Dopo un iter durato ben due anni e mezzo, il 29 giugno il Parlamento francese ha approvato definitivamente la proposta di legge presentata dalla deputata Anne-Cécile Violland per contrastare l’ultra-fast fashion. È il primo provvedimento che prende di mira un modello industriale ben preciso: quello fondato su un ricambio continuo delle collezioni, un numero enorme di nuovi prodotti immessi sul mercato e prezzi così bassi da far sì che comprare un capo nuovo sia più conveniente rispetto a riparare quello che già si possiede.
Chiaramente, la legge non nomina specifici brand. Fa qualcosa di diverso, cioè introduce una definizione giuridica di ultra fast fashion. I dettagli saranno definiti da successivi decreti, ma fin d’ora il legislatore individua due punti fermi: l’elevatissimo numero di nuovi prodotti immessi sul mercato e prezzi talmente bassi da alterare le normali dinamiche di consumo. Appare chiaro, anche nei comunicati ufficiali del ministero della Transizione ecologica, che i bersagli sono innanzitutto Shein e Temu. I marchi che corrispondono a questa definizione non possono fare pubblicità, nemmeno attraverso gli influencer. La legge è dunque una pietra tombale sui cosiddetti haul, i video in cui l’utente scarta la busta e prova uno dopo l’altro i capi che ha acquistato in quantità massicce. In più, i brand hanno l’obbligo di informare i consumatori sull’impatto ambientale dei prodotti, incoraggiando riuso e riparazione.
Laddove l’informazione non basta, per incentivare pratiche virtuose bisogna parlare al portafogli. È per questo che la legge introduce un eco-contributo ambientale crescente per i prodotti considerati più impattanti: la forchetta parte dagli 0,25-12 euro a capo per poi raggiungere i 2,20-20 euro a capo, senza però superare il 50% del prezzo di vendita al netto dell’Iva. Il principio è chiaro: fare in modo che l’ultra fast fashion diventi progressivamente meno concorrenziale in termini di prezzo. Le risorse raccolte verranno reinvestite nel riciclo e nella gestione dei rifiuti tessili.
Fin qui, siamo sul piano delle misure. Ma quello che ci dovrebbe interessare davvero è il principio alla base di questa legge. Per decenni, infatti, abbiamo considerato il prezzo come la migliore sintesi del valore di un prodotto. Se qualcosa costava poco, significava che era stato realizzato in modo efficiente. Se costava molto, offriva qualcosa in più. La legge francese mette in discussione proprio questo presupposto.
Dietro una maglietta venduta a pochi euro esistono costi invisibili agli occhi di chi la compra: emissioni di gas serra, consumo di risorse, rifiuti tessili, condizioni di lavoro lungo la filiera, costi di raccolta e trattamento che finiscono per ricadere sulla collettività. Sono quelle che gli economisti chiamano esternalità: costi reali che non vengono sostenuti da chi produce o vende il bene, ma da altri soggetti.
L’eco-contributo previsto dalla legge prova proprio a riportarne almeno una parte all’interno del prezzo finale. Il principio è semplice: se riparare un capo costa più che comprarne uno nuovo, forse il problema non è il costo della riparazione. Il problema è il prezzo del prodotto nuovo, che appare artificiosamente basso perché non incorpora tutti i costi che genera. Questa normativa è così interessante proprio perché introduce un cambio di prospettiva: se il mercato non tiene conto delle esternalità ambientali e sociali, può subentrare il legislatore per forzarlo. Perché limitarsi a “lasciare correre” comporta conseguenze, gravi e irreparabili, che la politica non può più ignorare.
La Francia in questo senso è stata una coraggiosa apripista ma, a guardare bene tra i meandri dei provvedimenti europei, si notano altri segnali che vanno nella stessa direzione. Pensiamo da un lato al regolamento sull’Ecodesign che introduce il passaporto digitale di prodotto, dall’altro alla direttiva Empowering Consumers, che vieta le dichiarazioni ambientali vaghe e generiche e, ancora, al regime di responsabilità estesa del produttore da poco esteso anche ai prodotti tessili. Sono normative molto diverse, ma l’idea di fondo è la stessa: non possiamo più accettare che gli impatti ambientali e sociali restino invisibili lungo la filiera e che a pagarli sia sistematicamente qualcun altro.