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L’ordinaria meraviglia di Jan Vermeer

August 15, 2026

In prestito da Amsterdam, arriva a Roma la Lettrice in blu del maestro di Delft. Un’occasione unica per vedere dal vivo una delle pochissime tele di questo artista che amava soggetti semplici ma rivoluzionari

Continua la tournée italiana di uno dei massimi capolavori non solo dell’infinito Jan Veermer (1632-1675), l’olandese di Delft che ha inventato un nuovo modo di rappresentare l’interno domestico, ma della pittura di tutti i tempi: Lettrice in blu, proveniente dal Rijksmuseum di Amsterdam, esposta ora alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma (Palazzo Barberini, a cura di Thomas Clement Salomon e Paola Nicita, fino all’11 ottobre) dopo la tappa torinese che l’aveva ospitata a Palazzo Madama.

Un appuntamento irrinunciabile se si vuole cogliere da vicino, senza la confusione di altre opere prima e dopo, ciò che una fotografia, per quanto precisa, non potrebbe mai rendere. A partire dalle dimensioni, che le fotografie adulterano a seconda del loro ingrandimento. La Lettrice in blu è un dipinto in formato abbastanza ridotto, 80 x 65 centimetri circa. Non potrebbe essere più grande, comprometterebbe l’intento, ereditato dalla tradizione fiamminga quattrocentesca, di racchiudere un intero universo in poco spazio visivo. Non potrebbe essere più piccolo, perché si farebbe della miniatura, dell’esibizione virtuosistica, cioè, nel rappresentare in piccolo, cosa che a Vermeer poco doveva interessare.

Qualche anno prima Vermeer aveva già trattato il soggetto della donna che legge, in un quadro oggi alla Gemäldegalerie di Dresda, formidabile, ma forse non altrettanto affascinante, che per tanto tempo è stato ritenuto opera di Rembrandt – sic! – o di Pieter de Hooch. La composizione era significativamente diversa, ma non il suo dispositivo comunicativo: un tenda verde sul davanti a fare da sipario aperto sulla scena, una tavola coperta da un tappeto orientale con un piatto di ceramica inclinato da cui la frutta scivola come in un’emblema di agiatezza, la finestra aperta a cui la ragazza di profilo si avvicina per meglio leggere la lettera che tiene tra le mani, un sedia borchiata posta in un angolo, un dipinto con un Cupido, recuperato alla vista solo nel 2018, sulla parete di fondo.

Due gli obbiettivi principali di Vermeer: raccontare lo spazio attraverso la luce che lo attraversa nel mentre che fa altrettanto con un momento di taciturna, intima sospensione da tutto e da tutti, prendendo in tal modo le distanze dal bozzettismo spicciolo a cui ricorreva la maggior parte degli altri pittori olandesi del quotidiano, grande novità dell’epoca.

Sembrerebbero poco ambiziosi, e invece sono rivoluzionari: la grande pittura, secondo i dettami accademici, doveva raccontare della roboante historia, non vicende quotidiane qualsiasi. Vermeer vuole invece dimostrare che l’historia più nobile, in quanto capace di rivolgersi alla parte migliore delle persone, i loro cuori, sta proprio nella straordinarietà dell’ordinario che può manifestarsi in una casa come un’altra della buona borghesia olandese, in quel periodo storico resa eccezionalmente abbiente dai commerci marittimi con le terre lontane.

Ecco l’aspirazione di Vermeer e con lui di tutta la nuova società a cui sente di appartenere, fare corrispondere alla ricchezza materiale, ormai conseguita, quella dell’animo. Ma torniamo agli obbiettivi prima indicati. Per raccontare lo spazio, Vermeer, forse pratico di camera oscura come sosteneva David Hockney, lo segna attraverso piani geometrici in successione (la tenda, il tavolo, la finestra, la sedia in angolo, la parete di fondo) che fanno in pratica da gabbia per la luce, permettendole di diffondersi su corpi e cose con effetto soffuso, grazie a una tecnica minuziosa che opera sul colore come in un ricamo, in alternanza a ombreggiature ugualmente addolcite. Per raccontare il silenzio, invece, lascia che sia la nostra immaginazione a scoprire ciò che deve rimanere misterioso: la ragazza è così presa nella lettura da non lasciare trasparire reazioni, se vogliamo capire qualcosa dobbiamo affidarci all’indizio del quadro con Cupido, sicuro ammiccamento all’argomento amoroso, o alla sedia vuota, chissà se simbolica di un’assenza. Tutto qui, eppure nessuna storia potrebbe essere sentimentalmente più piena di questa.

Arriviamo al 1663 circa: Vermeer, decano degli artisti di Delft, è sulla cresta dell’onda e si permette una vita agiata (anche troppo, a giudicare dalle disgrazie economiche in cui incorrerà negli ultimi anni di vita). La moglie Catharina, che le fa da modella, è in attesa di uno dei suoi quindici figli. Si tratta del momento per tornare a confrontarsi in pittura con una donna di casa alle prese con una lettera. Non si replica però il dipinto precedente, lo si muta nella sostanza pur mantenendone il meccanismo di base. Stavolta il proposito, denunciato anche da alcuni pentimenti (in origine la lettrice doveva essere impellicciata), è di concentrare l’essenza di quanto nel quadro di Dresda finiva per disperdersi. Niente tenda a sipario di antica ascendenza fiamminga, la scena non ne ha più bisogno. Niente tavola con tappeto orientale e frutta, al suo posto un ripiano meno distraente, coperto da un telo scuro, da cui si stagliano una cassetta aperta, un libro e una collana di perle. Niente finestra aperta con riflesso virtuosistico sul vetro, la luce, proveniente come sempre da sinistra in alto, combina tutto da sola, morbida e nordica come non mai, facendo ancora più atmosfera assorta.

Le sedie borchiate sono due, mentre sulla candida parete di fondo, al posto del quadro, una carta geografica, presenza non certo inconsueta in Vermeer, con le Province Unite di Olanda e Frisia. Chi ne guadagna è la lettrice qui col ventre rigonfio, che rispetto alla ragazzina di Dresda ha un aspetto più maturo: è il fulcro volumetrico, grazie all’elegante veste a campana che la rende plasticamente compiuta come forse potrebbe esserlo solo la Madonna del Parto di Piero, attorno a cui luce, spazio e storia ruotano come in una giostra.

Nulla sfoggia di vistoso, anche la collana di perle è stata lasciata sul tavolo, basta il diluito lapislazzulo, colore fra i più costosi, a condensare in sé tutta la preziosità che la componente affettiva della donna, con la bocca appena socchiusa a rivelare un impalpabile, soavissimo piacere in ciò che legge, deve meritare. Studiatissima anche la scansione delle quinte che definiscono la profondità dello spazio, con lo scuro in primo piano, il chiaro nel fondo e le tonalità intermedie nel mezzo.

E la storia? Siamo liberi di immaginarla come vogliamo, per esempio in questo modo: la lettera, presa dalla cassetta dei segreti personali, ha interrotto la lettura di un libro, magari riferendo di una o anche due persone, viste le sedie vuote, che stanno in altre parti delle Province Unite. Ma possiamo anche farne a meno, lasciando che a narrare sia solo la magia del silenzio domestico, in un interno che prodigiosamente riesce a proiettare la vita quotidiana in un’aura di totale astrazione dal contingente. Una raccomandazione: per favore, non oltraggiate l’impareggiabile perfezione della Lettrice in blu definendola un’icona, che non significa più nulla. Umiliereste voi stessi, denunciando un vuoto mentale forse irrimediabile.