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La campagna 'Lo so, è grave!' in vista del DisFestival a Torino - Notizie - Ansa.it

October 14, 2026

In vista della terza edizione del DisFestival, in programma a Torino dal 28 novembre all'8 dicembre 2026, la Cpd, la Consulta per le persone in difficoltà, lancia "Lo so, è grave!", una campagna teaser pensata per attirare l'attenzione, suscitare curiosità e, soprattutto, mettere in discussione i pregiudizi e gli automatismi con cui guardiamo alla disabilità.
Dal 15 ottobre la campagna sarà presente in città con tre diversi manifesti. Il claim, volutamente provocatorio, gioca sul confine tra giudizio e pregiudizio, mettendo chi osserva di fronte alle proprie associazioni immediate. I tre soggetti ritraggono persone con disabilità alle prese con altrettante provocazioni gastronomiche: c'è chi mangia la pizza con l'ananas, chi spezza gli spaghetti prima di metterli in pentola e chi condisce la pasta con il ketchup. Gesti innocui che, soprattutto nell'immaginario italiano, vengono scherzosamente considerati piccoli "crimini" gastronomici e diventano così il terreno ideale per giocare sul significato della parola "grave".
Il meccanismo dei manifesti parte sempre dallo stesso interrogativo: che cosa stiamo davvero giudicando? A un primo sguardo, l'affermazione "Lo so, è grave!", accostata all'immagine di una persona con disabilità, può generare un'associazione immediata al fatto che quella "gravità" si riferisca alla disabilità della persona ritratta. Ma il manifesto non lo ha mai detto ed è proprio quell'associazione a diventare parte del messaggio. La campagna invita così a interrogarsi sugli automatismi con cui attribuiamo significati a ciò che vediamo e sul ruolo che il nostro sguardo ha nella costruzione del pregiudizio. In fondo, che cosa è davvero grave? Spezzare gli spaghetti, mettere il ketchup sulla pasta, mangiare la pizza con l'ananas? Oppure continuare a guardare le persone attraverso il filtro dei nostri pregiudizi.
La campagna utilizza così l'ironia per mostrare come i pregiudizi possano agire attraverso automatismi e associazioni inconsapevoli. Non punta il dito contro chi guarda, ma lo coinvolge direttamente, spostando l'attenzione dalla persona rappresentata al nostro modo di osservarla. Quanto di ciò che vediamo appartiene davvero a chi abbiamo davanti e quanto, invece, appartiene al nostro sguardo?

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