Il futuro, nel 1981, aveva le dimensioni di una valigia rigida, due piccole ruote e un motore che sembrava uscito da un manga sulla mobilità urbana. La Honda Motocompo non prometteva velocità, avventura o libertà sulle highway: prometteva qualcosa di molto più giapponese e, a suo modo, più radicale.
Poteva essere piegata, sollevata e sistemata nel bagagliaio della Honda City.
Una moto pensata come estensione dell’automobile, quarantacinque anni prima che qualcuno iniziasse a parlare ossessivamente di mobilità integrata.
Seiko ha deciso di riportare quella piccola macchina del tempo al polso con il Seiko 5 Sports Field Series Motocompo Limited Edition, un automatico che non si limita a prendere in prestito un colore o un logo. Il progetto ricostruisce l’intero linguaggio visivo della Motocompo, compresa quella particolare miscela di funzionalità, ironia e ottimismo industriale che rese gli anni Ottanta un laboratorio permanente di oggetti strani e memorabili.
La prima generazione dell’Honda Motocompo nel 1981
La Motocompo originale pesava appena 42 chili a secco ed era spinta da un monocilindrico a due tempi da 49 cc e 2,5 cavalli. Manubrio e poggiapiedi si ripiegavano all’interno della carrozzeria, mentre specifiche soluzioni tecniche evitavano la fuoriuscita di carburante, olio e liquido della batteria durante il trasporto. Il risultato assomigliava più a un elettrodomestico pop che a una motocicletta tradizionale.
Proprio per questo, oggi è diventata un oggetto da collezione: un pezzo di design capace di raccontare un’epoca con la stessa immediatezza di un Walkman, di una console portatile o di una sedia di Memphis.
La sua immagine, del resto, non è mai davvero scomparsa. Ha continuato a circolare nei garage, nelle collezioni e sul web, alimentando una comunità di appassionati che ha accolto con entusiasmo anche il più recente Motocompacto. Segno che certe idee, quando sono abbastanza intelligenti e abbastanza eccentriche, non invecchiano: aspettano semplicemente che il mondo torni a capirle.
Stessa filosofia
L’orologio parte dalla stessa idea di compattezza. La cassa Field in acciaio, trattata IP nero, misura 36,4 millimetri di diametro e 12,5 di spessore. Non è una scelta nostalgica travestita da proporzione vintage, ma un modo coerente per tradurre al polso la filosofia della piccola Honda: occupare poco spazio, funzionare bene, farsi notare senza diventare ingombrante.
Il quadrante giallo intenso è attraversato da una fascia nera centrale con il logo Honda, mentre la scritta “Automatic” a ore 6 utilizza un carattere ispirato alla grafica originale Motocompo. Persino la corona reca la parola “Turn”, riferimento al rubinetto del carburante. Sono dettagli che trasformano la collaborazione in un esercizio di design piuttosto che in una semplice operazione di co-branding. Il cinturino in nylon continua il racconto con le diciture “Insertion Point” e “Carrying Point”, riprese dal sistema con cui la moto veniva fissata e sollevata nel bagagliaio della City.
All’interno lavora il calibro automatico Seiko 4R36, con carica manuale, funzione giorno e data, frequenza di 21.600 alternanze l’ora e autonomia dichiarata di 41 ore. Il vetro è un Hardlex bombato, l’impermeabilità raggiunge le 10 atmosfere e indici e sfere sono trattati con Lumibrite. Sul fondello trasparente compare una stampa rossa traslucida con la sagoma della Motocompo, insieme al numero progressivo dell’esemplare. Anche il packaging riprende le confezioni con cui veniva spedita la piccola Honda, completando un omaggio costruito più sui dettagli che sulla nostalgia facile.
La tiratura è di 8.000 pezzi numerati. Il modello sarà disponibile da settembre, con un prezzo indicativo europeo di 390 euro. Ma il suo vero punto di forza non è il calcolo tra specifiche e listino. È la capacità di ricordare che il design più intelligente non deve necessariamente essere austero. A volte può essere giallo brillante, piegarsi dentro un’automobile e, quarantacinque anni dopo, tornare sotto forma di orologio automatico.





