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Perché la grandezza di Instagram e Facebook può segnare la loro fine

August 26, 2026

Dopo ripetuti tuoni e fulmini è arrivata la tempesta, abbattutasi su Meta con il rischio di spazzare via buona parte delle sue piattaforme, almeno per come le abbiamo conosciute finora. L’accusa mossa da procuratori generali di 29 Stati americani è pesante ma non inedita, perché le ripercussioni negative provocate dai social media sugli utenti, in particolare sui più giovani, sono stati descritti tante volte, con numerosi studi a descrivere le dettagliate connessione di causa ed effetto. Quando la partita si sposta nelle aule dei tribunali, però, la sostanza spesso si modella e certe visioni vengono smontate o smentite dalla verità processuale.

In attesa di capire come le parti giocheranno la partita, vanno considerati alcuni fattori che hanno permesso a Facebook prima e Instagram poi di ergersi a recinti digitali prediletti dalla stragrande maggioranza degli occidentali. Una espansione che ha permesso a questi servizi digitali di diventare, per milioni di persone, lo strumento principale per restare in contatto con amici lontani, trovare modelli da imitare ma anche conoscere cosa avviene nel mondo e contare su nuove fonti di reddito mediante la vendita di prodotti o la monetizzazione di un ampio seguito.

Perché 29 Stati americani accusano Meta

Queste sono alcune delle modalità con cui vengono percepiti e utilizzati i social media di Mark Zuckerberg, la cui struttura è finita al centro di un grande caso per un procedimento avviato negli Stati Uniti nel 2023. Da un lato c’è l’accusa sulla raccolta e sull’uso illegale di informazioni personali dei minori di 13 anni, con la violazione della legge federale americana sulla privacy. Dall’altro c’è la denuncia avanzata dai procuratori generali di New Jersey, California, Kentucky e Colorado, che lamentano a Meta di aver progettato Facebook e Instagram in modo da innescare un utilizzo compulsivo da parte dei più giovani, fornendo informazioni ingannevoli sulla sicurezza delle due piattaforme.

In sostanza, per l’accusa Meta (che fino al 28 ottobre 2021 si chiamava Facebook Inc.) ha scelto in maniera deliberata di cavalcare l’uso dei social dei minori, per far crescere la base di utenti e incrementare i profitti fino a raggiungere una capitalizzazione che al momento oscilla tra 1.200 e i 1.400 miliardi di dollari (la forbice dipende dall’andamento del titolo al Nasdaq).

Al di là delle numerose testimonianze raccolte negli anni da ex dipendenti dell’azienda — come la più famosa whistleblower Frances Haugen che, nel 2021, con le sue dichiarazioni ha causato lo scandalo Facebook Papers, rivelando migliaia di documenti riservati — in questo caso i procuratori contano su file interni più recenti che mostrerebbero come il rapporto tra like e confronto sociale posse generare negli utenti più giovani sensazioni di inadeguatezza e una riduzione dell’autostima. Ci sono poi una serie di ricerche, sempre custodite nei cassetti di Meta, che rivelerebbero la diffusione di insicurezza, solitudine e insoddisfazione scaturite dalla prolungata esposizione sulle piattaforme di migliaia di adolescenti.

Eduardo Saverin, il cofondatore di Facebookpinterest

Getty Images

È importante sottolineare che, stando a quanto appurato finora, questa mole di informazioni non dimostra che depressione e disturbi simili siano direttamente riconducibili a Facebook e Instagram, ma che l’azienda fosse consapevole dei possibili effetti generati dai meccanismi con cui ha sviluppato le sue più note piattaforme. Questo è uno dei principali nodi di una matassa molto intricata, complicata da sbrogliare e potenziale sliding door per come abbiamo imparato a conoscere e muoversi all’interno dei recinti digitali approntati da Meta.

Un’architettura e un obiettivo: catturare l’attenzione degli utenti

L’accusa di aver progettato sistemi per favorire un utilizzo compulsivo, mediante appositi accorgimenti tecnici, è ciò che contesta alla società californiana anche la Commissione Europea, al termine di un’indagine avviata nel 2024. L’atteggiamento di Meta è stato sintetizzato dai tecnici di Bruxelles in addictive design, inteso come volontà di ideare una piattaforma in grado di stimolare tra gli utenti sintomi riconducibili a una dipendenza. Premesso che l’utente è sempre il primo responsabile delle proprie azioni (su qualsiasi spazio digitale), nel mirino dell’Unione Europea c’è la “modalità pilota automatico”, che racchiude l’insieme dei comportamenti degli utenti (in particolare gli adolescenti) davanti a un’architettura ottimizzata da Meta per incrementare il tempo che ogni iscritto trascorre connesso su Instagram e Facebook. Su questa base, che danneggerebbe la salute mentale e fisica dei minori, poggia la violazione del Digital Services Act che il Vecchio Continente imputa al gruppo americano.

Dallo status da aggiornare all’introduzione del Mi Piace e del Condividi (siamo a cavallo tra 2009 e 2012, mentre su Twitter compariva il Retweet) per diffondere uno standard di popolarità dei contenuti, Facebook e Instagram sono cambiate tanto e sempre verso un’unica direzione: massimizzare il tempo online, che si traduce nell’incremento degli introiti ottenuti dagli inserzionisti e, di conseguenza, in proficui dividendi trimestrali per gli azionisti.

Andando oltre la ricercata polarizzazione dei contenuti, con il trionfo del rage bait (vocabolo dell’anno 2025 per l’Oxford English Dictionary) che assicura commenti e viralità, è l’evoluzione del design delle piattaforme a essere al centro delle riflessioni, insieme alle funzionalità lanciate nel corso del tempo per catturare l’attenzione degli utenti, anche a costo di danneggiare le loro capacità cognitive (sono tanti gli studi che dimostrano il fenomeno, che riguarda anche TikTok e X).

Le funzionalità che hanno resi uniche Facebook e Instagram

Tra i principali trucchi di cui si accusa Meta c’è lo scroll infinito, con il dito trascinato verso il basso per aggiornare il feed, replicando il movimento della leva delle slot machine. Un passaggio che racchiude l’incertezza sul prossimo post che comparirà davanti agli occhi, il momento topico che innesca il picco di dopamina, convincendo a ripetere l’istantanea azione ancora una volta. E un’altra ancora, perché con lo scroll infinito non c’è mai una fine. Non esiste più l’ultimo post o reel da vedere. Lo stop va autoimposto e, oltre alla volontà, per chiudere l’app occorre impiegare nel cervello una dose di energia mentale, al contrario della visione passiva di post, storie e reel.

L’alleato più stretto della buona riuscita dello scroll infinito è l’autoplay, perché la riproduzione automatica dei contenuti elimina la necessità di far partire una clip, sempre nell’ottica di privilegiare un consumo passivo ed evitare una ricerca attiva, più dispendiosa in termini di energia e attenzione. Del resto, è proprio la struttura della mente umana ad aver spinto le aziende digitali a sfruttare la pigrizia cerebrale, così da servirle un piatto pronto da consumare.

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milindri//Getty Images

L’elemento primario per destare l’attenzione, tuttavia, è un altro e rappresenta il gancio più diffuso nell’era dei servizi digitali: la notifica. Quando tutto tace, magari dopo aver abbandonato la piattaforma, ecco lo stimolo sotto forma di numero, segnalato perlopiù in rosso (perché il cervello umano tende a identificare il colore rosso come qualcosa a cui prestare attenzione), per catturare l’attimo e riportare l’utente all’interno del proprio recinto, spesso segnalando anche intrecci slegati dai contatti, ma in linea con un contenuto visto in precedenza. Un passaggio tutt’altro che casuale — perché dovrebbe essere chiaro che sui social media e sulle piattaforme simili di casuale non c’è niente — grazie alla costante attività dell’algoritmo, il cuore pulsante delle reti sociali diventate sistemi di intrattenimento, basati sul business pubblicitario.

Così ogni frase, immagine e clip visualizzata, commentata e condivisa sono tracce utili all’algoritmo per costruire un feed su misura, ideale per soddisfare la curiosità dell’utente, che tende a restare aggrappato agli argomenti della personale sfera d’interesse. La maggioranza delle persone non sa come funziona un algoritmo né che trascorrere cinque secondi nell’osservare una foto innesca un vortice di contenuti collegati a quella stessa immagine, proposti con l’obiettivo di incentivare una reazione emotiva (dall’entusiasmo all’indignazione, con in mezzo tutto il campionario degli stati d’animo dell’essere umano).

Sui risvolti psicologici che determinano like e cuoricini c’è ormai un’ampia letteratura, soprattutto sull’utilizzo compulsivo delle app per controllare le reazioni altrui ai propri contenuti e, ancor peggio, sugli effetti negativi generati da quelle reazioni che contribuiscono a danneggiare l’autostima, specie nel caso degli adolescenti.

L’incontro di questi e altri fattori genera un costante richiamo, tanto da innescare la Fear Of Missing Out, più conosciuta come FOMO, che rappresenta una forma di ansia sociale e paura di restare esclusi, fondata sul timore di perdere esperienze, notizie o eventi. La reazione naturale in risposta al malessere legato al non essere connessi è il controllo compulsivo di telefono, tablet o computer, per tenere sotto controllo notifiche e app dei social più utilizzati. La conseguenza, invece, si lega spesso a un senso di inadeguatezza e insoddisfazione per la propria esistenza, con la convinzione di inferiorità rispetto alle vite apparentemente perfette degli altri, intercettate mediante quei scampoli condivisi sui social media.

Se a tale quadro, già di per sé complesso e complicato da perfezionare — poiché la salvaguardia della salute mentale degli utenti cozza con la necessità di incrementare i profitti, che a sua volta passa dalla necessità di aumentare il tempo medio che ogni iscritto trascorre sulle piattaforme — si aggiunge l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa, il terreno si fa ancora più scivoloso. Con la facilità di confezionare clip di qualsiasi tipo e genere, l’AI rappresenta un’ulteriore freccia nell’arco di chi trae profitto dall’inquinamento del flusso informativo, giocando sulla diffusione di contenuti parzialmente o totalmente inventati. Con i deepfake a rappresentare l’apice di una piramide in continuo divenire, che sfuma i confini tra verità e finzione, colpendo la mente e la pancia di chi ha meno strumenti per guardare oltre ciò che compare davanti agli occhi.

In mezzo a quella che sembra una giungla, però, è importante ribadire come utilizzare i social media (non solo Instagram e Facebook) resta un’attività esclusivamente umana. Siamo noi a decidere cosa consumare, quanto tempo dedicare a un post o il numero di clip da guardare. Le aziende perseguono in maniera lecita i rispettivi obiettivi, con la mente umana che può rivelarsi il loro miglior alleato o una salita impervia da scalare. Dipende solo da noi.

Headshot of Alessio Caprodossi

Nato il giorno in cui Vamos a la playa dominava le classifiche italiane e Total Eclipse of the Heart primeggiava negli Usa, a 10 anni ha deciso di fare il giornalista. Freelance per vocazione e latitanza di contratti, ha collaborato e collabora tuttora con tante testate occupandosi di tecnologia, sport, musica (elettronica), viaggi e attualità. Folgorato dai podcast, perché immaginare è potenzialmente più importante di vedere, colleziona auricolari, sciarpe calcistiche e, aspetto ben più rilevante, vivrebbe in infradito e anche per questo conta, prima o poi, di spostarsi definitivamente in Australia.