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L’ossessione americana di rifare la storia ogni settimana - Alessio Marchionna

July 27, 2026

Il 4 luglio gli Stati Uniti hanno celebrato i 250 anni della dichiarazione d’indipendenza, un anniversario che Trump ha cercato di trasformare nel palcoscenico della propria presidenza. Ma, lontano dai palchi e dai discorsi ufficiali, migliaia di persone festeggiavano a modo loro: indossando uniformi del settecento e della guerra civile, caricando moschetti a salve e dormendo in tende d’epoca. Sono i rievocatori storici, protagonisti di una delle tradizioni più curiose e più statunitensi che esistano.

Gli americani cominciarono a “rifare” la guerra civile (1861-1865) prima ancora che fosse finita. Durante il conflitto venivano organizzate le sham battles, finte battaglie combattute con munizioni a salve. Servivano ad addestrare le reclute, a mostrare ai civili cosa succedeva al fronte e, in alcuni casi, a intrattenere il pubblico. La rievocazione storica non nasceva quindi come un passatempo nostalgico ma insieme alla guerra stessa, segno di quanto quel conflitto fosse percepito fin dall’inizio come un evento destinato a entrare nella memoria nazionale.

Dopo il 1865 il significato di quelle rappresentazioni cambiò. Le simulazioni lasciarono progressivamente spazio alle commemorazioni dei reduci. Il momento più simbolico arrivò nel 1913, durante il cinquantesimo anniversario della battaglia di Gettysburg, lo scontro più sanguinoso e decisivo della guerra civile. Migliaia di veterani nordisti e sudisti tornarono sul campo dove avevano combattuto cinquant’anni prima. Ricrearono lentamente la celebre carica di Pickett, l’assalto confederato che nel 1863 aveva segnato la sconfitta del sud, ma invece di affrontarsi si strinsero la mano oltre il muretto di pietra che aveva diviso i due eserciti. Molti piansero, altri rimasero in silenzio. Quegli uomini non interpretavano personaggi di un passato che non avevano vissuto: erano protagonisti originali che ritualizzavano la propria esperienza, trasformando la memoria della guerra in un racconto condiviso della riconciliazione nazionale.

Nel frattempo si diffondeva un’altra tradizione destinata a influenzare profondamente il movimento dei rievocatori: quella dei musei storici “viventi”. Nascevano luoghi come Colonial Williamsburg, una cittadina-museo in Virginia che metteva in scena la vita quotidiana dell’America coloniale, dove il passato non veniva raccontato solo attraverso oggetti esposti nelle teche ma riviveva nei gesti, nei mestieri e nelle attività di ogni giorno. Persone in abiti d’epoca cucinavano, lavoravano, coltivavano i campi e parlavano con i visitatori come se quell’epoca non fosse mai finita. È da lì che nasce l’idea, ancora oggi molto diffusa, che chi partecipa a una rievocazione non sia semplicemente un attore, ma un living historian: qualcuno che cerca di capire la storia provando a viverla (gli appassionati odiano essere chiamati reenactors: preferiscono appunto living historians o, al limite, historical interpreters).

L’esplosione finale di questo hobby così americano arrivò con il centenario della guerra civile. Nel 1961 migliaia di persone parteciparono alla ricostruzione del primo grande scontro terrestre del conflitto, la battaglia di Bull Run (o Manassas, per i confederati). Il successo fu enorme e le rievocazioni divennero un fenomeno nazionale. Negli anni successivi crebbero al punto che il National park service, l’agenzia che gestisce i parchi nazionali, decise di vietare le simulazioni di combattimento nei parchi federali, perché eventi sempre più affollati rischiavano di trasformare luoghi della memoria in semplici spettacoli.

L’età dell’oro arrivò tra gli anni ottanta e novanta. In quegli anni nacquero associazioni, reggimenti privati, artigiani specializzati nella produzione di uniformi, riviste e grandi raduni che richiamavano decine di migliaia di partecipanti. La rievocazione smise di essere solo una commemorazione e diventò una sorta di atto comunitario, con regole sempre più severe e una ricerca minuziosa dell’autenticità.

È proprio questa ricerca a distinguere i living historians da un qualsiasi gruppo di appassionati in costume. Per alcuni l’autenticità finisce per diventare un’ossessione. Si fanno chiamare “hardcore”, i puristi del movimento. Non si limitano a indossare uniformi d’epoca: mangiano le stesse razioni dei soldati, dormono sotto tende identiche a quelle dell’ottocento, evitano parole entrate nell’inglese dopo la guerra civile e cercano di non uscire mai dal personaggio.

Una rievocazione della rivolta degli schiavi del 1811. St. John the Baptist Parish, Louisiana, 2019 (Andrew Lichtenstein, Corbis/Getty Images)

Tony Horwitz, premio Pulitzer che trascorse molto tempo con i rievocatori – e che ha pubblicato un libro molto apprezzato sul fenomeno – ha raccontato in un articolo di un uomo che di notte immergeva i bottoni d’ottone dell’uniforme nella propria urina per far sì che si ossidassero in modo naturale. “Tim, hai fatto di nuovo pipì sui bottoni?”, gli chiese una mattina la moglie, esasperata. La ricerca di autenticità si mescola a un goffo cameratismo, al bisogno di stringere o consolidare amicizie, per alcuni di rivivere le sensazioni provate sotto le armi (soprattutto in Vietnam).

L’articolo di Horwitz, uscito nel 1998 sul New Yorker, è pieno di descrizioni divertenti che rivelano l’essenza di questa passione. Eccone uno, in cui lo scrittore racconta di quando si trovò per la prima volta in mezzo alla battaglia:

“Caricate i moschetti!”, ha abbaiato il capitano. Tutto intorno a me, gli uomini del 32° reggimento hanno aperto le cartucce di carta e hanno versato la polvere da sparo nelle canne dei fucili. Ero l’unico senza un’arma. Ho chiesto al capitano quale ruolo avrei potuto svolgere in combattimento. “Se uno dei nostri dovesse cadere, raccogli il suo moschetto e continua a combattere”, ha detto, poi ha aggiunto: “Se nessuno cade, corri un po’ in giro e poi fatti colpire. Le vittime ci fanno sempre comodo”. Tornato in fila, ho riferito a Bishop gli ordini. “Le vittime sono un problema”, mi ha detto. “Nessuno vuole guidare per tre ore per arrivare qui, per poi cadere nei primi cinque minuti e passare la giornata sdraiato sugli escrementi delle mucche”. O’Neill è intervenuto con una dritta sulle misure di sicurezza che avrei dovuto adottare una volta morto: “Controlla il terreno prima di buttarti a terra”, ha detto. “Mi sono fatto dei lividi cadendo sulla mia borraccia. E non morire mai sulla schiena, a meno che tu non voglia scottarti al sole”.

O il racconto della prima notte passata con il plotone:



I soldati hanno impilato i moschetti e hanno steso i teli a terra. “È l’ora delle sardine”, ha detto Joel, lasciandosi cadere e tirandosi il cappotto e la coperta sul petto. Uno dopo l’altro, anche gli altri si sono sdraiati, stipati l’uno contro l’altro, come su una nave di schiavi. Mi sono trascinato fino alla fine del gruppo, sdraiandomi a pochi centimetri dall’uomo più vicino. “Cucchiaio a destra!”, ha gridato qualcuno. Ognuno si è girato su un fianco e si è aggrappato all’uomo davanti a sé. Mi sono rannicchiato contro il mio vicino. Qualche corpo più in là, un uomo incastrato tra Joel e Rob ha iniziato a lamentarsi: “Ragazzi, siete così magri che non emanate nessun calore”, ha detto. “Me lo state solo succhiando via!”. Dopo quindici minuti, qualcuno ha gridato “cucchiaio a sinistra!” e il gruppo si è girato dall’altra parte. Ora avevo la schiena al caldo, ma il davanti era esposto all’aria fredda. Ero nella posizione “dell’àncora”, mi ha spiegato il mio vicino: il punto più freddo in un “cucchiaio” della guerra civile. Da qualche parte in lontananza, un cavallo ha sbuffato. Poi uno dei soldati ha scagliato una scoreggia titanica. “Ma che cavolo!”, ha gridato il suo vicino. “Il gas non è arrivato prima della prima guerra mondiale!”.

Horwitz spiegava che chi non rispettava gli alti standard veniva liquidato in modo sprezzante come farb. L’origine del termine è incerta – qualcuno sostiene significhi far be it from authentic (”quanto di più lontano dall’autentico”), anche se probabilmente è un’etimologia inventata a posteriori – ma il significato è chiaro. Un farb è quello che si presenta con un orologio moderno al polso, si accende una sigaretta durante la battaglia, spalma la crema solare davanti a tutti, nasconde una bottiglia di plastica nello zaino o usa sangue finto per rendere più spettacolare la propria morte. Dettagli quasi invisibili per il pubblico, ma sufficienti a distruggere l’illusione per chi considera la rievocazione un esercizio di fedeltà storica.

La reputazione, in questo mondo, si costruisce proprio su dettagli che gli spettatori spesso non notano. Esiste una sorta di graduatoria informale del prestigio, ha raccontato Caity Weaver sull’Atlantic. Paradossalmente, interpretare un soldato britannico del settecento può essere più prestigioso che vestire i panni di un combattente della guerra civile o perfino di un ribelle della guerra d’indipendenza: le uniformi inglesi sono più elaborate, richiedono tessuti costosi, lavorazioni complesse e accessori difficili da riprodurre. Solo le decorazioni cucite intorno alle asole sul davanti della giubba possono costare diverse centinaia di dollari. Più un equipaggiamento è impegnativo da ricostruire, maggiore è la considerazione che suscita tra gli altri rievocatori. È una forma di prestigio che si misura nell’abilità artigianale e nella pazienza, non nel grado militare impersonato.

Weaver, che come Horwitz si è immersa nel mondo dei rievocatori vivendo con loro per giorni, lo scopre sulla propria pelle quando accetta di interpretare una donna del settecento. Prima ancora dell’abito arrivano sottogonne, corsetto, grembiule, cuffia e una serie di strati che trasformano completamente il modo di muoversi. Camminare, sedersi, perfino respirare diventa diverso, racconta la giornalista. In quei momenti capisce cosa cercano davvero i rievocatori di oggi: non somigliare al passato per qualche fotografia, ma usare il corpo per avvicinarsi, almeno per un giorno, all’esperienza di chi quel passato lo ha vissuto.

Durante una rievocazione delle guerra d’indipendenza. Al centro George Washington. Lambertville, New Jersey, 1956 (Al Barry, Three Lions/Getty Images)

L’esperienza di Weaver mostra anche un altro lato delle rievocazioni: il passato non si ricostruisce solo attraverso uniformi e oggetti, ma anche scegliendo chi rappresentare. Per molto tempo questo mondo è stato dominato da uomini bianchi che interpretavano altri uomini bianchi. Con il tempo le cose sono cambiate.

Le donne, per esempio, non si accontentano più dei ruoli tradizionali di infermiere, mogli o civili. Sempre più rievocatrici scelgono di interpretare le centinaia di donne che durante la guerra civile si arruolarono travestite da uomini, combattendo per mesi o addirittura anni senza essere scoperte. Alcune vennero smascherate solo dopo essere rimaste ferite; altre mantennero il segreto per tutta la vita. Portarle in scena significa ricordare una pagina della guerra rimasta a lungo ai margini della memoria collettiva.

Un discorso simile vale per gli afroamericani. Per decenni la loro presenza è stata limitata e quasi sempre legata alle battaglie della guerra civile. Negli ultimi anni, invece, sono nate ricostruzioni dedicate a episodi rimasti nell’ombra, come la grande rivolta degli schiavi del 1811 in Louisiana, la più vasta nella storia degli Stati Uniti. Centinaia di persone marciano lungo lo stesso percorso seguito dagli insorti, indossando abiti d’epoca e portando gli strumenti del lavoro nelle piantagioni al posto delle armi. L’obiettivo non è rivivere il passato o celebrare una vittoria – la rivolta fu repressa con estrema violenza – ma riportare alla luce ciò che il passato ha cercato di nascondere.

Quanto all’orientamento politico dei rievocatori, il quadro è più vario di quanto ci si potrebbe aspettare. Il reportage di Horwitz, pubblicato alla fine degli anni novanta e ambientato negli ex stati della confederazione, descrive un mondo popolato in larga parte da uomini conservatori, diffidenti verso il governo federale e nostalgici di un’America rurale e tradizionale. Ma lo stesso Horwitz osserva come la passione per la storia riesca spesso a creare legami tra persone che, fuori dai campi di rievocazione, difficilmente si frequenterebbero.

Venticinque anni dopo, il ritratto tracciato da Weaver sull’Atlantic è diverso. I rievocatori continuano a essere in prevalenza bianchi e di mezza età, ma gli elettori democratici tendono a essere più di quelli repubblicani (siamo nel New England, un’area più urbanizzata e tendenzialmente progressista, e le rievocazioni riguardano soprattutto la guerra d’indipendenza). I partecipanti insistono sul fatto che il loro obiettivo non è celebrare i padri fondatori o dividere la storia in buoni e cattivi. Al contrario, rivendicano la necessità di raccontarne anche le zone d’ombra – la schiavitù, lo sterminio dei nativi, le vite di persone comuni che compaiono appena nei documenti – perché, spiega Weaver, il senso della rievocazione non è glorificare il passato ma ricordare che la storia è stata fatta da persone ordinarie, non da eroi senza macchia.

Questo quadro complesso aiuta a capire come le due grandi guerre combattute sul suolo americano – la guerra d’indipendenza e la guerra civile – abbiano rappresentato, per generazioni di americani, un patrimonio di memoria condivisa capace di creare un senso di appartenenza comune in una società varia e stratificata; un patrimonio che è servito anche a integrare persone arrivate nel paese molto tempo dopo quegli eventi e da posti molto diversi. Vale paradossalmente soprattutto per la guerra civile, l’evento simbolo delle divisioni americane, che ha minacciato di distruggere il paese. Horwitz si chiede meravigliato perché il suo bisnonno, arrivato alla fine dell’ottocento in fuga dalla Russia zarista, avesse speso parte dei suoi primi risparmi per comprare un enorme libro illustrato sulla guerra civile americana, scritto in una lingua che conosceva appena. Continuò a sfogliarlo fino alla morte.

Alla fine del suo viaggio tra i rievocatori, Horwitz trova una possibile risposta in una riflessione dello scrittore Robert Penn Warren: per chi arriva da altrove, la guerra civile può diventare una sorta di rito di passaggio, un modo per entrare nella storia del paese che ha scelto come casa. Forse suo bisnonno aveva intuito che capire quella guerra significava capire l’America. O forse, come oggi un ragazzo appena arrivato impara subito i nomi delle squadre sportive o dei grandi marchi, si era aggrappato a quel conflitto come a un simbolo di appartenenza. Perché, sosteneva Warren, essere americani “non è una questione di sangue, ma di un’idea. E la storia è l’immagine di quell’idea”.

Da qualche tempo quel patrimonio comune è meno solido. Rispetto agli anni in cui scriveva Horwitz, la guerra civile è diventata sempre più difficile da separare dalle fratture del presente. Molti rievocatori continuano a considerare il loro hobby un esercizio di storia, non di politica, ma sanno anche che simboli come la bandiera confederata o il dibattito sulle cause della guerra non possono più essere letti al di fuori del contesto contemporaneo. È una tensione che attraversa anche i raduni: da un lato il desiderio di ricostruire il passato con rigore, dall’altro la consapevolezza che quel passato continua a essere usato per parlare del presente.

Quando il passato smette di essere un terreno comune e diventa soprattutto materia di conflitto, è più difficile trovare un linguaggio capace di tenere insieme esperienze e memorie diverse. I rievocatori continuano a cercarlo, un fine settimana dopo l’altro, indossando uniformi di centocinquant’anni fa per provare a capire un paese che probabilmente sta ancora cercando di capire se stesso.

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