A questo ritmo, con le polemiche e gli strappi che si susseguono tutti i giorni, la Lega rischia di non arrivare al 20 settembre, quando ha dato appuntamento per il suo tradizionale raduno di Pontida.
O meglio: rischia di non arrivarci da segretario Matteo Salvini.
Il Carroccio, infatti, attraversa una delle crisi interne più acute dalla sua trasformazione in partito nazionale, con un “fronte del Nord” che chiede un cambio di passo e le dimissioni del "Capitano".
A un mese dall’appuntamento simbolo di Pontida, la tensione è salita dopo il crollo nei sondaggi e il sorpasso di Futuro Nazionale del Generale Vannacci.
Giorno dopo giorno, si fa largo l'ipotesi di un congresso straordinario e persino di una scissione.
Salvini, dal canto suo, respinge al mittente le critiche e difende la linea di un partito “del Nord, del centro e del Sud”.
Ma tant'é: la pressione dei Governatori (Fontana-Zaia-Frediga) e di parte della classe dirigente storica rende lo scontro sempre più aperto.
Da chi è composto il fronte del Nord che vuole le dimissioni di Salvini
Il fronte che spinge per un “passo indietro” di Salvini è guidato dall’asse lombardo-veneto-friulano, con al centro i governatori e i segretari regionali del Nord.
A trainare la fronda sono il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, e il segretario lombardo della Lega, Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, che hanno denunciato un partito “imborghesito” e distante dalle radici territoriali.
Accanto a loro, si collocano i governatori Luca Zaia (Veneto) e Massimiliano Fedriga (Friuli-Venezia Giulia), pronti a sostenere una richiesta di cambiamento da presentare già sul “pralone” di Pontida.
All’interno del gruppo dei “dissidenti” figurano anche esponenti di primo piano della base e degli enti locali: tra i nomi citati ci sono Daniele Belotti, storico leghista bergamasco, i segretari provinciali di Bergamo e Brescia, Fabrizio Sala e Roberta Sisti, e due sindaci, Giovanmaria Flocchini (Pertica Alta) e Renato Pasinetti (Travagliato), che in un direttivo lombardo hanno chiesto esplicitamente le dimissioni del segretario.
A questi si aggiungono parlamentari e dirigenti lombardi che, di fronte al calo di iscritti e consensi – con la Lega passata dal picco del 34% del 2019 a livelli vicini al 5% – chiedono un congresso straordinario e una leadership più condivisa, talvolta ipotizzando formule di “triumvirato” o di affiancamento dei governatori alla segreteria.
A fare da contrappeso, almeno finora, è la “Lega del Sud”, che ha difeso Salvini e la sua impostazione nazionale, mentre al Nord si moltiplicano gli appelli:

“Rinnovamento o rivolta”
si è letto su uno striscione apparso sul pratone di Pontida.
L’ipotesi della mediazione di Calderoli
In questo quadro di tensione, il nome di Roberto Calderoli emerge come possibile mediatore tra l’ala salviniana e il fronte dei governatori.
Calderoli, storico esponente della Lega e artefice della legge sull’autonomia differenziata, è considerato un ponte tra le anime del partito: vicino a Salvini, ma ascoltato anche dall’area dei governatori del Nord.
Secondo alcune ricostruzioni, proprio lui, insieme a Giancarlo Giorgetti, potrebbe essere chiamato a facilitare una soluzione prima di Pontida, evitando una rottura definitiva.
In che modo? Proponendo una riforma dello statuto della Lega che dia più spazio ai territori senza costringere Salvini a un passo indietro, almeno nell'immediato.
Come dire: un "commissariamento" di Salvini, o quantomeno un ridimensionamento del suo ruolo di capopartito, è sempre meglio di una scissione che sarebbe quantomai sanguinosa per il partito più vecchio rappresentato in parlamento.