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La guerra ibrida e la regia dietro gli scontri, se il reclutatore è l’algoritmo

October 21, 2026

Le cellule clandestine non ci sono più, non servono i vecchi capi, le riunioni segrete e i volantini distribuiti di notte. La parola reclutamento ha bisogno di un aggiornamento moderno, digitale, adatto all’epoca dello scroll che contagia passioni e odio. Il reclutamento può cominciare con un video, una foto, una sfida da imitare. Basta scorrere lo schermo, fermarsi qualche secondo, mostrare curiosità per un tema, magari per rabbia. E il bombardamento si scatena subito. La guerriglia di Milano è cominciata così ed è in questo meccanismo perverso che si spiega l’attenzione del ministro della Difesa rispetto ai retroscena del grande caos visto in questi giorni nei dintorni di piazza Duomo.

È guerra ibrida e il detonatore dell’esplosione sociale è l’algoritmo dei social, quelli che dovrebbero semplificare la nostra vita e che invece possono diventare mine potentissime. Non perché ogni piattaforma voglia creare disordini, ma perché l’attenzione è la moneta del sistema e la provocazione spesso attira più di una spiegazione.

I messaggi

La rabbia, la sfida, il gesto estremo fanno visualizzazioni. E ciò che cattura l’attenzione viene rilanciato, consigliato, riproposto a chi sembra interessato. Il grande dubbio si ripete nelle cronache di questi giorni e anche nei vertici sulla sicurezza, quelli locali e quelli governativi: chi c’è dietro la rete che ha scatenato la devastazione che secondo il Gip aveva l’obiettivo di creare destabilizzazione ma senza portarsi in dote alcuna istanza sociale?

Un’organizzazione vera e propria, così come siamo abituati a immaginarla, forse no. L’ipotesi dei russi rischia di essere una scorciatoia semplice (ma non trascurata come ipotesi dagli investigatori), ma non del tutto infondata. Perché la disinformazione e lo sfruttamento del meccanismo perverso degli algoritmi che si innesta nelle coscienze ancora poco forti dei ragazzi sono due kalashnikov sociali che il Cremlino e la sua infinita rete di sabotatori mentali ha scatenato in mezza Europa. La copia moderna di tecniche adottate già ai tempi della Guerra fredda.

È una dinamica diversa dal reclutamento tradizionale, più frammentata, rapida e difficile da intercettare. Non servono agenti segreti infiltrati: basta produrre video che diventano virali, al posto delle barbe finte che si aggirano nelle città si possono sfruttare le chat di Telegram, i canali di TikTok. È una dinamica diversa dal reclutamento tradizionale, più frammentata, rapida e difficile da intercettare. L’ipotesi è che strumenti digitali possano essere usati anche per indebolire la fiducia nelle istituzioni, alimentare tensioni e sfruttare fratture già esistenti. È una strategia nota nel confronto ibrido fra Stati: non soltanto attacchi informatici o campagne di spionaggio, ma anche disinformazione e manipolazione dell’opinione pubblica.

Ma il confine tra una dinamica spontanea, l’emulazione e un’azione deliberatamente orchestrata è proprio ciò che le verifiche devono chiarire. Resta da dimostrare il passaggio decisivo: chi avrebbe alimentato le violenze, con quali strumenti e con quali prove di un intervento organizzato. Gli algoritmi, da soli, non dimostrano una regia estera. Ma neanche il contrario. E per questo anche le indagini, che coinvolgono la polizia giudiziaria e l’intelligence, devono assumere presupposti diversi dal tradizionale e seguire tecniche e percorsi da fenomenologia (anche criminale) digitale.

L’inchiesta

L’obiettivo di chi indaga non è più soltanto individuare un’organizzazione che cerca adepti, ma un ambiente digitale che intercetta fragilità, premia gli eccessi e rende contagioso il disordine. La sfida è capire dove finisca l’emulazione e dove cominci il coordinamento. E soprattutto se qualcuno stia trasformando la rabbia dei ragazzi in uno strumento di destabilizzazione.

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