
di Nicoletta Paciarotti
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venerdì 25 settembre 2026, 03:05 - Ultimo aggiornamento: 08:59
FERMO - Il mare è a pochi passi. È calmo, quasi immobile, dietro le palme una strada larga abbastanza da ricordare che Lido Tre Archi era stato immaginato per le vacanze. La cartolina dura il tempo di girare la testa. Alle spalle dell’Adriatico salgono i palazzoni: balconi fitti, cemento scorticato, parabole, panni stesi, porticati che inghiottono il piano terra. Non è un quartiere multietnico vivo come il Piano di Ancona (anche se pure lì l’idillio dura fin quando non scende la sera). Al Lido Tre Archi, almeno di giorno, la strada è quasi vuota. La parte più sporca degli affari sembra essersi ritirata dentro: scale, androni, appartamenti. Fuori, a poche decine di metri, il resto del rione continua una vita normale. È questa la prima stranezza di Tre Archi: la criminalità si vede poco. Le sue difese invece, le difese delle persone perbene, sono dappertutto. Telecamere, portali anti zingari, porte blindate contro lo spaccio.
Dentro il covo
Sono le 14.20. A piccoli ma veloci passi nella zona rossa, quella tra il complesso condominiale R1 e R2. Da via Aldo Moro ci si infila verso via Segni. Sotto il porticato ci sono due kebab, serrande, ingressi condominiali, intonaco spellato. Uomini lavorano alle strutture, niente caschi o protezioni visibili: a terra i calcinacci sparsi, senza un ordine. Sui muri se la prendono senza troppe perifrasi con la magistratura: «Tribunale di merda. Assassino libero, la guerra la volete voi». Il riferimento è chiaro. Riporta al maggio 2024, quando Jeddi Osama, 23 anni, morì accoltellato durante una rissa a Porto Sant’Elpidio. Tre mesi dopo, l’uomo che lo aveva colpito era tornato libero con obbligo di firma. Si sterza verso via Vittorio Bachelet. Il parco viene indicato dai residenti come uno dei punti dello spaccio. Alle due del pomeriggio, naturalmente, non c’è nessuno.

I ragazzi
I ragazzi tornano da scuola con gli zaini sulle spalle. Il cartello del centro sociale “Centro Zero” promette balli di gruppo il venerdì. Dietro, la nuova palestra organizza corsi di difesa personale. È il quartiere che offre un’alternativa. Via Pietro Nenni: al numero 36 c’è una tabaccheria. Nell’agosto 2025 la titolare, Donatella Camilli, fu aggredita da una donna maghrebina e riportò tre costole rotte. «Era diventata il nostro incubo», racconta. Lei prova a tenere botta. «Qui entrano, comprano, escono. Io lavoro, faccio quello che devo. Non ho paura. Va tutto bene? No, ma a creare casino sono sempre gli stessi pochi. La polizia li arresta, dopo due giorni sono di nuovo fuori. Che dobbiamo fare? Finché se la vedono tra loro».
La retata
L’altra sera nella via è successo il finimondo.
Durante dei controlli, un cittadino irregolare ha aggredito le Volanti. Identificato, è stato spedito al centro rimpatri. Ma al Lido Tre Archi, era la terza aggressione alle forze dell’ordine in poco più di 48 ore. È scattata una maxi operazione interforze: 90 le persone controllate. Durante la retata sono stati rinvenuti cinque proiettili calibro 9x17. Un covo. Nuovamente su via Aldo Moro, per raggiungere il complesso condominiale R2 di via Tobagi.
Dai portici un urlo: «Bionda, ti serve una mano?»
Dai portici arriva un urlo: «Bionda, ti serve una mano?». Sono tre ragazzi, probabilmente tunisini. Gridano, gesticolano, tutti molto su di giri. Non si vedono bottiglie. Uno mima la pistola. Notati, noi, prima che riuscissimo a guardarli bene. Una foto prima di tirare dritto: quello è territorio loro.
Ventenne torturato nel 2025
Nell’ottobre 2025, qui, un 20enne tunisino fu rilasciato dopo essere stato torturato per circa 3 ore. Era stato sequestrato, portato in una casa di Lapedona e massacrato: botte, olio bollente sul braccio, mazza da baseball, coltello, bottiglie rotte sul corpo e perfino una sedia spaccata in testa. Poi di nuovo in macchina, verso il quartiere, per essere esibito - il tunisino massacrato - come monito vivente per chi non avesse capito l’antifona nel giro dello spaccio ruvido. Le Volanti intercettarono le auto e il ragazzo riuscì a liberarsi, raccontò di aver avuto paura di morire. Prima dei grandi condomini, sulla sinistra, compaiono improvvise villette arancioni. Molte sono seconde case acquistate da proprietari del Nord.
Porte chiuse con lastre metalliche, anche i turisti milanesi hanno paura
Al civico 120 una porta è chiusa dal Comune con una pesante lastra metallica. L’appartamento, vuoto d’inverno, era diventato un rifiuto di spacciatori. «Il paese è tranquillo, il litorale offre servizi e spiaggia libera. Aver preso casa qui, ai Tre Archi, è stato però un errore. Ci sono gli zingari, la delinquenza. Io di notte non esco», racconta un 60enne milanese.
Gli accampamenti dei nomadi, oltre ai cartelli ci sono le sbarre anti camper
Quello degli zingari, per questo posto, è un problema che ritorna da almeno dieci anni: accampamenti improvvisati, cucine in strada, rifiuti, bisogni nei cortili, segnalazioni di furti. Si sono susseguite ordinanze, rimozioni e sbarre alte 1,90 metri per impedire l’accesso ai camper. Urbanistica anti-degrado: quando il cartello non basta, arriva il ferro. Lo stesso vale per le telecamere. Più di cento, quasi una su ogni lampione. E naturalmente lo spaccio si è adattato. «In strada non lo fanno più», dicono dal quartiere. I venditori aspettano nei palazzi. Il cliente arriva, anche in bicicletta, resta fuori qualche minuto, poi sale. La piazza di spaccio ha preso l’ascensore. Via Walter Tobagi, condominio R2, scala C. «Il portone viene continuamente manomesso», raccontano. Al terzo piano c’è una porta blindata, la sfondavano per spacciare.
Le piazze di spaccio
Nel marzo 2023, proprio dentro questo complesso, un uomo entrò in un appartamento e sparò sei colpi contro due tunisini. Uno rimase ferito. Poi partirono le rappresaglie. Sulla strada si incontrano la cooperativa On The Road e la Caritas diocesana. Servizio, assistenza, ascolto. Don Sebastiano conosce bene il prezzo di questo quartiere. È qui da sedici anni e racconta di aver subito 55 furti. «Cinque anni fa era peggio. Oggi c’è molta più attenzione». Ma il lavoro più difficile, dice, riguarda i ragazzi. «Pagano anche il pregiudizio legato all’immagine di Tre Archi. Qualcuno a scuola preferisce dire di essere di Fermo - dice - qui certi esempi sono più a portata di mano. Noi proviamo a essere una presenza positiva, a dare ai bambini un’alternativa prima che sia il quartiere a sceglierla per loro». Perché certi giri, a Tre Archi, non sono nati ieri.
Una storia che nasce negli anni Novanta: «Sembrava Baghdad, bruciavano le auto»
Negli anni Novanta arrivarono gli uomini della criminalità organizzata mandati al soggiorno obbligato. Sacra Corona Unita e Camorra. Negli stessi anni attecchirono prostituzione, racket, armi e traffico di droga. Finita la stagione dei vecchi boss, cambiarono facce e nazionalità ma non il business: sulle piazze dello spaccio cominciarono a contendersi il mercato soprattutto gruppi albanesi e tunisini. «Sembrava Baghdad. Per i regolamenti di conti bruciavano le auto - racconta un artigiano - quasi una al giorno». Più ci si allontana dai grandi blocchi, più Tre Archi cambia pelle. Le case si abbassano: uno, due piani. Villette, residence, famiglie.
La cerniera urbana prima del buio
La zona verso San Tommaso sembra funzionare come una cerniera urbana e sociale. Da una parte i palazzoni, dall’altra il quartiere ordinario. Si fa buio. Sono le 20. Per via Aldo Moro non si passa più, fa paura. La gang dei tre è ancora in strada. Sotto i portici dei condomini inizia il viavai dello shopping illegale. Il parco Bachalet si illumina, lo skate park pure. C’è una telecamere installata più in alto. «È per gli spacciatori, almeno non la fanno esplodere», dice un residente. È già successo. E al Lido l’impressione è proprio questa, una bomba ad orologeria pronta a detonare in qualsiasi momento. Per una piazza di spaccio, un bicchiere d’alcol di troppo. Mentre il quartiere, al di là della linea rossa, se ne tiene fuori il più possibile.
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