
Mark Rutte (segretario Nato), Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia, al vertice Nato di luglio
La guerra fra Stati Uniti e Iran non è ancora finita, ma c’è già chi si sta riposizionando nel Medioriente del futuro, pronto a giocarsi una partita ambiziosa. In testa c’è il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che come sempre gioca su più piani. La Turchia mira ad aumentare il proprio peso nella regione e se prima si distingueva per sedi diplomatiche lasciate senza il capo missione, perché era stato richiamato ad Ankara, adesso cerca di andare d’accordo con tutti. Negli ultimi mesi Ankara ha cercato di entrare nella mediazione fra Stati Uniti e Iran, da cui è stata lasciata fuori. Washington ha preferito affidarsi al Pakistan in grazia della sua posizione geografica e al Qatar che è il vero, storico mediatore del Medioriente allargato.

Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia (Epa/Filip Singer)
Morale della favola: Erdogan si è messo a tessere una sua tela personale. I rapporti con l’Iran sono costanti e sono ottimi, questo nonostante le minacce degli Stati Uniti. Malgrado Teheran rappresenti il campione dell’Islam sciita è un importante esportatore energetico, partner commerciale della Turchia e soprattutto avversario di Israele. Tutti buoni motivi per non lasciare al suo destino un Paese così importante. Tanto più che, essendo in un momento di debolezza, potrebbe chiedere ad Ankara favori, ribaltando i pesi di un’alleanza che prima vedeva in Teheran la parte forte.
Ma, in un momento in cui è tenuta fuori dai tavoli, la Turchia si sta mettendo al centro di altre superfici, complice anche la sua posizione geografica strategica e un’industria di difesa nazionale su cui Erdogan in prima persona, da quando ha preso il potere, nell’ormai lontano 2002, ha imposto di investire miliardi di dollari.
Lo scorso 9 giugno, Turchia e Arabia Saudita hanno firmato un protocollo d’intesa per la realizzazione di un corridoio ferroviario destinato a collegare la Turchia all'Arabia Saudita attraverso Siria e Giordania, rilanciando in chiave moderna il tracciato della storica Ferrovia dell'Hegiaz. Il tutto, con buona pace dell’Iran, che con l’Arabia Saudita non va molto d’accordo e del povero Jamal Khashoggi, il giornalista saudita ucciso e fatto a pezzi in Turchia, per la precisione all’interno del consolato generale dell’Arabia Saudita a Istanbul, dove si era recato per prendere dei documenti. Il caso aveva provocato una brusca interruzione nei rapporti fra i due Paesi, con Erdogan e il principe ereditario, Mohammad Bin Salman, che, per la cronaca, non si sono mai amati.
Ma la ferrovia è una grande opportunità per entrambi. Riad ha un’alternativa per trasportare le sue merci, mentre Ankara aumenta il suo peso regionale.
Oggi, poi, è arrivata la ciliegina sulla torta. Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato a Jedda un accordo congiunto di difesa, unendo tre alleati sunniti degli Stati Uniti preoccupati dall'escalation del conflitto regionale che ha portato il lancio di missili contro gli esportatori di petrolio del Golfo. Si tratta di un passo molto importante, perché per la prima volta tre Paesi dell’area di organizzano, tenendo fuori gli Stati Uniti, per proteggere quella che è la loro regione. Secondo alcuni analisti, un futuro upgrade potrebbe includere anche l’Egitto, che con la Turchia non è in buoni rapporti, ma che rappresenta un Paese fondamentale sotto l’aspetto militare, diplomatico e geografico.
Il dato più interessante è che il mondo musulmano si sta lentamente iniziando a organizzare per gestire il Medioriente e la sua parte di Mediterraneo in modo autonomo e sempre più libero dall’influenza americana. Un po’ per il progressivo disimpegno di Washington, più attiva su altri quadranti, un po’ perché gli Stati Uniti usciranno da questa guerra profondamente ridimensionati.