Elephants

La lezione che Messi ci ha dato perdendo

July 20, 2026

C’è un momento, ad Atlanta, verso l’ottantacinquesimo minuto di una semifinale che l’Inghilterra sta vincendo con la disinvoltura scomposta di chi ha smesso di crederci, ma non può ancora dirlo ad alta voce, in cui la palla arriva a Messi sulla trequarti e succede una cosa che – lo scrivo con la piena consapevolezza di quanto suoni grandioso, e con l’altrettanta consapevolezza che suonerà grandioso lo stesso – non ha più molto a che fare con il calcio come lo intendiamo di solito, cioè come sport, come un insieme di corpi che si contendono uno spazio e un tempo finiti. Quello che succede è che ventuno persone sul campo, più qualche milione davanti a uno schermo, smettono per un secondo e mezzo di guardare ventidue giocatori e cominciano a guardare un solo organismo che ha, temporaneamente, ventidue estremità, di cui una – quella sinistra, quella di Messi, trentanove anni, ginocchia che scricchiolano quanto le nostre – sa esattamente cosa fare mentre tutte le altre stanno ancora calcolando.

Non è metafora, o meglio: lo è, ma è anche una descrizione tecnica abbastanza accurata di quello che gli allenatori chiamano gioco di squadra quando funziona al livello più alto possibile, ovvero anche quando è non–gioco, a tratti lento, generalmente macchinoso, che è poi il livello a cui l’Argentina di Scaloni ha giocato per gran parte di questo Mondiale, ed è per questo che vale la pena soffermarcisi: perché quello che l’Argentina ha fatto contro l’Inghilterra – subire un gol, restare incollata, poi ribaltare tutto in sette minuti con un tiro di Enzo Fernández e una girata di testa di Lautaro Martínez, entrambe innescate dallo stesso paio di piedi – non è stato un exploit individuale travestito da collettivo, come si tende a raccontare quando si parla di squadre in funzione di un singolo giocatore. È stato l’opposto. È stato un collettivo che ha trovato, in un singolo corpo ormai quasi quarantenne, il proprio sistema nervoso centrale, e che ha accettato – con un’umiltà che nel calcio contemporaneo è merce rarissima, quasi estinta, sostituita quasi ovunque dall’ego individuale travestito da personalità – di muoversi come muscoli che rispondono a un cervello che non è il proprio.

Messi è il calcio, ma anche qualcosa di più

messi argentina mondiali 2026pinterest

Justin Setterfield//Getty Images

Per capire come si è arrivati a un meccanismo del genere, però – a una squadra intera che accetta di essere manica di un corpo solo – bisogna tornare indietro di un mese, a Kansas City, alla partita d’esordio contro l’Algeria, perché è lì, in realtà, che tutto è cominciato a diventare chiaro, anche se in quel momento sembrava soltanto una serata fortunata. Messi, alla sua duecentesima presenza in nazionale, esattamente vent’anni dopo il gol del suo esordio iridato contro Serbia e Montenegro nel 2006, ha segnato una tripletta – la prima della sua carriera in un Mondiale – che ha portato l’Argentina sul 3–0 e lui, con quei tre gol, a raggiungere Miroslav Klose in cima alla classifica dei marcatori di tutti i tempi della competizione, sedici reti. Numeri che basterebbero da soli a chiudere qualunque discussione sul chi sia il più forte di sempre, se una discussione del genere avesse mai davvero avuto bisogno di essere chiusa con dei numeri, cosa di cui, sinceramente, dubito.

Il dettaglio che conta, però, non sono i numeri. È che Messi ha segnato quella tripletta piangendo – non metaforicamente, piangendo per davvero, a fine partita, mentre spiegava ai microfoni quanto si stesse godendo ogni singolo istante di quello che, con ogni probabilità, sarebbe stato il suo ultimo Mondiale. Ecco: un uomo che continua a produrre l’eccezionale con una regolarità che rasenta l’assurdo statistico, e che però sa – lo dichiara apertamente, senza nascondersi dietro la solita retorica del campione che vive alla giornata – che il tempo, per quanto gentile sia stato con lui, ha comunque un conto da presentare. Tutto il torneo di Messi, da lì in avanti, è stato essenzialmente la gestione di questa tensione. E la parola gestione non è casuale, perché quello che l’Argentina di Scaloni ha fatto, partita dopo partita, non è stato affidarsi ciecamente al proprio uomo migliore sperando che il talento bastasse a coprire tutto il resto. È stato costruirgli attorno un sistema – undici, poi con le sostituzioni molti di più, che corrono al posto suo, che pressano al posto suo, che coprono lo spazio che lui, semplicemente, non può più coprire con le gambe – in modo che l’unica cosa richiesta a Messi fosse quella che nessun altro sulla faccia della terra sa fare meglio di lui: vedere, con un anticipo che non è velocità ma è qualcos’altro, più vicino alla fisica che allo sport, dove sarà la palla tra un secondo e mezzo, e mettercela.

È esattamente questo meccanismo che si è visto poi ad Atlanta, nella scena da cui siamo partiti: sono Enzo Fernández e Lautaro Martínez a finalizzare, ma finalizzano perché qualcun altro ha visto, con un anticipo di un secondo e mezzo sul resto del pianeta, dove sarebbe finita la palla. È quella la sensazione precisa che si prova a guardare una squadra che trova nel proprio capitano non un salvatore solitario ma un punto di convergenza, un luogo dove tutte le linee di forza si incontrano e ripartono. Vale la pena, a questo punto, fermarsi un secondo sul peso specifico che quella partita portava con sé, perché altrimenti si rischia di leggere tutto il resto come pura tecnica, e invece non lo era affatto. Nei giorni precedenti la semifinale, l’Argentina aveva fatto discutere per un coro intonato più volte negli spogliatoi dopo le vittorie – un coro nato sui social, diventato tormentone, che nello spazio di pochi versi mette insieme le isole Malvinas, la figura di Maradona e l’ultimo Mondiale di Messi, chiedendo alla nazionale di tornare campione una seconda volta. Non è il caso di riprodurne il testo, e non è nemmeno il punto: il punto è che, volenti o nolenti, quella partita contro l’Inghilterra portava già cucito addosso un secolo di storia e una guerra vera, ed è dentro quel peso – non fuori, non a lato – che Messi ha dovuto giocare, con la stessa freddezza clinica con cui gioca sempre, come se la storia fosse un’informazione in più da processare e non un macigno da portare.

E qui c’è un dettaglio che merita di essere isolato, perché altrimenti si perde il filo di quello che stava realmente accadendo sotto la superficie del risultato: dopo la partita, in zona mista, Giuliano Simeone si è messo a piangere davanti ai microfoni. Non per la vittoria in sé, o non solo. Ha pianto parlando di Messi: di come un uomo che ha già vinto assolutamente tutto quello che c’era da vincere, che non ha più nulla da dimostrare a nessuno, continui comunque a lottare come se fosse il primo giorno, e di come a lui e ai compagni più giovani non restasse altro, di fronte a un esempio del genere, che correre per lui – correre, letteralmente. Ed è una frase che pesa di più se si guarda a cosa Simeone aveva effettivamente fatto in campo quella sera, perché non era stata una partita in cui aveva lasciato il segno con la palla al piede – contro la fisicità della difesa inglese aveva combinato ben poco in fase offensiva, pochi palloni giocati con qualità, quasi nessuna occasione costruita – ma era stato spedito lì apposta per spezzare ogni transizione avversaria a suon di corse, contrasti e falli tattici, un lavoro sporco e anonimo, di quelli che non finiscono negli highlights. Il punto sta proprio qui. In chi ha fatto novanta minuti di fatica invisibile per far respirare la squadra e poi si commuove parlando del capitano, e non del proprio contributo, sta descrivendo esattamente il sistema costruito attorno a Messi, ma dall’interno, da chi lo vive ogni giorno in allenamento e in campo – e che quindi sa, meglio di chiunque stia a guardare da fuori, quanto sia raro che un giocatore entrato relativamente da poco nel blocco della Selección scelga di mettersi al servizio di un compagno molto più esperto, invece di scalpitare per prendersi lo spazio che gli spetterebbe per ambizione. Non è agiografia. È fiducia tecnica, costruita giorno dopo giorno, in un compagno che continua a essere il più forte anche quando smettere sarebbe più che legittimo.

Leo ha perso, ma quanto ci ha insegnato

Poi, però, c’è la finale. E qui il racconto deve, per forza, cambiare registro, perché quello che è successo al MetLife Stadium non è la continuazione naturale di una favola, ma la sua interruzione – non ingiusta nel senso morale del termine, semplicemente: interruzione. La Spagna di Luis de la Fuente ha giocato centoventi minuti da squadra più fresca, più libera dal peso specifico che grava su chi difende un titolo e un’eredità insieme; ha sequestrato il pallone, ha comandato il possesso, ha creato le occasioni migliori, ha colpito con Ferrán Torres al minuto centosei, dopo che l’Argentina aveva retto un intero primo tempo sullo 0–0 e buona parte del secondo cercando di resistere con l’unica arma che le restava, cioè l’ostinazione collettiva – lo stesso corpo solo che sette giorni prima aveva ribaltato l’Inghilterra, questa volta senza benzina sufficiente per farlo una seconda volta. Alla fine, la seconda stella sul petto della Roja, sedici anni dopo la prima. E Messi, con la seconda finale mondiale persa della carriera alle spalle.

Ed è arrivato, a quel punto, il momento che più di ogni altro vale la pena mettere a fuoco senza scivolare nella retorica facile dell’eroe anche nella sconfitta, perché sarebbe un’operazione tanto comoda quanto disonesta. Messi ha pianto, si è commosso davanti alla curva argentina, al momento della medaglia da sconfitto, con lo sguardo che si è fatto lucido e la mascella che ha tradito, per qualche secondo, la fatica di tenere insieme i pezzi. Non c’è stato nessun distacco stoico, nessuna corazza da fuoriclasse indifferente al dolore. Sarebbe stato, oltretutto, falso, e chiunque abbia visto quella scena lo sa. Ma c’è una differenza precisa, quasi clinica, tra quel pianto e quello del ragazzo di ventisette anni che nel 2014, dopo la finale persa contro la Germania, si era portato la mano sulla fronte e aveva cercato con lo sguardo il prato, come se si vergognasse, come se il pavimento erboso potesse in qualche modo assorbire quello che stava succedendo. Quella volta il dolore lo aveva travolto perché non sapeva ancora dove metterlo: era la prima grande sconfitta della sua vita da protagonista assoluto, e nessuno, in una carriera fatta quasi solo di vittorie, gli aveva mai insegnato la grammatica elementare della perdita.

Questa volta no. Questa volta Messi ha pianto restando in piedi, restando presente, restando – per usare una parola che qui non è affatto fuori luogo, anche se suona clinica – regolato. Ha guardato la sua gente invece di guardare a terra. Non ha nascosto il viso dietro le mani, non ha nulla da nascondere. È rimasto sul palco mentre la Spagna alzava la coppa a pochi metri da lui, senza cercare una via di fuga, senza bisogno che qualcuno lo consolasse per farlo restare in piedi. Non era rassegnazione – la rassegnazione è un atteggiamento passivo, una resa della volontà, e in quello sguardo di volontà arresa non ce n’era affatto, come dimostra il fatto che fino all’ultimo pallone toccato nei supplementari abbia continuato a cercare la giocata, il passaggio, la soluzione. Era piuttosto qualcosa che assomiglia a quella che in psicologia si chiama elaborazione: la capacità di attraversare un dolore reale, non minimizzato, senza che quel dolore diventi l’unica cosa che sei in quel momento.

E se si torna, per chiudere, a quell’immagine da cui siamo partiti – il corpo solo con ventidue estremità, il sistema nervoso condiviso da un’intera nazionale – si capisce forse meglio anche questo: un sistema costruito attorno a un uomo solo funziona finché quell’uomo tiene, e quando quell’uomo, alla fine, non tiene più – perché centoventi minuti sono centoventi minuti, e trentanove anni sono trentanove anni – il sistema non collassa nella disperazione ma nella tristezza composta di chi ha comunque dato tutto quello che aveva. È lì, in quello scarto minimo ma decisivo tra il crollo del 2014 e la compostezza del 2026, che sta forse la vera misura della maturità: non eleganza da manuale, non spettacolo di forza d’animo confezionato per le telecamere, ma qualcosa di più feriale, quasi burocratico nella sua semplicità: la capacità di restare umani, visibilmente, apertamente umani, senza però smettere di essere anche altro, cioè persone che il giorno dopo si rialzano e vanno avanti.

Noi tendiamo a innamorarci della perfezione – della storia che si chiude col compasso che fa il suo giro senza bloccarsi, il più grande di sempre che alza l’ultimo trofeo possibile e se ne va senza lasciare dubbi. Ed è una tendenza, questa, che non riguarda solo il calcio: idealizziamo le persone che ammiriamo più o meno allo stesso modo in cui idealizziamo le storie, cioè togliendo loro, un pezzo alla volta, tutto quello che potrebbe incrinare l’immagine che ci siamo costruiti – le esitazioni, gli errori, le sconfitte non spiegabili con una narrazione già pronta – finché quello che resta non è più una persona ma una specie di superficie liscia su cui proiettare quello che a noi serve credere. Ed è un meccanismo che, alla lunga, rovina più cose di quante ne protegga: rovina le persone reali, costrette a reggere il peso di un’immagine che non hanno scelto e che spesso non possono onorare fino in fondo; e rovina anche noi che guardiamo, perché ci abitua ad aspettarci dagli altri – e da noi stessi – una coerenza granitica che nessun essere umano possiede davvero, nemmeno il più dotato che sia mai esistito.

Sarebbe stato bello se fosse andata diversamente, se Messi avesse alzato l’ultima coppa possibile e se ne fosse andato senza lasciare dubbi. Ma una storia già perfetta che si conclude in modo altrettanto perfetto rischia di raccontarci solo una favola, qualcosa di irraggiungibile e quindi, alla fine, inutile per chiunque non sia Messi – un’ulteriore superficie liscia su cui non c’è più niente da imparare, solo da ammirare da lontano. Una storia perfetta che si chiude in modo imperfetto, invece, ci costringe a fare l’esercizio opposto, quello più scomodo: ci ricorda che anche lui, alla fine, resta umano, e che il talento più straordinario mai visto su un campo da calcio non compra l’esenzione dal dolore, non compra niente che non sia la possibilità di affrontare quel dolore con più lucidità di quanta ne avessimo noi l’ultima volta che abbiamo perso qualcosa a cui tenevamo davvero. Ed è forse proprio per questo – per questa ultima, non richiesta lezione di misura, arrivata proprio quando meno ce l’aspettavamo, da chi ci aveva abituato a pensare che per lui le regole normali non valessero – che oggi, onestamente, non c’è troppo da rimanerci male.