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La sorella di Fakir: «Quei due poliziotti sono già tornati in servizio. Tanto odio sui social, scrivono che vogliamo 3 milioni di euro di risarcimento»

August 19, 2026

È passato un mese dalla morte di Abderrahim Fakir, l'uomo di origini marocchine che ha perso la vita lo scorso 19 luglio a Bologna, quartiere Pilastro, mentre era a terra ammanettato con due poliziotti sopra di lui. Un caso che diventò politico, con il sindaco Lepore che chiese subito verità e giustizia ma che finì nel mirino delle forze di centrodestra, che lo accusarono di aver fomentato poi i disordini dei giorni successivi in strada a Bologna, con alcune manifestazioni che portarono a scontri con le forze dell'ordine.

La sorella di Fakir

La sorella, Khadija Fakir, in un'intervista a Repubblica continua a chiedere giustizia e dice che andrà avanti «finché respiro». «Dimenticare è impossibile, basta aprire il telefono. Sui social ci attaccano dicendo che io e mia nipote vogliamo tre milioni di risarcimenti. Non mi aspettavo tutto questo odio ma non me la prendo: la gente non sa cosa vuol dire», le sue parole.

La donna ripercorre quanto vissuto quel giorno: «Ci hanno chiamato alle 12.15 per avvisarci, io sono arrivata alle 12.40: ero a Casalecchio a casa mia. Prima la polizia ci ha detto che lo avevano trovato morto, poi sono andati a cercare il ragazzo che aveva fatto il video chiedendogli di cancellarlo.

Ci dicevano di stare calmi, di abbassare la voce, col suo corpo lì davanti». Khadija, a distanza di un mese, è ancora furiosa: «Cosa hanno fatto per aiutarlo? Era un cane? Perché lo hanno legato? E chi era quel ragazzo che li ha aiutati a tenerlo fermo?».

«I miei figli - aggiunge - sono ancora scioccati. Loro hanno visto il video, anche i più piccoli che hanno 11 anni. Al capo della polizia abbiamo chiesto solo che sia tutto trasparente e che la magistratura faccia il suo lavoro. Mio fratello non era un cane, era un essere umano. Come c’è stato un Abderrahim ci potrà essere un Antonio, un Edoardo. Senza quel video come sarebbe finita?».

Sui problemi psichiatrici di Abderrahim: «Non ci ha mai detto niente, io ho il cancro, forse non voleva preoccuparmi. L'abbiamo saputo tramite altri amici. Lui era una persona molto umana, aiutava tutti: quando sono stata ricoverata ha badato ai miei cinque figli, erano tutti molto legati allo zio». Poi conclude: «Perché quei poliziotti sono tornati in servizio? Mio fratello non era né armato né pericoloso, chiedeva solo aiuto. Perché metterlo a terra con 40 gradi? E spruzzargli lo spray al peperoncino in bocca? Potevano usare il taser o fargli una puntura per calmarlo. Hanno saputo solo ammazzarlo».


Ultimo aggiornamento: mercoledì 19 agosto 2026, 20:24

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