibile intatto lo stupore tipico dei bambini, perché quella ragazza si divertiva, sì, ma conviveva anche con la depressione. Era però coraggiosa, senza paura, ed è una parte che voglio conservare. Ogni giorno lavoro per proteggerla e darle ciò che allora non aveva».