L’immagine degli scaffali vuoti nei supermercati, soprattutto in quelli dell’Italia del sud, restituisce con immediatezza gli effetti della protesta degli agricoltori e degli autotrasportatori sui cittadini. Ma racconta anche qualcosa di meno visibile: la fragilità di due anelli fondamentali della filiera alimentare, spesso ignorati finché non smettono di funzionare. La protesta è nata da una condizione condivisa: entrambi lavorano con margini in calo di anno in anno, spesso insufficienti a coprire i costi di produzione, mentre i loro redditi continuano a diminuire.
È così che si è formata un’alleanza in apparenza paradossale: gli agricoltori sostengono il blocco degli autotrasportatori, proprio coloro che dovrebbero trasportare i loro prodotti verso i luoghi di consumo e che, non trasportandoli, li fanno deperire. Il punto di contatto è la redditività dell’intera filiera, compromessa da una combinazione di fattori congiunturali e squilibri strutturali.
Per gli autotrasportatori, il problema immediato è il caro carburante: l’impennata del prezzo del gasolio ha eroso i margini fino a rendere difficile sostenere i costi dell’attività. Per gli agricoltori, invece, la crisi dei redditi viene da più lontano. Alle difficoltà strutturali del settore si sono aggiunti, negli ultimi anni, gli shock internazionali che hanno fatto lievitare i costi di produzione, dalla guerra in Ucraina ai vari conflitti in Medio Oriente.
Tensioni e rincari
I numeri danno la misura del problema. [Secondo i dati della Commissione europea](https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/agri-food-supply-chain/ensuring-availability-and-affordability-fertilisers_en?utm_source=chatgpt.com) nell’aprile 2026 il costo dei fertilizzanti era aumentato del 71 per cento rispetto alla media del 2024. L’urea, uno dei concimi azotati più usati in agricoltura, ha registrato un aumento del 91,2 per cento tra il 2025 e il 2026, secondo i dati dell’Istituto di servizi per il mercato agroalimentare (Ismea), l’ente del ministero dell’agricoltura che vigila sui prezzi nel settore agricolo.
Questi rincari riflettono la vulnerabilità di un sistema produttivo dipendente dai mercati internazionali, esposto alle interruzioni delle forniture e alle difficoltà logistiche provocate dalle crisi geopolitiche. Le tensioni sulle rotte commerciali, a partire dallo stretto di Hormuz, possono ripercuotersi a migliaia di chilometri di distanza sul prezzo di concimi, pesticidi e altri prodotti necessari all’agricoltura. È il cosiddetto effetto farfalla teorizzato nel 1972 dal matematico e meteorologo statunitense Edward Lorenz: “Il battito di ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas”. Applicando la metafora al mondo dell’agricoltura, un missile lanciato da Washington a Teheran può contribuire a gettare sul lastrico un’azienda agricola a Cerignola, in Puglia.
Ma la crisi della filiera alimentare italiana non si esaurisce nelle tensioni internazionali. Accanto agli shock esterni esiste uno squilibrio più profondo, di natura strutturale: la distribuzione fortemente disuguale del valore lungo la catena che porta il cibo dal campo alla tavola.
Il paradosso è che, in molti casi, il prezzo del cibo non lo decide chi lo produce, ma chi lo distribuisce. La Grande distribuzione organizzata (Gdo) esercita un potere contrattuale tale da influenzare in modo decisivo i prezzi al consumo e le condizioni imposte ai fornitori, comprese le promozioni e gli sconti che spesso ricadono sui produttori. Secondo un rapporto Ismea pubblicato nel 2024, su cento euro spesi al supermercato in prodotti agricoli freschi, a chi li coltiva ne tornano sette; per quelli trasformati, come la passata di pomodoro, appena uno e mezzo.
È una sproporzione che si ritrova nell’immagine di questi giorni degli agricoltori che regalano cespi di lattuga: la Gdo li compra da loro a dieci centesimi, mentre al supermercato sono venduti a più di un euro.
Una dipendenza fatale
Il potere della grande distribuzione deriva dalla sua centralità nei consumi alimentari: per la maggior parte delle famiglie, il supermercato è il principale canale di acquisto. Per molti produttori rinunciare a quel mercato significa perdere uno sbocco commerciale essenziale. È questa dipendenza a rendere possibile l’imposizione di condizioni contrattuali particolarmente pesanti: chi produce ha bisogno di vendere, ma spesso ha un potere negoziale molto inferiore a quello di chi acquista e distribuisce.
Negli ultimi anni il prezzo dei prodotti al consumo è aumentato sensibilmente, fino al 30 per cento, ma di questi aumenti hanno beneficiato la grande distribuzione e l’industria di trasformazione. Quasi nulla è arrivato ai produttori. Il nodo centrale, dunque, è restituire redditività agli agricoltori e distribuire più equamente il valore lungo la filiera. In teoria, gli strumenti per farlo esistono. Nel 2019 l’Unione europea ha approvato una direttiva contro le pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare, con l’obiettivo di tutelare i fornitori più deboli nei rapporti con gli acquirenti più forti. L’Italia l’ha recepita nel 2021, ampliandone le disposizioni: il decreto ha introdotto, tra le altre misure, il divieto delle aste elettroniche al doppio ribasso e della vendita sottocosto dei prodotti agricoli e alimentari.
Ma il problema è che una norma, da sola, non basta. A limitarne l’efficacia sono almeno due fattori: la frammentazione del mondo agricolo e la difficoltà, per i singoli produttori, di far valere i propri diritti nei confronti di interlocutori economicamente molto più forti. Denunciare una pratica sleale può significare compromettere il rapporto commerciale con chi compra il raccolto. E per un’azienda che ha bisogno di vendere per sopravvivere, il rischio di perdere il proprio sbocco di mercato può pesare più della possibilità di ottenere giustizia.
Nel 2025 l’ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) ha inflitto sanzioni per poco più di cinquecentomila euro. Una cifra che, se confrontata con la dimensione economica della filiera e le perdite di guadagni denunciate dai produttori, appare modesta. Il dato, da solo, non misura l’efficacia complessiva dei controlli, ma rende ineludibile una domanda: quanto possono incidere le norme se chi dovrebbe essere tutelato non si sente nelle condizioni di invocarle?
Gli scaffali vuoti di oggi sono la manifestazione più evidente della crisi, ma non necessariamente la più grave. Prima che un prodotto scompaia dal supermercato, c’è un agricoltore che rinuncia a coltivarlo perché non è più economicamente conveniente, un autotrasportatore che non riesce a coprire i costi del viaggio, un’azienda che continua a lavorare senza ricavare un reddito sufficiente. Quando il problema arriva al consumatore, spesso è già il risultato di una crisi che si trascina da tempo.
La vera sfida, quindi, non è solo evitare che gli scaffali restino vuoti durante una protesta, ma impedire che produrre il cibo diventi economicamente insostenibile per chi lo fa. Una filiera alimentare non può dirsi efficiente se non garantisce una distribuzione equa del valore tra tutti i soggetti coinvolti, a partire dai produttori, che oggi ne subiscono in misura particolare gli squilibri. Il rischio è concreto e non va sottovalutato: perché, quando gli agricoltori non riescono più a sostenere i costi della propria attività, il conto prima o poi arriva anche a tavola.
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